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Di Canio: "Credo di avere una chance su un milione di allenare in Italia"

Intervista a Paolo Di Canio del numero 204 di Calcio2000
25.12.2014 06.01 di Chiara Biondini  articolo letto 21983 volte
Fonte: di Fabrizio Ponciroli Calcio2000- In edicola trovi il nuovo numero 205
© foto di Image Sport

Se si pensa ad un giocatore che giocava prima con il cuore che con le gambe, fra i nomi che vengono in testa c'è anche Paolo Di Canio, ex attaccante della Lazio e ora voce tecnica di Fox Sports. Proprio la passione per il calcio inglese, ha spiegato Di Canio nell'intervista concessa a Calcio2000 in uscita questo mese, è stata una delle ragioni della scelta: "Commentare mi viene naturale e onestamente il calcio inglese fa ormai parte del mio DNA".

Uno dei primi a mettersi in gioco all'estero, uno dei pochi a dire sempre quello che pensa: Paolo di Canio…
"Ho sempre avuto un debole per Paolo Di Canio. In campo mi mandava in solluchero, fuori dal campo ho sempre apprezzato il suo essere sempre fedele al suo modo di pensare, mai schiavo di niente e nessuno. Forse, a causa del suo carattere indomabile, si è perso qualche treno ma, per fortuna, è rimasto il solito inafferrabile Di Canio. Ora è a bordo di Fox Sports, deciso a raccontare il calcio a modo suo…"

Buongiorno Paolo, è un piacere sentirla commentare il grande calcio inglese su Fox Sports… Da dove nasce questa scelta?
"Dal mio istinto e dalla mia passione per il calcio inglese. Mi viene naturale commentare il calcio, mi appassiono poi, onestamente, il calcio inglese fa ormai parte del mio DNA. Fox Sports lo sa: io ho lavorato con tanti gruppi ma cercavo un luogo dove poter parlare di calcio e non dove fare salotto con inutili polemiche".

Hai parlato di istinto, forse proprio quello che ti ha portato, da calciatore, a lasciare l'Italia e sperimentare altri campionati…
"Sono sempre stato curioso. Da piccolo, al subbuteo, giocavo con la squadra del Celtic, a conferma della mia voglia di provare sempre qualcosa di nuovo e diverso. Quando ho vinto lo scudetto con il Milan (stagione 1995/96 ndr), ho capito che era giunto il momento di andare via dall'Italia. Da noi c'erano i grandi campioni, il calcio era al top, ma io volevo qualcosa di differente. Così sono andato in Scozia, al Celtic, dove ho trovato un calcio di guerrieri. È stata un'esperienza davvero costruttiva…".

Credi di essere cambiato lontano dall'Italia?
"Certo che sono cambiato. L'ambiente esterno ti condiziona sempre. In Italia avevo già girato tante città, ognuna diversa dall'altra, ma andare all'estero mi ha aperto la mente ancor di più. Io, ad esempio, non conoscevo l'inglese e ho dovuto applicarmi per imparare la lingua. Volevo calarmi nel ruolo, non solo fare il turista che sa giocare a pallone…".

Dopo il Celtic, ecco l'Inghilterra…
"In Inghilterra, allo Sheffield, ho dovuto ricominciare tutto da zero. Nuovo Paese, nuove abitudini, anche la lingua, di fatto, era molto diversa…"

Ma, da calciatore, hai avvertito quell'atmosfera di "vero calcio" di cui tutti parlano quando si soffermano sul calcio inglese?
"Sì, l'ho avvertita… Quando entri in campo, in un campo inglese, tutto è diverso. Attenzione, anche da noi c'è grande passione, lo dice uno che ha giocato alla Lazio, ma in Inghilterra è tutto diverso. Ogni gara era il massimo, in Italia ti esalti solo per qualche gara di cartello. Da loro, se vinci o perdi non fa differenza, a patto che hai dato il massimo. Ti racconto un aneddoto: alle prime gare con lo Sheffield, quando perdevamo, io ero dispiaciuto. Uscivo dallo stadio con la testa bassa, cercavo di far capire il mio stato di delusione al pubblico e, invece, loro che facevano? Mi caricavano, mi dicevano di non abbattermi, che sarebbe andata meglio la partita successiva… Pazzesco… E così, la gara successiva, eri ancora più carico e voglioso di far bene. Meraviglioso".

Tutto l'opposto rispetto all'Italia…
"Guarda a me procura un gran fastidio quello che sta accadendo ora da noi. Si cerca, in ogni modo, di esaltare il nostro calcio attuale quando, in realtà, c'è poco da esaltare. Io penso male del nostro calcio, a tutti i livelli. Il calcio italiano è in un momento disastroso. Lasciamo fuori la Juve di Allegri o la Roma di Garcia, il resto non c'è. Si dice che non ci sono più soldi. Ok, uno come Di Maria da noi non viene, eppure spendiamo oltre 20 milioni per Hernanes…".

Insomma, il calcio italiano non ti convince proprio…
"Si parla tanto di queste riforme che dovrebbero salvare l'Italia ma, al di là di discutere sul numero di squadre che debbano partecipare ai vari campionati, non mi pare di vedere nulla di concreto. Io so solamente che, ogni anno, in Italia ci sono squadre che iniziano la stagione con qualche punto di penalità e questo non è il massimo, anzi, all'estero, ci penalizza molto. Diamo l'impressione di non essere un calcio serio".

Ma alleneresti in Italia?
"Credo di avere una chance su un milione di allenare in Italia. Io ho le mie idee. Secondo me deve essere l'allenatore a fare la squadra, non il direttore sportivo. Ti faccio un esempio: da noi parlano più i direttori sportivi che gli allenatori mentre, in Inghilterra, di tante squadre non si sa neppure chi sia il direttore sportivo. Prendiamo Garcia. Un allenatore che sta portando una filosofia speciale in Italia, eppure si mette l'operato di Sabatini al suo stesso livello".

Quindi a che condizioni alleneresti una squadra italiana?
"Potrei farlo solo a patto che si respiri una mentalità nuova. Io ho solo vinto dove sono stato come allenatore e mi piacerebbe poter lavorare in un club con la massima libertà possibile. Insomma, avere carta bianca e non sempre dei dirigenti che mi condizionano. Non credo che accadrà tanto facilmente".

Ma c'è qualche allenatore che ti piace? Qualcuno che ti fa ancora godere quando guardi il calcio?
"Il nuovo modello di gioco del Borussia Dortmund mi piace molto. Klopp ha davvero fatto qualcosa di interessante. Ha proposto un gioco moderno, di atleti moderni che, oltre ai muscoli, ci mettono anche una velocità impressionante. Se penso a 15/20 anni fa, quando giocavo io, noto delle differenze incredibili. Ai miei tempi, ogni squadra, aveva, al massimo, due o tre giocatori grossi, ora sono tutti grossi. Il calcio si sta evolvendo e anche il modo di giocare deve evolversi".

In questo calcio, molto muscolare, non si rischia di offuscare il talento vero?
"No, il contrario, ora il talento si nota meglio proprio, perché è più difficile fare la differenza in campo. Se non sei un fenomeno, fatichi ad eccellere, di conseguenza, se hai talento, non passi inosservato".

Dove ti vedi tra cinque anni?
"Mi vedo allenatore, magari con qualche bel trofeo in bacheca, oppure a condurre un programma televisivo, un mio format in cui mi piacerebbe spiegare le caratteristiche peculiari di ogni calcio e calciatore. Far capire perché si comprende, al volo, se un giocatore proviene dal calcio australiano o dall'Europa del Nord, ad esempio…".

© foto di Image Sport
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