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Juve fuori, ma a testa altissima. E pensare che qualcuno critica Allegri... Conte e l'Italia, addio rivedibile. Il significato e le sfumature del "Progetto" Fiorentina

Nato a Roma, ha vestito le maglie di Parma, Fiorentina, Lecce, Perugia, Reggiana, Roma e Nazionale italiana. Ha vinto una Coppa Italia con la Roma e una Coppa delle Coppe, una Coppa UEFA, una Supercoppa UEFA e una Coppa Italia, tutte col Parma.
17.03.2016 07.04 di Alberto Di Chiara  articolo letto 45554 volte

Una serata emozionante, dove una grande Juve, senza alcun timore reverenziale, deve arrendersi al Bayern di Guardiola e dire addio ai sogni Champions solo dopo i supplementari e dopo aver ripetutamente sfiorato il terzo gol che probabilmente avrebbe ammazzato la partita. Forse proprio questo è mancato alla Juve di Allegri, semmai si volesse trovare una colpa ed un difetto ad una prestazione che ha fatto sognare il popolo juventino fino al 90esimo minuto. Peccato. La Juve ha comunque risollevato almeno moralmente e a livello di immagine un calcio italiano che ora vede solo nella Lazio in la unica squadra porta bandiera. Allegri comunque con questa prestazione ha dimostrato e a soprattutto risposto, semmai ce ne fosse stato bisogno, alle assurde critiche piovutegli addosso dopo la prestazione dell'andata, dopo che l'anno scorso aveva tra l'altro centrato una finale Champions. In certi casi le risposte più belle le da sempre il campo. Certo se avesse passato il turno avrebbe compiuto un'impresa straordinaria.

Intanto Conte annuncia il suo addio alla Nazionale dopo gli europei, con un tempismo e una gestione nella comunicazione da parte della federazione non esemplari secondo me. Volevo inoltre immergermi un po' in quel "Progetto" viola che a Firenze i Della Valle stentano a far decollare e a cui ormai i tifosi fiorentini cominciano a non credere più. Che alla fine tutto dipenda dai risultati lo si sapeva. Ma è anche vero che gli atteggiamenti, il modo di porsi a certe situazioni negative che possono sempre accadere, soprattutto nello sport e in special modo nel calcio, possono filtrare o quanto meno attutire eventuali contestazioni dovute al mancato raggiungimento di obiettivi sperati o addirittura messi in programma prima dell'inizio dei giochi. Per questo comunicazione, relazioni, rapporti diventano quantomai necessari per gestire ed affrontare al meglio situazioni o momenti di criticità dovuti per qualsivoglia motivo e che possono avvenire nell'arco di un'annata calcistica.

Il calcio non è una scienza esatta, oserei dire per fortuna, in parte è il suo bello. Ci si può programmare quanto si vuole, poi può succedere qualsiasi cosa, infortuni, un inaspettato scarso rendimento dei propri effettivi, un po' di sfortuna. Insomma formare una squadra di calcio è come costruire un puzzle, allenatore compreso, dove si spera che tutti i pezzi siano perfetti per la composizione del mosaico. Questo deve avvenire in campo ma è importantissimo che avvenga anche fuori, intendo dire nella costruzione dirigenziale, quella che deve sostenere la squadra, che deve trasmettere sicurezza, tranquillità e che deve creare una sorta di filtro e di coltre intorno allo spogliatoio per proteggere la squadra soprattutto in periodi di vacche magre. Quindi la proprietà deve certamente tutelarsi finanziariamente circondandosi dei propri uomini di fiducia che sappiano gestire i conti e creare il budget necessario per "progettare" seriamente l'annata calcistica. Ma poi, come abbiamo già detto mille volte, il calcio è una azienda che deve anche trasmettere emozioni per creare entusiasmo e simpatia, per portare conseguentemente abbonati allo stadio, per vendere magliette, insomma per creare un merchandising che faccia profitti e business. Allora ecco che servono all'interno della costruzione dirigenziale elementi che sappiano muoversi nel calcio, che abbiano una immagine pulita, professionalmente preparati ma che nel calcio hanno sempre vissuto. Che abbiano in pratica credibilità nel mondo calcistico. Che conoscano il calcio a 360 gradi. Che abbiano sempre avuto rapporti, possibilmente buoni con la stampa sia locale che nazionale, che siano conosciuti e stimati dalla città e dai tifosi, che sappiano scegliere insieme all'allenatore, a seconda del budget che la società rende disponibile, i giocatori adatti. Che tutto questo crei una sorta di sinergia tra città, tifosi e società che forma inevitabilmente un additivo in più per la squadra quando entra in campo. Molte grandi società a livello europeo hanno chi li rappresenta a livello nazionale ed internazionale, il Bayern Monaco ha in Rumenigge e Beckembauer due elementi non indifferenti che li rappresenta, ma Nedved per la Juve, Zanetti per l'Inter, tanto per tornare in Italia, il Parma, cerca di tornare tra le grandi ripartendo proprio da Nevio Scala e Minotti, insomma per i tifosi vedere seduti i tribuna tra gli altri, personaggi che hanno in parte scritto e fatto la storia della propria squadra li rende più vicini e anche se solo simbolicamente li fa sentire parte integrante di quel "Progetto" che troppo spesso viene sbandierato con poco entusiasmo e credibilità. A Firenze ci sarebbe quasi tutto. Una società solida economicamente, un tifo straordinario, una città meravigliosa e in fin dei conti il rendimento della squadra nella gestione Della Valle può considerarsi più che buono, ma non c'è entusiasmo, non c'è rapporto, non c'è comunicazione e di conseguenza chiarezza. Chi di dovere deve capire che a Firenze ci si può esaltare anche per un quinto posto, l'importante è come ci si arriva, il tifoso fiorentino guarda l'impegno, guarda l'attaccamento alla maglia, per entusiasmarsi. Al tifoso fiorentino non piace essere snobbato, trattato con sufficienza o con saccenza. Vuole far parte anche lui ,anche se solo metaforicamente, del "Progetto" altrimenti ti contesta anche se sei terzo. Al contrario invece ti sosterrebbe anche se sei ultimo. Una società di calcio deve essere costruita con gli uomini giusti al posto giusto e ognuno con le proprie responsabilità. Che sappiano creare un gruppo coeso e che ci sia sinergia anche tra i dirigenti stessi come fanno i giocatori in campo. No che nessuno si possa prendere una responsabilità. Non si può costruire una società di calcio come assumere personale che so alla "Rinascente", dove ogni dipendente fa il suo compitino e poi ad una certa ora stacca scrollandosi di dosso ogni responsabilità, ricaricandola a quello del turno successivo. In una società di calcio, spesso i tifosi si identificano con gli elementi che la rappresentano. Per questo devono essere scelti personaggi all'interno di personalità, di credibilità che se necessario possano porsi anche al dialogo con la propria tifoseria o con la stampa ed essere ascoltati. Questo vale per Firenze ma deve valere anche per tutte le altre società, che ahimè sono composte per la maggior parte da elementi che con il Calcio con la"C" maiuscola hanno avuto poco a che fare. Questo vale anche per federazione e lega sia inteso. Per far sì che un sistema funzioni ci vogliono professionalità, onestà, istinto e conoscenza. Il Calcio è una azienda che vive di emozioni in un mondo dove si stanno perdendo tanti valori, almeno nel calcio salviamo le emozioni se possibile.

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