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Editoriale

Chi programma, vince: Juve sulla scia del Bayern Monaco per una Serie A sempre più noiosa. Roma, Sabatini e l'ennesima rivoluzione inutile. Caos Milan: l'arrivo di Lapadula non è un bel segnale

Nato a Napoli il 10/03/88, laureato in Filosofia e Comunicazione presso l'Università Orientale di Napoli. Lavora per Tuttomercatoweb.com dal 2008, è il vice direttore dal 2012
26.06.2016 12.53 di Raimondo De Magistris  Twitter:    articolo letto 82154 volte
© foto di TUTTOmercatoWEB.com

"Karl Heinz, mio presidente all'Eca, è un modello". Queste parole, poco più di sei mesi fa, le ha pronunciate Andrea Agnelli. Il presidente della Juventus era alla Bocconi e con lui c'era un altro presidente: Karl-Heinz Rummenigge, numero uno del Bayern Monaco. Fu quella più di una semplice frase di cortesia perché i due club, oltre a fare fronte comune nelle riunioni dell'European Club Association, adottano ormai strategie gestionali-finanziarie sempre più simili (con la Juve che copia e insegue il Bayern) ed entrambe hanno un ruolo predominante nei rispettivi campionati (in questo caso, però, i bianconeri hanno più Scudetti in bacheca). Il parallelo è possibile e ha radici molto fondate in questo preciso momento storico: la Juventus vince la Serie A dal 2011, il Bayern la Bundesliga da un anno dopo. Entrambe non hanno praticamente rivali nei rispettivi campionati e il distacco con le avversarie è destinato solo ad aumentare.
Il club bavarese è un modello unico nel suo genere, secondo solo al Manchester United per la capacità di esportare il suo marchio e Andrea Agnelli lo ha studiare per bene, come dimostra l'aumento dei ricavi nella Relazione finanziaria semestrale al 31 dicembre 2015, l'ultima disponibile. C'è stato un exploit di ricavi provenienti dalle cessioni dei diritti d'immagine ed è in corso un progressivo e costante aumento dei proventi provenienti dal merchandising. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: la Juventus, nella relazione annuale che comprenderà il periodo 1° luglio 2015-30 giugno 2016, avrà un fatturato molto più vicino ai 400 milioni che ai 300. Una crescita esponenziale: nel 2011, al termine della prima stagione sotto la gestione Agnelli, la Juve chiuse con 156 milioni di euro di fatturato.
Il Bayern, al momento, è ancora molto distante, probabilmente irraggiungibile nel breve-medio periodo. Eppure, resta un modello da seguire: per l'amministrazione del club, ma non solo.
Già, perché dalla Baviera arriva il modello di riferimento anche per la gestione delle trattative: pochi colpi, ben assestati, ma soprattutto in anticipo. Il Bayern a maggio ha ufficializzato gli arrivi di Hummels e Renato Sanches, due innesti importantissimi che hanno spinto Carlo Ancelotti - nuovo allenatore, ma ufficializzato già lo scorso dicembre - a dichiarare chiuso un mercato che, date alla mano, ancora deve iniziare.
Discorso simile per la Juventus, società che ha approcciato questa campagna trasferimenti col chiaro intento di acquisire giocatori di caratura internazionale. Pagata la clausola di Miralem Pjanic per rinforzare il centrocampo e indebolire la Roma, ingaggiato Dani Alves per consegnare nelle mani di Allegri uno di migliori esterni al mondo. I due acquisti che servivano. Cosa c'è ancora da fare? C'è da acquistare un centravanti, ma solo perché il Real Madrid ha deciso di riportare alla casa madre Alvaro Morata. Altrimenti, anche Allegri come Ancelotti avrebbe potuto parlare di mercato finito già a giugno, delegando a Marotta e Paratici solo trattative di contorno - soprattutto in uscita - che non avrebbero cambiato la sostanza.

