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Cara Sampdoria, cosa vuole dire Amarti

22.05.2011 12.13 di Diego Anelli  articolo letto 9196 volte
Fonte: Diego Anelli per sampdorianews.net
© foto di Daniele Buffa/Image Sport

Cara Sampdoria,

lo sai bene, meglio di chiunque altro, cosa voglia dire "amore", sinonimo di una felicità contagiosa, una passione infinita, capace però talvolta di trasformarsi in una disperazione indescrivibile, in rabbia profonda, tristezza difficile da spiegare, apparentemente impossibile da spazzare via, ma, in realtà, proprio da quella delusione si riparte più innamorati, si ritrova la forza, la voglia di andare avanti, di guardare al futuro con ottimismo.

Orgogliosi dei propri colori, del proprio passato nel quale storia e geografia diventano una materia unica, dell'altro ieri con la gioia per i preliminari di Champions, del giorno successivo con la retrocessione, sembrano passate soltanto 24 ore e invece sono trascorsi mesi, nei quali è successo di tutto e il contrario di tutto. Orgogliosi del proprio presente ancora da decifrare e di un futuro tutto da scoprire, tra ottimismo, speranze, voglia di rivincita, preoccupazione e perplessità.

Un amore, una passione, una fede vanno oltre tutto, alla categoria, a chi scende in campo, a chi onora la tua maglia, a chi la indossa senza meritarla, a chi lavora dietro ad una scrivania, a chi fa l'imprenditore e investe soldi, a chi si siede in panchina e guida la truppa. Un amore può nascere in sordina, crescere con il tempo e travolgerti come un tornado, oppure scattare già il primo attimo nel quale incontri una persona, quella giusta, ti rendi subito conto che sarà la tua metà, il tassello mancante al mosaico del tuo cuore, è un colpo di fulmine, ne rimani folgorato, attratto, conquistato.

Nel mio caso è stato un colpo di fulmine. Si è bambini, sfogli l'album Panini, giri le pagine, attacchi le figurine, guardi le casacche delle varie squadre, parto dalla A, arrivo alla F, mi soffermo sulla maglia della Fiorentina, il colore è viola, particolare, attira la mia attenzione, potrebbe essere quella la squadra del mio cuore, ma la curiosità, il destino mi portano ad andare oltre, passano le lettere, i campioni altrui, arrivo alla S, leggo Sampdoria, una maglia unica, originale, un mix di colori che non ti può lasciare indifferente. Non so di che città sia, non so nulla di lei, soltanto dopo le mie domande, vengo a sapere in famiglia che è la squadra della mia città, ma, anche se avesse giocato dall'altra parte dell'emisfero, avevo scelto lei, la Sampdoria aveva scelto me.

Cara Sampdoria, quante ne abbiamo viste, quante emozioni, quante gioie, quante emozioni, quante delusioni. Ero un bambino, ma ero presente a Marassi quando poco più di 20 anni fa conquistavi lo Scudetto, non ti ho potuto seguire a Wembley ma piansi al goal di Koeman, svaniva un sogno, forse mai più realizzabile, chissà, fu la prima lacrima per te? No, non fu la prima, perché ricordo ancora oggi il 2 aprile 1989, avevo 7 anni, un Sampdoria - Inter 0-1 goal di Mandorlini, fu la prima volta che ti vidi dal vivo, al triplice fischio finale piansi come ci fosse in ballo chissà cosa, era una partita "normale" di campionato, anche se si viveva sempre ai quartieri alti a quei tempi, uscisti sconfitta, ero un bambino, è vero, ma mi avevi già conquistato e ogni volta in cui scendi in campo, non è mai una partita "normale".

Quando sei davvero innamorato, resisti a tutto, cerchi di risolvere i problemi per ripartire meglio di prima, più uniti, coesi, come una cosa sola. Ti ho vista trionfare in Italia e in Europa, con un Vialli travolgente contro l'Anderlecht in finale di Coppa delle Coppe, mi hai fatto gioire con le prodezze di Mancini e Vialli, le parate superbe di Pagliuca, i recuperi del capitano Pellegrini, la corsa inarrestabile di Lombardo, la classe di Cerezo, l'attaccamento di Mannini, ho continuato a divertirmi con i vari Gullit, Platt, Jugovic, Mihajlovic, Chiesa, Montella, fino a quando la luce si spense in un caldissimo pomeriggio del maggio 1999 a Bologna, un ingiusto rigore a tempo scaduto ci mandò all'inferno.

Sarebbe stato facile abbandonarti, contestarti, passare dalla gradinata al salotto di casa, invece i tuoi tifosi ti si sono ulteriormente avvicinati, stretti intorno a te, 4 anni tra i cadetti ci hanno aiutato a crescere, a maturare, a comprendere la vera essenza dell'amore, a capire quanto sei importante per noi, ancora più di quanto ci aspettassimo. La rabbia nel vedere l'Arsenal conquistare il pass per la finale di Coppa delle Coppe alla lotteria dei rigori dopo che un giovanissimo Bellucci ci aveva fatto sognare con una doppietta, il vedersi sfuggire una Supercoppa Italiana già in tasca con un siluro di Mihajlovic per un goal di un Gullit appena tornato in rossonero, la partenza di Roberto Mancini, che consideravamo la nostra bandiera, erano poco o nulla rispetto a cosa ci aspettava, ti aspettava.

