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Quattro moschettieri in vetta al calcio italiano: Mancini e Sousa, personalità da vendere, ma Sarri e Garcia hanno il materiale migliore

Nato a Roma, ha vestito le maglie di Parma, Fiorentina, Lecce, Perugia, Reggiana, Roma e Nazionale italiana. Ha vinto una Coppa Italia con la Roma e una Coppa delle Coppe, una Coppa UEFA, una Supercoppa UEFA e una Coppa Italia, tutte col Parma.
08.11.2015 07.48 di Alberto Di Chiara   articolo letto 52389 volte

In un campionato più che mai equilibrato, senza un dominatore assoluto, dove non emergono grandissime individualità, ecco che a fare la differenza in maniera assoluta diventa più che mai l'organizzazione di gioco, la preparazione fisica, lo spirito e l'atteggiamento con cui le squadre entrano in campo. Caratteristiche importanti anche in precedenza, ma che venivano spesso compensate dalle giocate o invenzioni tecniche individuali di grandi campioni che ora, ahimè, latitano.

Ecco dunque emergere e diventare determinante, in questo periodo di vacche magre, la figura dell'allenatore, colui che deve tirare fuori dai propri giocatori il meglio anche quando proprio il meglio magari non c'è. Un po' come tirar fuori il sangue dalle rape in pratica. Prendiamo ad esempio i quattro allenatori che ad ora stanno comandando il campionato: Mancini, Sousa, Garcia, Sarri. Ognuno con caratteristiche diverse e con diverse potenzialità, stanno cercando di portare le loro compagini a coronare quel sogno scudetto che, in special modo negli ultimi quattro anni, era diventato un tabù o un monopolio assoluto per lo strapotere juventino. I "quattro moschettieri" del calcio italiano, li chiamerei così, anche se nelle loro sfide non sempre usano il fioretto per ottenere la vittoria finale. Mi riferisco in particolar modo all'Inter di Mancini. E' la squadra tra le quattro che ha speso di più sul mercato, un team che fa della forza fisica la sua caratteristica principale e ha nella difesa un punto di forza non indifferente. I pochi gol subiti, i sei uno a zero fin qui ottenuti, sono dati che caratterizzano ancor piu le peculiarità sopra citate della compagine di Mancini. La razionalità, oltre a un pizzico di fortuna, sono doti che possono anche fare la differenza a volte. Tra le quattro, sotto il profilo del gioco, è quella che ha ottenuto più del dovuto. Ma ha un grande potenziale e non è impegnata nelle competizioni europee.

Veniamo a Sousa. Forse la sorpresa più bella, visto il gioco fin qui espresso dalla sua Fiorentina. Dopo la campagna acquisti e vendite, le discutibili gestioni contrattuali dei vari Neto, Montella, Salah, Milinkovic-Savic, lo scetticismo regnava imperante tra i tifosi viola. Il tecnico portoghese è stato bravissimo a sapersi imporre in un ambiente inquinato dalle polemiche, riuscendo ad entrare nelle vene e nelle simpatie dei fiorentini, prima col carattere e la personalità, poi con i risultati e il bel gioco espresso in campo. Ha saputo valorizzare al meglio gli acquisti, direi azzeccati da parte della società, steccando solo nelle partite europee, forse per una gestione del turnover troppo decisa, vista che la rosa, ancora da completare, non glielo poteva permettere. Sousa si accomuna a Mancini per la spiccata personalità e il passato di calciatore di alto livello. Un particolare che apprezzo moltissimo infine, è che entrambi non scrivono in panchina durante la partita. Mi spiego. Non riesco a capire cosa possa scrivere un allenatore, quando dalla panchina non c'è visivamente la prospettiva per poter decifrare al meglio i movimenti dei propri giocatori. Dalla panchina c'è bisogno semmai della spinta emotiva che un allenatore può esprimere attraverso le sue sensazioni. Capire come sta psicologicamente e fisicamente un tuo giocatore per incoraggiarlo, motivarlo o cambiarlo se lo ritiene opportuno. Poi gli accorgimenti tattici perlopiù si analizzano con i propri collaboratori attraverso le immagini della partita e quindi da una prospettiva adeguata. Mi è sembrata quasi più una moda, scrivere in panchina. Fa sembrare un allenatore un personaggio più impegnato intellettualmente forse? Il tutto è iniziato con Arrigo Sacchi, creando la corrente dei famosi teorici del calcio. Allenatori bravi, ma che per la maggior parte il calcio non lo avevano mai praticato agonisticamente.

Ed eccoci arrivati a Garcia e Sarri. Per la verità Garcia al calcio un po' ci ha giocato, anche se non a livelli stratosferici, a differenza del bravissimo Sarri che l'esperienza l'ha maturata solo nei suoi pensieri dietro una scrivania in banca da quello che so. Sono due allenatori che comunque hanno saputo dare fino ad ora una impronta e una spiccata personalità alle proprie squadre. Tra le quattro, è loro l'attacco più tecnico e temibile, ma resiste anche qualche problema in fase difensiva. I due tecnici hanno comunque avuto la forza e la bravura di imporsi in due città difficilissime come Roma e Napoli e soprattutto città e squadre con delle aspettative notevoli. Sono d'accordo con un vecchio adagio di Carletto Mazzone, sicuramente non un adepto della corrente dei teorici: "Un allenatore deve essere come un sarto, non può usare un sola taglia, ma adattarla a seconda del cliente che ha". Un allenatore bravo non deve saper applicare solo un tipo di tattica, ma avere la bravura di applicarla in base alle caratteristiche tecniche dei giocatori che ha a disposizione, teoria che ha sempre applicato anche mio fratello Stefano, allenatore di lungo corso. Per capire il momento difficile che il nostro calcio sta vivendo attualmente, invito chi ancora non lo avesse fatto, ad andarsi a leggere le parole dette da Alessandro Lucarelli un paio di giorni fa in una intervista ripresa dalla Gazzetta dello Sport: un memento utile a rendersi conto da chi e come il calcio italiano viene gestito.

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