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Editoriale

Caro Lotito, non sono i piccoli club ad allontanare gli sportivi dallo spettacolo-calcio. Ora basta mungere le tv, il calcio deve trovare risorse negli stadi di proprietà e nei settori giovanili

15.02.2015 00.00 di Raffaele Auriemma   articolo letto 27539 volte
© foto di Daniele Mascolo/PhotoViews

Ma siamo davvero così sicuri che una serie A composta solo da squadre che rappresentino grandi bacini d'utenza, determini di conseguenza un numero maggiore di abbonati per le tv a pagamento? No, se il presupposto a sostegno di tale composizione sia quello ipotizzato da Claudio Lotito: scoraggiare le piccole realtà territoriali nel loro quotidiano sforzo di primeggiare nel torneo cadetto, per favorire (il consigliere federale dovrebbe anche spiegarci come) quelle che porterebbero un numero maggiore di risorse al tavolo della spartizione dei diritti televisivi per le società che frequentano il massimo torneo. Basta con questo senso di irregolarità ormai comune alle cose del calcio nostrano. Negli ultimi 10 anni il pallone è stato macchiato così profondamente nella sua intima essenza di sportività, che proprio non era il caso di dare un'altra mano di irregolarità su quel muro già macchiato e claudicante, dietro il quale restano sbigottiti milioni di appassionati che temono di essere travolti dalle macerie di un sistema che sta crollando. Solo in questo ha ragione Lotito, il calcio italiano rischia il fallimento, soprattutto quello morale. Perché chi guarda le partite comincia a pensare che tra arbitri dotati di sim personali, calciatori dediti alle scommesse per lucrare in proprio e adesso campionati da costruire a tavolino per allargare il bouquet di fruitori tv, il calcio non sia più uno sport trasparente e cristallino da meritare di essere seguito con gli occhi di chi ancora pensa che il pallone sia rotondo. E che appartenga ancora ad una federazione che porta nell'acronimo Figc la parola "giuoco", tale da trasmettere la sensazione che il successo vada sempre a chi è più bravo e non a chi può portare più risorse alla serie A, che lo scudetto possa ancora essere vinto da realtà come Verona e Cagliari. Se, invece, lo spirito è cambiato, sarà sufficiente sostituire in FIGC il sostantivo "giuoco" con un più eloquente "business" e cercarsi altri utenti a cui proporre un prodotto che tutti saprebbero essere manipolato a piacimento. Davvero converrebbe fare tutto questo oppure sarebbe meglio che, come ha chiesto il sottosegretario Delrio, "il calcio venga cambiato profondamente"? Cominciando dagli uomini, perché solo così potranno essere portate nuove idee a sostegno di una realtà sportivo-economica che sta perdendo affiliati e non per colpa delle squadre che non determinano un grande appeal nei confronti dei network a pagamento. Se ne faccia una ragione Lotito e tutti quelli come Lotito: quella della tv è una mammella già munta a sufficienza e tanto di più non può garantire. E comunque non sarebbe sufficiente per stare al passo di campionati come la Premier, la Bundesliga e la Liga, dove le risorse arrivano da altri fronti. In Italia bisogna cominciare a riportare la gente allo stadio e per farlo bisogna costruire impianti di proprietà, per accogliere in maniera degna il fruitore dello spettacolo. Quella dello stadio deve diventare una voce attiva di bilancio, tale da integrare e forse raggiungere quella proveniente dai diritti tv. E poi, i vivai. Il settore giovanile, guarda caso, viene curato molto meglio da quelle piccole società che Lotito vorrebbe tenere confinate in un recinto di retroguardia perché incapaci di produrre reddito attraverso il prodotto tv. E che invece vincono di più, spesso grazie a quei ragazzini da loro reclutati, allevati e poi venduti al miglior offerente. Fino a quando i dirigenti del calcio, FIGC e Leghe, non capiranno che il rilancio deve passare attraverso gli investimenti e non l'accumulo di denaro pay, ci sarà sempre un Lotito che penserà al pallone solo come ad uno strumento per fare e bruciare il danaro degli sportivi-spettatori.

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