Situazione completamente diversa si vive in casa Roma, non solo per l'insediamento come Sindaco dell'Urbe di Virginia Raggi che potrebbe avere ripercussioni anche sul progetto stadio. Nella Capitale si naviga a vista, per precisa indicazione del direttore sportivo Walter Sabatini. Che doveva andare via e invece è rimasto.
Un anno fa si rese protagonista dell'ennesima rivoluzione della rosa che iniziò a produrre risultati solo nel girone di ritorno, quando la Juventus era già volata via. Le colpe furono tutte scaricate su Rudi Garcia, che commise i suoi errori ma non meritava si sedersi da solo sul banco degli imputati perché quando si cambiano in poche settimane cinque-sei titolari serve tempo. Troppo tempo se si punta allo Scudetto.
Una lezione che non è servita, perché Sabatini questa estate si sta muovendo allo stesso modo. Pjanic è andato via perché - come da lui stesso dichiarato - vuole vincere. Radja Nainggolan è sul mercato: il prezzo è alto, ma non proibitivo per il Chelsea. Szczesny dovrebbe tornare all'Arsenal e tra i pali ci sarà un portiere promettente come Alisson, che però non ha mai giocato in Europa. Lucas Digne, tra i migliori nell'ultima stagione, non verrà riscattato e verrà sostituito da Mario Rui. Sempre in difesa, arriveranno due centrali: uno per sostituire l'infortunato Rüdiger e un altro al posto del partente Castan. Poi il terzino destro, l'erede di Pjanic e almeno un attaccante visto che Edin Dzeko - l'acquisto più reclamizzato della scorsa estate - è già sul mercato.
Luciano Spalletti, insomma, a fine agosto si troverà a disposizione una squadra nuova di zecca, con tutti i rischi che questa scelta comporta. Un modus operandi che non dà alcuna continuità al progetto e s'è già rivelato fallimentare: perché perseverare?

Capitolo finale dedicato al Milan. La situazione in casa rossonera è indecifrabile da mesi, forse anni. La trattativa per la cessione della quota di maggioranza del club va avanti da tante, troppe, settimane. L'interesse della cordata cinese è emerso ben prima di quello del gruppo Suning per l'Inter. I cugini, però, in poco tempo hanno chiuso l'accordo, mentre la Fininvest è ancora lì, alle prese con un tira e molla infinito.
Si continua a trattare: non più il 70%, bensì l'80%. Un affare tutt'altro che vicino alla conclusione che ha costretto Galliani ad aprire le danze del calciomercato nonostante non si sappia chi sarà al vertice del club nella prossima stagione. E le notizie non sono di certo positive.
Nulla contro Gianluca Lapadula, vero e proprio mattatore dell'ultima Serie B. Ha dimostrato di essere un grande bomber e può fare bene anche nel massimo campionato. Ma un Milan allo sbando nella passata stagione aveva due certezze: il portiere - l'astro nascente Gianluigi Donnarumma - e il centravanti, Carlos Bacca. Berlusconi con i suoi 30 milioni nell'estate 2015 consegnò nelle mano di Mihajlovic una certezza, un giocatore che aveva trascinato per due volte il Siviglia alla conquista dell'Europa League e il colombiano, nonostante una stagione sciagurata, non ha deluso: 18 gol in Serie A, peggio solo di Higuain e Dybala.
Perché allora prendere Lapadula? Domanda banale, risposta non troppo scontata: perché Bacca è uno dei pochi giocatori con cui è possibile fare cassa. Il prezzo è già stato fissato: 30 milioni di euro. Gli stessi spesi la scorsa estate. L'ex Siviglia vuole giocare in squadre competitive anche in Europa gli anni migliori della sua carriera e il Milan, in questo momento, non è competitivo nemmeno in Italia. A Lapadula è stata data la garanzia di un ruolo primario nel nuovo Milan (cosa che, ad esempio, non ha potuto fare il Napoli). Una scommessa affascinante, ma che verrà effettuata in uno dei pochi ruoli in cui il Milan non ne aveva bisogno. Un acquisto che dà il via libera a una partenza: adios Bacca, colpevole solo di esser stato sedotto un anno fa da un progetto ambizioso solo sulla carta.

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