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  Sì, al centrocampo nerazzurro servono qualità come le sue
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  No, il prezzo chiesto dall'Atalanta è assolutamente fuori mercato
  La Juve alla fine avrà la meglio

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Editoriale

Chi è il favorito per lo Scudetto? Juve attenta ai falsi positivi, il Milan pesa il proprio ego. Icardi non può non essere un caso. Klopp contro Mourinho, due mondi diversi. E vince il più affascinante

01.11.2015 09.00 di Andrea Losapio  Twitter:    articolo letto 82821 volte
© foto di Lorenzo Di Benedetto

Com'è possibile sbilanciarsi, settimana dopo settimana, nel campionato più incerto degli ultimi dieci anni? C'è una Fiorentina che piace ma che negli scontri diretti ha lasciato indietro qualche punto di troppo. C'è la Roma che davanti è forse la migliore di tutte, ha un Pjanic trascinatore al di là del rosso di stasera e la difesa incomincia a crescere. L'Inter che bella non è ma che di riffa o di raffa trova i suoi punti. E il Napoli: il gioco è spumeggiante, se Sarri - come pare - ha messo a posto la retroguardia può dire la propria fino in fondo, d'altro canto Higuain appare inarrestabile nelle ultime gare. Può non essere tutt'oro quel che luccica, ma per ora risplende. Così la risposta al quesito non esiste, perché ogni settimana la valutazione cambia: giallorossi e partenopei sembrano i più attrezzati.

A proposito di Inter, c'è un problema Icardi. Perché è vero che il turnover con la Roma poteva anche essere fisiologica, ma che in una partita "Scudetto" (sempre per l'assunto che pare non dare una favorita, se non di settimana in settimana) Mancini lasci in panchina il proprio capitano - che ha pure deciso l'ultima gara, con un tocco facile ma da grande staccante - è la cartina tornasole di un momento complicato. Non tanto per Icardi, quanto per i nerazzurri: Jovetic e l'argentino, almeno sulla carta, sono complementari. Anzi, formano una delle coppie più belle della Serie A, potenzialmente. Poi capita che il montenegrino faccia la punta centrale, Ljajic giochi benissimo contro il Bologna e Icardi vada in panchina. Le parole di martedì sera (con meno palloni che arrivano rispetto all'anno scorso) rispecchiano esattamente il centravanti nerazzurro: il gioco di Mancini non si vede. I risultati arrivano ugualmente, è difficile pure contestare. Perché i risultati determinano le classifiche, ma anche il pensiero dell'opinione pubblica.

Nel frattempo c'è una squadra che non può dirsi rientrata per la lotta Scudetto, ed è la Juventus. Buffon ha detto bene, dopo la partita con il Sassuolo, perché vincendo sarebbero stati tre punti fondamentali per il tricolore. I passi falsi sono fisiologici in una stagione, e servirebbe tornare a essere lo squadrone di due anni fa - non dello scorso, pur avendo raggiunto la finale di Champions - per mantenere un ritmo tranquillamente da primo posto. Inutile dire che il finale sarà molto più caldo rispetto agli anni scorsi, ma il campionato si vince soprattutto con le piccole. La Juventus era uno schiacciasassi, ora non lo è: anche nell'aperitivo del sabato ha dato dimostrazione di non avere quel solco che, negli anni passati, c'era in occasioni di vittorie fondamentali. Quindi bisogna stare attenti ai falsi positivi: con l'Atalanta la Juventus ha dominato in lungo e in largo, con il Toro sono arrivati i tre punti, ma deve preoccupare più la prestazione da minestrina nel primo tempo dell'infrasettimanale.

E il Milan? Non bellissimo, a tratti troppo simile ai cugini dell'Inter, ma in grado - finalmente - di blindare una difesa che, di fatto, è parsa come il problema fino a qui. L'uno a zero con il Chievo è da interpretare, anche grazie a due interventi di Donnarumma - ma è possibile mettere in discussione un grande giocatore come Diego Lopez? - che hanno mascherato i soliti, annosi problemi dell'undici di Mihajlovic. Quella di stasera, con una Lazio scottata dalla defezione di Bergamo (primo tempo da dominatori, secondo in apnea), può essere la prova del nove, non solo per quanto riguarda i punti in fila. L'impressione è che il Milan non sia ancora squadra adatta per i primi tre posti, ma ci crede Berlusconi: bontà sua, giocando così si può arrivare in Europa solo con le grande prestazioni dei singoli.

La chiusura è giustamente dedicata alla figura, barbina, di Mourinho in Premier League. Finora il Liverpool di Klopp aveva avuto qualche problema ad andare in gol, escludendo la gara di Coppa in settimana contro il Bournemouth, ed è toccato al Chelsea risvegliare la vena di Coutinho, oltre a ricordare a Benteke come si butta la palla in porta. Eppure i Blues erano anche andati in vantaggio, con la rete di Ramires. Quella fra Mourinho e Klopp è una sfida bellissima, perché sono due grandi allenatori: uno vincente, uno dei migliori degli ultimi dieci anni. L'altro è l'underdog per eccellenza, il tecnico che preferisce i club da costruire alle corazzate. Con il Borussia Dortmund è andata così, ritornando alla vittoria del Meisterschale dopo il rischio fallimento, mentre il Liverpool non vince una Premier League da oltre un Giubileo. Il suo contratto, triennale, lo pone davanti a una meravigliosa avventura. Non si può non essere affascinati da Klopp, mentre per Mou comincia il momento più difficile. Probabilmente non saluterà il Chelsea, stipendiare un altro allenatore solo per la Champions League sarebbe un grosso errore, considerando il cachet del portoghese. Così Mou può non essere al capolinea solo per una questione contrattuale. E, in questo, è diametralmente opposto al Klopp che lascia Dortmund per trovare (con calma) una nuova avventura.

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