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Brasile 2014

Brasile, una débâcle che non sorprende

09.07.2014 14.33 di Andrea Losapio  Twitter:   articolo letto 9623 volte
Fonte: Michele Pavese per TuttoMondiali.it
© foto di Daniele Buffa/Image Sport

Se a Moacyr Barbosa non è bastato mezzo secolo per farsi perdonare dai suoi tifosi, quanti decenni serviranno ai calciatori scesi in campo ieri sera? Da ben 64 anni i brasiliani aspettavano l'occasione giusta per dimenticare quella incredibile disfatta. Il Mondiale di casa doveva servire anche ad eliminare gli spettri di un passato (quasi tutti con le fattezze di Obdulio Varela) che ancora tormentava il Paese. Ci hanno pensato i panzer tedeschi a spazzare via, in 90' da incubo, speranze e sogni carioca, in una partita che passerà alla storia come l'umiliazione più grande subita dai "maestri".

Quello tra Brasile e Germania doveva essere un match equilibrato, tra due squadre che fino a quel momento avevano dimostrato di essere alla pari (numeri alla mano). La realtà ci ha detto che queste due Nazionali non sono sullo stesso livello. La differenza c'è stata, ma è inutile marciare sopra il 7-1 finale. Il Brasile non perdeva in casa in gare ufficiali da 39 anni e non aveva mai subito sette gol tutti insieme. Le imbarcate capitano a tutti: è successo al Bayern contro il Real Madrid poco meno di due mesi e mezzo fa, è successo alla Spagna e all'Italia.

L'umiliazione del Mineirao si spiega innanzitutto con una differenza sostanziale di valori tra le due formazioni scese in campo. Il Brasile di oggi manca di talento, qualità. Di carattere. Non è il Brasile di Ronaldo, Rivaldo e Ronaldinho, e nemmeno quello di Romario e Bebeto. È un Brasile anonimo, una squadra che è arrivata in semifinale senza convincere, senza mai dare una sensazione di superiorità, di forza, di saper giocare a calcio. Troppi alti e bassi. Si è affidato ad una psicologa per vincere la paura di vincere, l'ansia da prestazione, la pressione, ma la classe non si può innestare come i sogni del film "Inception". O ce l'hai o non ce l'hai.

Questo Brasile è una squadra composta da giocatori "normali", che fa affidamento su un campione (Thiago Silva) e un potenziale fenomeno (Neymar). Entrambi sono venuti a mancare nella sfida più importante, lasciando i compagni nel caos più totale. E lo si è visto già nei primi 10 minuti: attacchi confusi, 9 giocatori nella metà campo avversaria, fasce scoperte, voragini di 40-50 metri tra i reparti.

Ma c'è di più: al Brasile (e a Scolari) è mancata l'umiltà di riconoscere i propri limiti. Affrontare la formazione più completa del Mondiale in quel modo scriteriato è da presuntuosi. Irresponsabili. Tre contropiede concessi prima del vantaggio di Muller non sono bastati a far scattare il campanello d'allarme. No, il Brasile ha continuato ad illudersi di essere il Brasile di un tempo, quello dei grandi attaccanti e dei funamboli di centrocampo. Quello dei supereroi che cambiavano le sorti di un incontro con una sola giocata. Quello di Pelè e Garrincha, non quello di Fred, Hulk e Oscar. Ha continuato a stare in campo senza una logica, quasi come se fosse una partita di calcetto tra amici, non una semifinale Mondiale. Il ritorno alla realtà è stato traumatico: in 23' si è ritrovato sotto di due gol. Con il morale a pezzi e le gambe già stanche, si è letteralmente consegnato alla straripante forza d'urto della Germania, che non ha avuto pietà e ha continuato a segnare, quasi sempre nello stesso modo.

Felipao ha le sue belle responsabilità. Non accorgersi del massacro a cui stavano andando incontro i suoi è grave. Non cambiare subito dopo lo 0-2 ancor di più. Una sostituzione avrebbe mortificato chi usciva, ma avrebbe fatto capire alla squadra che era il momento di ritrovare serenità, che bisognava cominciare ad usare la testa, che forse era il caso di limitare i danni almeno fino all'intervallo. Invece, il CT è rimasto inebetito, travolto dagli eventi, e si è inchinato di fronte ad una macchina perfetta. Una macchina costruita con pazienza, con saggezza, con criterio. Quello che servirà al Brasile per ricominciare dopo l'apocalisse.

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