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Editoriale

Caro Vidic, hai ragione, ma tu non sei figlio di Lotito. I dialoghi non troppo immaginari tra il Cav e Pippo. Direttori sportivi: c'è chi conta e chi subisce

Alfredo Pedullà è nato a Messina il 15 aprile 1964. Lavora a Sportitalia, giornalista per passione e convinzione. Il più bel premio ricevuto è l'affetto della gente
22.09.2014 00.00 di Alfredo Pedullà  Twitter:   articolo letto 44383 volte
© foto di Federico De Luca

Nemanja Vidic è cascato dal pero, all'improvviso. E ha dichiarato, papale papale: "In Italia sono tutti simulatori, manca l'onestà". Grande professionista, un affare prenderlo a parametro zero da parte dell'Inter, a prescindere dal grave errore che ha condizionato non poco Palermo-Inter. Ma mi chiedo, e vi chiedo, cosa pensava di trovare in Italia il signor Nemanja? Dove giocava fino a pochi mesi fa, in Inghilterra oppure in Papuasia? Non gli arrivava l'eco di un casino al minuto, senza soluzione di continuità.
Vedi, Nemanja, ti spiego. Noi siamo figli di Lotito, non tutti ma quasi tutti, e tu no. Noi le regole le conosciamo, tuttavia spesso le ignoriamo e le aggiriamo. Assistiamo a mille incidenti pre o post partita e nulla succede dopo. Al massimo qualche dibattito stucchevole, i soliti pistolotti, leggi zero. Noi siamo quasi tutti figli di Lotito, e tu? Tu no. Tu hai assistito a profondi cambiamenti in tanti anni da leader del Manchester United: la violenza è stata in qualche mondo aggirata, chi ha sgarrato è stato sbattuto dentro, chi si è ravveduto è stato riabilitato. Non parlo di aspetti tecnici o tattici, mi basta semplicemente capire il tipo di atteggiamento complessivo di un Paese civile che ha saputo isolare e stangare i malintenzionati.
Qui, caro Nemanja, si viaggia al contrario. Non ci sono regole. E quando dovrebbero esserci vengono calpestate. Rispettate mai. Come chi passa all'incrocio con il semaforo rosso, fa un frontale e poi pretende di avere ragione. Hai conosciuto Lotito? Fai conto che sia il tuo capo, anche se non sei un suo "figlio" devi adeguarti, visto che hai deciso di frequentare la serie A. Gli stadi fanno schifo e tu arrivi da un mondo dorato, mediaticamente si parla più di un Lotito in tuta alla vigilia della partita di una Nazionale che dei 1615 problemi al giorno che dovrebbero essere risolti senza perdersi in mille chiacchiere e in troppe parole al vento. Ciao Vidic, sei un grande campione, ma non cascare dal pero all'improvviso, cosa ti aspettavi di trovare? Noi che siamo disperati, e quasi tutti figli di Lotito, dovremmo lamentarci davvero, molto più rispetto a quanto non abbia fatto tu.
Pippo Inzaghi merita tutta la fiducia di questo mondo: non siamo tagliatori di teste, né appartiamo alla categoria (molto ben rappresentata) che dopo un mese o due mette in discussione l'allenatore. Però, partendo dal presupposto del "bel giuoco" invocato dal Cavaliere, alias Silvio Berlusconi, intuiamo un dialogo non troppo immaginario. Soprattutto dopo l'ennesima visita a Milanello: Berlusconi è stato da quelle parti più nell'ultimo mese che negli ultimi due anni. Il dialogo non troppo immaginario, eccolo. "Pippo, ma ci siamo messi tutti in difesa?". "Pres, ma la Juve era troppo forte". "Ti avevo raccomandato, vincere sarebbe stato fondamentale". "Ci abbiamo provato". "Provato, facendo un bunker che neanche buonanima di Helenio Herrera...". "Le intenzioni erano diverse, pres". "Che non succeda mai più, si ricordi il bel giuoco". "Certo, pres, mica troveremo sempre la Juve...". Ora, giusto che Inzaghi abbia tutto il tempo possibile per trovare una quadratura. Ma appartengo al partito che sostiene come, all'interno di una prevedibile sconfitta contro la Juve, il Milan avrebbe dovuto dare segnali diversi. Ci sono sconfitte e sconfitte, ci sono modi e modi, ci sono scorciatoie e scorciatoie. Quando giochi in casa, lo stadio è pieno e ti chiami Milan, non puoi esibirti come se fossi il Chievo (con tutto il rispetto) al cospetto della squadra reduce da tre scudetti di fila. Tanto, se quello è l'atteggiamento, prima o poi il gol lo becchi. E allora sarebbe più giusto metterci un minimo di coraggio in più e un carattere più da Milan. Magari la perdi lo stesso ma ti resta in testa una fotografia migliore, più decente. E infatti ecco il Berlusca che sbotta: "Io a Milanello posso anche andarci o tornarci, ma se poi non fanno quello che dico...". Avevate un minimo dubbio?
Il mondo è bello se a colori. Il mondo dei direttori sportivi è variopinto, beato chi conserva un minimo di autonomia. Facciamo un rapido sopralluogo: in serie A il Milan ha Galliani in tutto e per tutto; l'Inter ha finalmente responsabilizzato Ausilio; la Juve punta su Paratici; la Roma cavalca la tigre Sabatini; l'Atalanta ha aggiunto Sartori a Marino rafforzando il management; la Fiorentina non prescinde da Pradè-Macia. In molti di questi casi l'autonomia è garantita, nel pieno rispetto di equilibri quasi totali. Altre cose non le capisco: per esempio il vero ruolo di Tare alla Lazio, già perché Lotito decide anche i turni dei magazzinieri, oppure quello di Bigon a Napoli, spesso stritolato dagli accordi o presunti tali tra Benitez e De Laurentiis. Il Sassuolo ha una bella ciurma, ma poi le decisioni sono dell'amministratore delegato Carnevali. Il discorso vale in casa Toro dove gli umori di Cairo lasciano le briciole o quasi ai collaboratori. Il vero ruolo è sintetizzato da Foschi che a Cesena ha il controllo totale, ha costruito un mercato quasi a zero euro per andare in serie A e nella massima serie gli hanno dato... cinque euro in più per fare la squadra. L'autonomia totale è rispettata da Sogliano a Verona, alla Samp è stato bravo Osti a resistere a mille illazioni e a tanta gente che ci ha provato a scavalcarlo. In casa Genoa resiste il paradosso Capozucca che lavora e di sicuro non fa danni pur non avendo la stima del figlio di Preziosi. Poi, al momento di regolarizzare la situazione, c'è sempre un intoppo, un rinvio o chissà cosa.
Ci sono gli esempi opposti: a Catania la squadra l'ha costruita Cosentino, che faceva l'agente; stesso discorso a Bologna con Filippo Fusco. E' come se al geometra dessero, all'improvviso, l'appalto dei lavori, non è la stessa cosa. L'esatto contrario a Carpi dove Giuntoli è deus ex machina, oppure a Crotone dove Ursino lavora dodici mesi su dodici per scovare i migliori giovani in circolazione. Senza dimenticare l'attivismo dei vari Angelozzi a La Spezia e Faggiano a Trapani, gente che ci mette spesso la faccia e non solo quella. Urge una riflessione. E come in tutti i momenti di qualsiasi vita professionale c'è chi ha personalità e competenza, chi fa la spugna, chi conta meno del due di briscola, chi subisce e chi neanche è capace di subire. O mia bella autonomia...

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