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Editoriale

Conte-Pogba: sirene francesi. Da Pellegrini-Moratti a Moratti-Thohir: tutto torna. Juve-Fiorentina: abbassate i Toni. Seedorf: missione Argo quasi compiuta

Nato a Milano il 10 Maggio 1965; Giornalista Professionista dal 1994. Dopo le esperienze professionali di carta stampata (La Notte e Il Giorno) e televisive (Telelombardia, Telenova, Eurosport), dirige Milan Channel dal 16 Dicembre 1999.
01.03.2014 00.00 di Mauro Suma   articolo letto 28303 volte

Piccolo incipit. Il 4 Ottobre 2013, il titolo di questo editorialino era: PRANDELLI IN NAZIONALE ANCHE DOPO IL MONDIALE. Il 14 Febbraio 2014 il titolo era: NAZIONALE: PRANDELLI ALLA FINE RESTA. Anche la scorsa settimana, pur dando conto della voce Tottenham che esisteva nell'ambiente, avevamo indicato Prandelli largamente in testa nella corsa della successione a sé stesso. Scrivere di calcio significa sbagliare. E qualche volta azzeccare, come sembra da quanto trapelato dalla Figc questa settimana. Quando capita, lasciatecelo sottolineare.

Con ogni probabilità, la voce di cui stiamo per scrivere farà la fine delle sirene inglesi per Prandelli. Ma dare conto al pubblico delle voci che girano nel mondo del calcio, è un dovere. Avete ragione, bisognerebbe verificare. Ma siccome non è possibile chiamare né Antonio Conte né Paul Pogba per chieder loro se è vera, la giriamo così come ci è arrivata. La voce, doppia, è: il Psg punta il tecnico della Juventus e il Monaco cerca Pogba. Soprattutto per il centrocampista si parla di tanti soldi e, nonostante la Juventus faccia notizia giustamente per le sue imprese sul campo e il fatturato sia migliorato nettamente, il bilancio bianconero ha bisogno di una mano. Robusta, forte, come i tiri dello straordinario atleta francese.

Quello che sta accadendo oggi a Zanetti e Mazzarri ricorda un po' quello che capitò a Zenga e Bergomi dal 1995 in poi. Chi erano Zenga e Bergomi? Gli alfieri dell'Inter e dei loro tifosi, ma attenzione i simboli di una Inter pellegriniana che, agli occhi del nuovo rappresentato all'epoca da Massimo Moratti, aveva reso un po' pallido il simbolo del Club. Non sono più rientrati e non sono più stati ritenuti in sintonia con il nuovo corso. Un vento che, dopo la successione dai Moratti a Erick Thohir, ha già lambito Marco Branca. Ma la brezza continua. Javier Zanetti, se fosse perdurata la presidenza Moratti, sarebbe certamente assurto al ruolo di vice-presidente. Oggi invece attorno allo scetticismo attorno a lui sulla parte tecnica, incassa anche qualche imbarazzo sul suo futuro nel board interista. Un po' come Walter Mazzarri: l'allenatore ideale per la presidenza Moratti, non al cento per cento per la griffe indonesiana. I morattiani oggi come i pellegriniani di un tempo? E' presto per dirlo, ma la nemesi sa essere bizzarra come poche altre cose al mondo.

Sarà brutto da leggere, ma è vero. Meglio, molto meglio, qualche scazzottata sugli spalti o vicino allo stadio, rispetto all'inquietante, greve, umorale stagione che stiamo vivendo sul piano del tifo. Curve vuote, curve chiuse, curve infangate dagli striscioni sulle stragi (Superga fa male, ma c'è chi fa la stessa cosa sull'Heysel da troppo tempo), panolade romane per Lotito, la solita Firenze sempre in ebollizione, coreografie latitanti per le grandi partite per problemi economici e incomprensioni con le forze dell'ordine. Insomma, è lo sciopero delle emozioni. Che va in scena in stadi brutti e obsoleti. Non si vede la fine, ma tocca proprio a bianconeri e viola fare da esempio. C'è chi attende con il cuore in gola il loro doppio confronto in Europa League, per paura che tutto questo impasto che dura da Settembre degeneri in maniera irreparabile. Gli Elkann e i Della Valle facciano appello a tutto l'enorme senso di responsabilità di cui sono capaci. Perché in palio c'è molto di più di una qualificazione a un Quarto di finale. Ne va della credibilità e della sostenibilità dell'intero calcio italiano.

Guardare il Milan del primo tempo all'assalto dell'Atletico e osservare lo 0-2 ineccepibile di Marassi è stato come arrivare da un altro pianeta. Liberare il Milan dalle incrostazioni ambientali degli ultimi mesi e dai 4 gol di Berardi (il Sassuolo ha sempre perso dopo quella notte!) era come pensare, nel 1980, di esfiltrare da una Teheran infoiata di antiamericanismo i sei diplomatici statunitensi fuoriusciti dall'ambasciata americana come accaduto nel film pluripremiato di Ben Affleck. Ma anche se dovesse esserci qualche intoppo e dovesse andare male contro la Juventus, Clarence Seedorf ce l'ha già fatta. Perché vada come vada questo finale di stagione, ha già fatto intravvedere una prospettiva di gioco e di qualità per la prossima stagione. I tifosi del Milan in questi giorni sono più di buon umore, più sereni. Non solo per i risultati o per i punti. Ma per la strada ormai tracciata verso il futuro. Quello di Seedorf non è più un Milan che va a vedere cosa succede partita per partita, situazione che può accadere al quarto anno di una gestione (per gli allenatori ma anche ad esempio per Braschi su tutt'altro fronte, quello arbitrale), ma un Milan che ha già rialzato la testa e sta guardando lontano. Indipendentemente dal prossimo o dai prossimi risultati. Sembrava impossibile, ma Clarence Seedorf-Tony Mendez è riuscito a evitare i check-point degli scetticismi e delle assuefazioni ed è decollato verso una nuova frontiera. Che i tifosi del Milan ritengono non solo credibile, ma anche molto affascinante.

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