Sudare, combattere, giocare, vincere e talvolta perdere in campi meno blasonati, due quinti posti, due promozioni sfuggite per 1 punto, prima illudendosi che il primo anno con Ventura fossimo già promossi a metà campionato, poi non riuscendo mai a raggiungere il treno che contava l'anno seguente con Cagni. Il punto più basso doveva ancora arrivare, la quasi C1, il rischio fallimento dietro l'angolo, sembravi costretta a giocare in terza serie e ad essere bollata come una fallita. Poi sappiamo invece come è finita, cosa è successo: l'arrivo della famiglia Garrone in società, giocatori simbolo come Flachi, Volpi, Palombo, Novellino in panchina, subito il ritorno in serie A, ogni anno o quasi a giocarci un posto in Europa con Flachi, Cassano, Pazzini, poi l'imponderabile, l'imprevedibile, l'inatteso, l'inimmaginabile.

I tifosi occasionali, i simpatizzanti dicono che non ti verranno più a vedere, ma chi ti ama davvero, non ti lascerà mai, ti seguirà sempre e ovunque soprattutto quando avrai più bisogno, poco importa se sotto il sole cocente, in un diluvio, o a temperature siberiane. Chi preferirà starsene a casa si ricorderà dello Scudetto, delle Coppe vinte, dei campioni ammirati al "Ferraris" della festa post qualificazione ai preliminari di Champions dopo anni di esilio. Chi invece è consapevole di non poter fare a meno di te non si toglierà mai dai propri ricordi, avrà sempre nel cuore le esultanze di Flachi in occasione di ogni rovesciata con la tua maglia, i festeggiamenti di Vicenza per la permanenza in serie B grazie a Bernini, a quel Samp - Messina 2-1 la gara della vita, al Samp - Milan 2-1 dell'anno scorso, o a quel Samp - Udinese 3-3 con Novellino, quando la Sud, la Tua Gradinata trascinò i ragazzi a conquistare rimonte che sapevano dell'incredibile, sembra di ritornare indietro di anni, quando Gullit ti consentiva, ci consentiva di sconfiggere per 3-2 l'imbattibile Milan di Capello sotto il diluvio.

Le vittorie uniscono, emozionano, conquistano anche i cuori più tiepidi, disinteressati, sul carro dei vincitori c'è sempre spazio per tutti, le sconfitte possono allontanare, disaffezionare, disinnamorare chi credeva di avere conosciuto il vero amore, ma, col senno di poi, era soltanto una passione passeggera. Essere Sampdoriani significa essere, restare orgogliosi del proprio modo di essere, di amarti, tifare per te, della propria unicità, capace di dichiararti amore anche all'Olimpico in uno stadio deserto dopo aver perso una Coppa Italia ai rigori, al "Ferraris" pochi minuti dopo che si era concretizzata la beffa Werder Brema, dopo il triplice fischio finale con il Palermo che ha decretato una cocente retrocessione, una partita anticipata da una scooterata per accompagnarti allo stadio.

Il tuo, il nostro Presidente, il Presidente Paolo Mantovani lo aveva detto, finchè i Sampdoriani canteranno, non ci saranno problemi per il futuro. Per capire quanto sia ancora attuale la sua considerazione, è bastato viaggiare, macinare kilometri per sostenerti a Brema e a Verona: due trasferte distanti 7 mesi, in palio la Champions League nella prima occasione, la serie A ad aprile, ma nessuno se ne accorse. Le botte di Doria erano così commoventi, travolgenti, rimbombanti che si potevano sentire anche a Genova. Essere Sampdoriani significa cantare, festeggiare, essere orgogliosi del proprio dna a prescindere da cosa possa succedere in campo, nel bene e nel male, da cosa possa accadere attorno a noi, come se volessimo, avessimo bisogno, desiderassimo ogni tanto confrontarci con te in intimità, guardarci negli occhi, senza sguardi indiscreti, senza intrusi. Anche chi scende in campo vorrebbe realmente abbracciarti, arrampicandosi lungo le protezioni di un settore ospiti, vedi Flachi a Perugia in serie A, attaccandosi alle reti della gradinata, come Dionigi in un derby di serie B, oppure urlando a testa alta un grido di rabbia, orgoglio, voglia di non mollare mai, come il Pazzo nel recupero di Brema.

Non sappiamo ancora chi ti guiderà in panchina, i programmi di chi lavora per te, chi indosserà in campo la tua maglia, ma noi saremo sempre al tuo fianco, tra un sorriso, un abbraccio, un bacio appassionato, una carezza, un litigio, un pianto di disperazione, uno sfogo di rabbia, come tra veri innamorati, perché le strade dei nostri cuori sono blu, bianche, rosse, nere, bianche e blu e portano dritte a te. In qualunque stadio, in qualunque nazione, in qualsiasi occasione saremo in gradinata, canteremo per te, ci emozioneremo, piangeremo, festeggeremo, sempre insieme, ti guarderemo dal basso verso l'alto, dalla gradinata al cielo, ti guarderemo in volto, perché Sampdoria lo sai, in miniatura sei ognuno di quei tifosi che, con le loro coreografie, il loro attaccamento e un amore commovente, rendono orgogliosi tutti noi di essere Sampdoriani, di far parte di te e non avere più bisogno di sfogliare quell'album delle figurine per cercarti.

Tra poco compirai 65 anni, ma per noi sei sei sempre una Signorina, una ballerina senza età, perché l'amore, quello vero, è per sempre.


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