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Editoriale

Berlusconi: a lui Kovacic piace. Berlusconi sdrammatizza il Faraone... Mancini: il mercato in panchina. Mosca-Roma come Bilbao-Napoli: attenzione. Garcia: più freddo e razionale l'anno scorso

Nato a Milano il 10 Maggio 1965; Giornalista Professionista dal 1994. Dopo le esperienze professionali di carta stampata (La Notte e Il Giorno) e televisive (Telelombardia, Telenova, Eurosport), dirige Milan Channel dal 16 Dicembre 1999.
29.11.2014 00.00 di Mauro Suma  articolo letto 24553 volte

C'è un apprezzamento implicito nelle parole del presidente del Milan di ieri. E non è rivolto ad un suo giocatore, ma ad un avversario. I complimenti ad Essien per il gioco di interdizione fatto su Kovacic nell'ultimo derby, richiamano alla memoria lo sfogo presidenziale di quell'estate 2000. Ne fu oggetto Zoff. Bisognava fermare Zidane…era la finale europea fra Italia e Francia a Rotterdam. Alluvione di polemiche. Nella concezione di Silvio Berlusconi è fondamentale inaridire la principale fonte di gioco avversaria, il giocatore di maggiore talento. Che, secondo il presidente Berlusconi ma non secondo Mazzarri, e nemmeno secondo Mancini che lo ha decentrato sulla sinistra, in casa nerazzurra è proprio il nazionale croato Mateo Kovacic. Il numero uno rossonero ne ha intuito non soltanto la potenzialità, ma anche l'importanza. La speranza, per i tifosi rossoneri, è che dall'altra parte della città non colgano il suggerimento implicito.

Le immagini di Milan Channel del discorso del presidente alla squadra, sempre ieri a Milanello, hanno regalato il primo sorriso della settimana da parte di Stephan El Shaarawy. Quando ha sentito parlare del suo ciuffo e della testa da reclinare al momento del tiro, il giovane attaccante rossonero si è divertito. Gli ha fatto piacere godere delle attenzioni del protagonista e gli è piaciuto il modo bonario con cui gli si è rivolto Silvio Berlusconi. Era fondamentale che Stephan ridesse di quella traversa. Ha tenuto la testa bassa per fin troppi minuti per quella giocata che può capitare. Errore importante e decisivo per carità, non nascondiamolo. Ma non sarà certo l'ultimo e non va drammatizzato. Via, resettare, si riparte. Stephan è forte, è un attaccante completo, di gamba e prestazione, non un goleador. Ci sta che gli riescano i gol d'autore come quello di Genova e che vadano sulla traversa i gol da bomber puro come quello di domenica sera. Ma la vita continua e il calcio offre sempre un'altra palla.

Da illo tempore sosteniamo che il mercato estivo dell'Inter sia stato oggetto di un luogo comune: intelligente. Ma non efficace. Non all'altezza. Il classico mercato che non ti cambia la vita. E questo non va inteso come rilievo a Piero Ausilio che è persona di calcio perbene, molto competente e molto preparata. Ausilio ha centrato il delta fra opportunità di mercato e disponibilità di cassa. E' stato bravo e ha fatto bene. Ma del suo mercato non ci è piaciuta la propaganda che altri, tifosi ma non solo tifosi, ne hanno fatto fuori dalla sua sfera dirigenziale. L'operatività di Ausilio non si discute, ma la sopravvalutazione mediatica e di popolo del mercato estivo nerazzurro resta eccessiva. E lo ha dimostrato proprio Roberto Mancini che, nella partita della scossa, nella partita che l'Inter più forte del Milan doveva vincere ma che poi per motivi strani e misteriosi è diventata un successo aver pareggiato, ha tenuto gentilmente fuori quattro quinti del mercato intelligente. Non ha giocato Medel per via di una squalifica abbastanza maldestra rimediata contro il Verona. Idem Vidic perché giocavano Juan Jesus e Ranocchia, idem M'Vila perché giocava Kuzmanovic, idem Osvaldo perché giocavano Icardi e Palacio.

Il Napoli ci ha messo più di un mese per riprendersi dalla botta di Bilbao. Il Club azzurro attendeva la spinta economica giusta dalla qualificazione Champions, ci puntava, ci contava. Anche per dare la giusta ribalta ad alcuni dei suoi big. E invece la mazzata del San Mames è pesata per diverse settimane, in Campionato, sulle gambe e sul morale della squadra di Benitez. Più o meno la stessa situazione è all'ordine del giorno per la Roma. Il club di Sabatini che ha fatto follie non da poco sul mercato, attendeva il conforto della Champions League per il suo bilancio e per lo slancio da dare alla crescita della squadra. E Champions era. Ottavi belli caldi e confezionati, fino a quella palla persa da Strootman. Mancavano 40 secondi. Gol del Cska. E come arrivare in cima ad una dura salita e poi tornare indietro. Il contraccolpo può essere di quelli duri. Anche in casa Roma, a parte qualche sprazzo di Iturbe a inizio stagione, il mercato non ha granchè rinforzato la squadra dell'anno scorso. E la Champions, spietatamente onesta sul momento della Roma, rischia di essere un fardello non da poco anche nel duello con la Juventus.

La sensazione generale, da lontano, è che Garcia l'anno scorso fosse più freddo, più razionale, più cecchino. Anche più abbottonato ed essenziale. Quest'anno appare più personaggio, più retorico, più invasivo. Quella sostituzione di Nainggolan con l'ingresso di Strootman, fatalmente freddo nel momento forse più caldo dell'intera stagione giallorossa, sembra confermarlo. Sono Garcia e quindi rischio, posso permettermelo: non vorremmo fosse stato questo lo stato d'animo del tecnico francese nel momento decisivo più decisivo di tutti. La Roma e soprattutto la città di Roma devono gestire e disciplinare certi umori, non bisogna infoiarli. Ci vuole la stessa mano, molto meno emotiva e molto più fredda, del Garcia dell'anno scorso per provare a far rendere al meglio gli ulteriori e costosi sforzi di mercato fatti dalla Società nel corso dell'ultima estate di lavoro.

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