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Che nostalgia dell'estate del 1980, quella degli stranieri... domanda: ma perché nessuno va in galera in Italia?

Nato a Magenta il 28/4/1974, giornalista professionista dal 2001. Vanta collaborazioni con diverse testate web e cartacee, oltre ad esperienze da telecronista. Opinionista Campionato dei Campioni. Direttore del mensile cartaceo CALCIO2000
04.03.2015 00.00 di Fabrizio Ponciroli   articolo letto 25276 volte
© foto di Federico De Luca

Gli anni passano, inesorabili. Il calcio è sempre al centro delle mi attenzioni anche se, lo ammetto, l'entusiasmo del passato è meno straripante. Nessun doppio fine a sfondo razzista ma mi piange il cuore nel vedere così tanti stranieri nel cacio italiano di oggi. Vero, ultimamente qualche segnale incoraggiante c'è stato, ma lo straniero è ancora enormemente diffuso in Serie A. Non credo si possa invertire la rotta ma, signori, che nostalgia dell'estate del 1980. In quell'anno, dopo anni di "frontiere chiuse", il calcio italiano decise di riabbracciare gli stranieri. Anche se ero davvero piccolino, non posso dimenticare l'euforia che si respirava nel leggere di grandi campioni (o presunti tali) pronti a sbarcare nel nostro campionato. Penso al colpo della Roma: Paulo Roberto Falcao, un acquisto da mille e una notte. E che dire di Brady? Acquisto bianconero. Da prima pagina che gli arrivi di Prohaska, Bertoni e Krol, rispettivamente messi sotto contratto da Inter, Fiorentina e Napoli. Che bei tempi. Ecco, poi ci sarebbe da parlare dei vari Danuello, Eneas e Fortunato ma non è il caso… Invece è da rimarcare come, allora, lo straniero fosse visto come qualcosa di magico, unico, cristallino. Loro erano la ciliegina sulla torta, una torta completamente Made in Italy. Ora, purtroppo, è l'esatto contrario: l'italiano è la rarità, la ciliegina sulla torta all'interno di un roster spesso a tinte straniere (fatte le debite eccezioni, tipo Sassuolo, Empoli e, per certi versi, Juventus). Non so come mai si sia arrivati a questo punto? Legge Bosman? Globalizzazione? Costi dei cartellini degli stranieri meno proibitivi? Paura di lanciare i giovani italiani? Probabilmente un insieme di queste ragioni… Certo è che, la disaffezione del pubblico nei confronti del nostro calcio, a mio avviso, sta anche in questa estrema esterofilia. Che sia chiaro: i campioni sono sempre ben accetti ma, visto che, al giorno d'oggi, i campioni (quelli veri) se ne vanno a giocare altrove, perché non pensare a come "limitare" l'invasione straniera? Un minimo di giocatori italiani o comunque cresciuti nei vivai dei vari club italiani potrebbe aiutare? No, non penso che servano regole. La voglia di azzurro deve crescere dall'interno, senza condizionamenti, così come, nel lontano 1980, crebbe la voglia di stranieri. Si dice che il calcio sia un continuo susseguirsi di cicli. Che sia arrivato il momento dell'azzurro? Sfogo nostalgico a parte, passiamo alla questione, annosa ma, ahimè, attuale, del "caos Parma". Ogni giorno, come nelle più tradizionali telenovelas argentine, assistiamo ad un nuovo clamoroso sviluppo. Mi sono già espresso molto sulla vicenda ma c'è un quesito che mi ronda nella testa da tempo: ma perché in Italia nessuno va in galera? Ma quali inibizioni, multe, tirate d'orecchie o prese di responsabilità, qui c'è da capire chi deve finire in galera… Il danno è enorme. Non solo per il Parma (e ci metto dentro tutti, dalla città ai tifosi, passando per fornitori, dipendenti e giocatori) ma per tutto il movimento calcistico italiano. Ma perché certe aziende di primo livello dovrebbe pagare milioni e milioni di euro per un prodotto, la Serie A, in cui possono accadere simili situazioni? Ha detto bene Caressa: "Devono tintinnare le manette"… Il problema è: ma qualcuno va in galera in Italia? L'impressione è che, in un modo o nell'altro, tutti riescano ad evitarla… Si stava meglio nell'estate del 1980 quando "Video killed the radio star", a firma The Buggles, era il singolo più ascoltato e venduto e, nelle sale giochi, veniva lanciato il mitico Pac-Man…

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