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Bonaventura: che amarezza. Boateng: largo alle verginelle. Ancelotti: guarda l'oceano e sente Cr7. Real Madrid: Higuain supera Morata

Nato a Milano il 10 Maggio 1965; Giornalista Professionista dal 1994. Dopo le esperienze professionali di carta stampata (La Notte e Il Giorno) e televisive (Telelombardia, Telenova, Eurosport), dirige Milan Channel dal 16 Dicembre 1999.
12.12.2015 00.00 di Mauro Suma   articolo letto 40341 volte

Giacomo Bonaventura è dovuto intervenire in diretta tv per far notare al mondo che non è un pupazzo che si fa manovrare da questo o quello nella scelta del suo procuratore. Ma, nella furia del risiko anti-Galliani dall'alto, il grande potentato tv che sfrutta la scia di Paolo Maldini una settimana prima dell'assemblea sui diritti tv di ieri, e dal basso, il mondo dei procuratori come sempre attraversato da una naturale fame di guadagni, nessuno lo ha ascoltato. Stiano tranquilli i tifosi rossoneri, Jack non è cambiato, è sempre lo stesso ragazzo acqua e sapone che non esce la sera se il Milan perde o pareggia, che sorride e fa battute se il Milan vince. Lo stato dell'arte di oggi è che si tratta di storie lontane da chi fa sacrifici per comprare il biglietto la domenica: per tentare di essere precisi, al giocatore rossonero è spiaciuto aver cambiato procuratore, ma il modo in cui il suo passato si sta comportando lo ha convinto di aver fatto una ottima scelta. Galliani sparito? Forse perché magari non voleva più sentirsi chiedere al telefono di intervenire sul ragazzo per convincerlo a non cambiare procuratore, rapporti nei quali un dirigente esperto non entra mai. E Jack, che fin dai suoi primi mesi al Milan nel 2014 non diceva nulla per rispetto ma non gradiva il troppo spazio riservato al suo procuratore piuttosto che a lui stesso (il rinnovo non centra nulla, è stato così ahinoi fin dall'inizio anche se noi stessi lo apprendiamo adesso), rimane attonito quando riceve voci di altri procuratori che magari ricevono altre telefonate per non prendere la sua procura. Insomma storie lontane dalla carne viva della gente, dal sangue che scorre della passione per il calcio. E' questa una delle sfumature dell'aria strana ottimamente colta, e non da oggi, da Sinisa Mihajlovic.

Tutte le verginelle in servizio permanente effettivo che hanno già dato o che non vedono l'ora di dare la loro augusta interpretazione sull'operazione Boateng al Milan, faranno prima melina e poi marmellata. Prima fingeranno di non sapere come è effettivamente andata e poi faranno tutto un conto al solito Galliani perché nell'era dell'aria strana va ormai di moda. Assisteremo divertiti e disincantati. Ma senza dire una parola in meno o una parola in più, senza fare il gioco delle etichette che il fronte composito dell'aria strana da tempo tenta di appiccicarci addosso senza capirci nulla. Siamo adulti e vaccinati e sappiamo quindi oggi come ieri e ieri l'altro che il Milan è sempre uno, che le decisioni finali, su questo non c'è dibattito, sono sempre une e non bine o trine. Direttore sportivo o non direttore sportivo, ritorni o non ritorni, errori di mercato o buone scelte di mercato, cose che ci stanno sempre (vedi i 350 milioni di euro di flop del Manchester United): insomma senza il sì finale e definitivo del presidente Berlusconi al Milan non succede nulla. In particolare nel caso di Boateng, esattamente come per Balotelli, non con un atto di forza ma con un metodo: il giocatore prima messo alla prova e poi valutato effettivamente sul campo, nel lavoro, nei comportamenti, dall'allenatore.

Carlo Ancelotti in pubblico è godibile, sereno, impeccabile come sempre. Lo è anche in privato. Solo che magari gli scappa qualche barzelletta e qualche racconto in più. E' stato così a Milano e a Londra, è stato così a Parigi e a Madrid. E' così anche a Vancouver, dove fra uno sguardo sull'Oceano e l'altro, Carletto non può fare a meno di rispondere al telefono, anche perché il suo rapporto con lo spogliatoio del Real è lo stesso, sorridente ed idilliaco, dell'immediato post-partita della magica notte della Decima al termine della Finale con l'Atletico. Ed è probabilmente da una di queste chiamate del cuore, che Ancelotti deve essersi convinto che Cristiano Ronaldo lascerà questa volta davvero il Club merengue a fine stagione. Certo che per Rafa Benitez, il passato ritorna. Non manca ancora oggi chi racconta delle telefonate dei giocatori interisti da Appiano a Madrid, dove allora c'era Mourinho, per raccontare ridacchiando o indignandosi questa o quella frase del nuovo tecnico Benitez all'inizio della stagione 2010-2011. Crediamo che la cosa si stia ripetendo, in direzione Canada questa volta. Il consiglio a Rafa è di guardarsi bene attorno, di essere più avvolgente e più prudente con tutte le stelle con cui lavora: il modo in cui dice le cose a cotanti big, non funziona. Ecco perché a Madrid rischia di finire male non solo per lui ma anche per il Club che con ogni probabilità perderà CR7.

Lo scenario di un Cristiano Ronaldo lontano dal Santiago Bernabeu infiammerà la prossima estate di calciomercato, fra quelle tre-quattro società che possono permettersi un giocatore così: PSG, Manchester City, Bayern Monaco, Barcellona. In questo caso, il Real Madrid avrà più soldi del solito da spendere e priorità uno sarà l'attacco, il centravanti. Scolorito per tanti motivi Benzema e alle prese con una stagione in chiaroscuro Morata, il presidente Perez andrà come sempre su un crack in grado di fare la differenza subito e di far vincere subito la sua squadra. Cavallo di ritorno per cavallo di ritorno, questo Pipita, mezzo Higuain e mezzo Ibra, che sta mozzando il fiato di tutto il mondo del calcio, non potrà che essere un pensiero fisso per la dirigenza merengue. Napoli, che sta spremendo il massimo da Higuain in questa stagione, a malincuore capirà come per Cavani e si consolerà con un grande mercato generato dalla gigantesca plusvalenza derivante dal Pipita. E la vita del grande calcio continuerà.

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