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Milan e Fiorentina, specchi diversi della stessa crisi: rossoneri incapaci di abituarsi alla nuova realtà, viola immobili nel momento sbagliato

Nato a Roma, ha vestito le maglie di Parma, Fiorentina, Lecce, Perugia, Reggiana, Roma e Nazionale italiana. Ha vinto una Coppa Italia con la Roma e una Coppa delle Coppe, una Coppa UEFA, una Supercoppa UEFA e una Coppa Italia, tutte col Parma.
16.04.2016 10.11 di Alberto Di Chiara  articolo letto 25625 volte

Più si va avanti e più si peggiora in ogni reparto. Parlo del nostro calcio, ormai orfano di talenti e giocatori di caratura internazionale, ma sempre più carente anche sotto il profilo gestionale. Penso alle proprietà dei club, che in prima persona o indirettamente, contribuiscono in maniera negativa all'immagine del nostro movimento. Si sbaglia nella comunicazione, nella gestione delle risorse umane , c'è poca chiarezza e tanta inutile arroganza, che non fa altro che allontanare i tifosi dagli spalti sempre più vuoti. A Palermo stendiamo un velo pietoso, a Roma da parte laziale la tifoseria non va più neanche a vedere il derby. Ma vorrei soffermare la mia attenzione su due società, solide , rappresentate da imprenditori di grande statura, direi internazionale, ma che stanno sbagliando proprio dove non dovrebbero: nella comunicazione e nella gestione delle risorse umane. Milan e Fiorentina.

E' necessario dire che il Milan di Silvio Berlusconi nei 30 anni di presidenza si è distinta in tutti i sensi, vincendo ogni cosa e proponendosi come modello a livello mondiale: il mio riferimento è naturalmente nella gestione degli ultimi anni, dove scelte discutibili e gestioni di mercato non all'altezza hanno portato l'ex cavaliere a valutazioni sbagliate. Ne sono esempio i vari cambi di allenatori partendo da Allegri passando per Seedorf, poi Inzaghi fino a giungere a Mihajlovic per Brocchi. Il Presidentissimo dovrebbe capire che ormai il Milan non può più pensare di vincere come una volta. Bisogna calarsi in una nuova realtà e chiarire una volta per tutte che il Milan attuale non può che essere un lontanissimo parente del club stellare di un tempo. Ci vogliono chiarezza e programmazione. Lo stato attuale delle cose impone di progettare una squadra, cosa che mi pare Berlusconi abbia già accennato, costruita sui giovani magari italiani per valorizzarli e per reiniziare un nuovo ciclo in una nuova realtà. Basta sparare sul pianista, i problemi sono a monte.

A Firenze il discorso è un po diverso. Nel senso che a differenza del Milan di Berlusconi c'è una storia più recente da raccontare e sicuramente una bacheca di trofei ancora vuota da parte della società viola da riempire. Mi riferisco alla gestione Della Valle. Gli imprenditori marchigiani sono partiti dalla vecchia C2 e da 14 anni sono al timone: la loro priorità è sempre stata quella di far quadrare i conti come è giusto che sia, oltre a promettere mari e monti. Ma il loro errore più grosso è stato quello di non essere mai riusciti ad entrare nelle vene di una città e una tifoseria che si aspettava tanto. Ma per arrivare a certi obiettivi e rimanere credibili serve una parola magica: passione. Solo con quella si trasmettono emozioni e credibilità nei confronti della propria tifoseria. Comunicazione, chiarezza, passione sono elementi cardine per gestire un club. Nel calcio, a differenza di altre aziende dove i conti le scelte e le decisioni si valutano di anno in anno, le situazioni cambiano e si evolvono di settimana in settimana o meglio di partita in partita. Ora la proprietà interviene sul momentaccio viola, dicendo che all'inizio si sarebbe firmato per trovarsi nella situazione di classifica attuale. Questo può essere pure vero. Ma come dicevo poc'anzi, le chiavi di lettura nel calcio vanno interpretate di partita in partita, e in un campionato scarso come quello in corso, con una Juventus che ti regala quasi l'intero girone di andata e ti consente di essere quasi campione d'inverno al giro di boa, ecco che la chiave di lettura che potevi avere all'inizio della stagione cambia totalmente di prospettiva. Come il Leicester di Ranieri che all'inizio aveva come obiettivo la salvezza, in corso d'opera si sono accorti che poteva essere il momento buono di cambiare prospettiva e pigiare l'acceleratore, quello della passione, dell'emozione e magari anche quello di un ulteriore sforzo economico un po' fuori dai parametri per entrare nella storia. Insomma un po' come cogliere l'attimo. A Firenze invece, nel momento in cui c'era da accelerare, fomentando entusiasmo e fiducia, non è stato battuto ciglio sia sotto il profilo prettamente economico con un mercato di gennaio al risparmio, ma soprattutto sotto il profilo della comunicazione: un piattume più assoluto. Frasi fatte, supponenza e arroganza inopportuna, l'hanno fatta da padrona. In alcuni casi c'è stato poco filtro tra società e l'allenatore, sono venuti fuori solo malumori nel momento in cui invece c'era bisogno di mostrare entusiasmo e unità di intenti per far salire sul carro tutta la città. Ma il carro a Firenze è rimasto fermo nel momento meno opportuno.

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