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Editoriale

Conte-Signora: spinose rivelazioni e un insindacabile dato di fatto sul divorzio del secolo (e Morata fa crac!). Attenti al Milan: sta per tornare il Silvio del "se po no" (con un sogno "quasi" impossibile)

Nato a Milano il 3/7/1978, laureato in Scienze ambientali presso l'Università dell'Insubria di Como, da ottobre 2008 è Capo Servizio Sport presso il quotidiano "Libero". Opinionista Rai, TeleLombardia e Sportitalia
22.07.2014 00.00 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 83733 volte
© foto di Federico De Luca

"Cinque giorni che ti ho perso" cantava uno straordinario Michele Zarrillo in un Sanremo di qualche anno fa. Solo che oggi siamo al settimo giorno di "Juve senza Conte" e quindi Zarrillo c'azzecca una fava, al limite solo perché la tristezza della sua canzonetta ben si sposa con l'amarezza dei tifosi bianconeri, abbandonati senza un perché. O con troppi perché, dipende dai punti di vista.
Ecco, sette giorni dopo vien difficile non pensare alla Signora che aspetta Antonio sulla porta di casa. "Ha detto che usciva a prendere le sigarette". Un grande classico. Oppure è andata alla rovescia: la Signora che caccia Conte perché stava facendo troppo il ganassa "voglio di qua, voglio di là...". E cos'è la Juve, il Paese dei Balocchi? Il negozio dello zucchero filato?
E il fatto è che da qualunque parte la si guardi, tutti hanno ragione e tutti hanno torto. Ha ragione Antonio, ambizioso per natura e incapace di stare a guardare i club che si fanno belli con i Sanchez e i Rodriguez mentre a lui al massimo toccano i Morata. E ha ragione la Signora, perché va bene che "vincere è l'unica cosa che conta", ma senza andare oltre la logica.
In definitiva la verità è solo una: a smenarci sono solo i tifosi campioni d'Italia. Dirigenti e allenatore avevano il dovere di guardarsi in faccia due mesi fa, quando tutti avevano già capito che qualcosa non andava. E invece hanno fatto finta di niente perché "tanto poi un modo per andare d'accordo si trova e figurati se si arriva al divorzio". Il divorzio alla fine è arrivato, l'hanno dipinto come "consensuale", ma di miele da spalmare al tavolo ce n'era poco.
Chi è vicino agli ambienti bianconeri parla di un Conte scosso ma che non ha improvvisato: aveva preso la sua decisine da tempo, eppure ha aspettato l'inizio del ritiro per salutare la compagnia. Gli stessi beninformati dicono che Agnelli non l'abbia presa affatto bene, ci mancherebbe altro. Solo che la colpa è anche sua: un grande presidente ha il dovere di capire per tempo quando un ciclo è finito, soprattutto se dall'altra parte ti servono clamorosi assist. "Non so se avrò ancora gli stimoli necessari", disse Conte alzando il terzo scudetto. Non bisognava aspettare un minuto di più.
Sette giorni dopo la Juve ha infine adeguatamente reagito: ha comprato giocatori, altri ne arriveranno (Lavezzi può tornare in Italia solo in bianconero), uno probabilmente partirà (Vidal, ma il Manchester deve cacciare un cinquantone). Soprattutto la Juve ha preso un allenatore: si chiama Max, ma consentiteci di pensare che si tratti di una soluzione al Min.
Chiariamo: la scelta - per questioni economiche e temporali - era praticamente obbligata, l'allenatore tra l'altro è valido, ma nessuno ci toglierà dalla testa che la pezza messa una settimana fa non sia sufficiente a tamponare l'emorragia. Alla Juve serviva uno "juventino" o quantomeno un tecnico carismatico per definizione. Allegri è maestro con la lavagnetta in mano, ma potrebbe non bastare in uno spogliatoio abituato a trattare con un guru, non con un semplice allenatore.
Per questo ci tocca rimproverare Conte e la Signora: il bene del club doveva venire prima di ogni cosa e invece è stato messo da parte in nome di una lotta intestina che è senza vincitori e non finirà con un video di commiato e una lettera abbellita con gelidi ringraziamenti. Domandina finale: se Conte se ne fosse andato due mesi fa chi siederebbe oggi sulla panca della Signora? Allegri? Suvvia...

Altri problemi più a est. Al Milan, per esempio. La prodezza di Mastour, celebrata dai media alla stregua del gol di Maradona a Mexico '86, è la prova che qualcosa non va. Il Milan siffatto è una squadra discreta che spera in un miracolo dal nome eroico: SuperPippo. Ad oggi è lui il colpo del mercato rossonero, ci si attacca al suo entusiasmo, al fatto certificato che con lui in panchina nessuno potrà azzardarsi a pisciare fuori dal vaso. Di sicuro il tecnico avrà tutto l'appoggio del mondo: quello dei tifosi e quello della società. Potrebbe non bastare: se le copertine vanno a un ragazzo di 16 anni le cose sono due. 1) Siamo di fronte al nuovo Diego. 2) Chi gioca al suo fianco non riesce a rubargli i riflettori.
La verità è che la grande speranza rossonera dopo 28 anni si chiama ancora Silvio Berlusconi. Non saranno i milioni raccolti dalla cessione di Balotelli a fare la differenza (Pippo ha già scelto chi farà parte del suo gruppo e Mario non è tra questi anche a costo di incassare "solo" 18 milioni), né i soldi risparmiati dalla cessione di Robinho. La differenza, come nell'estate del "Nesta? se po no!" la farà il portafoglio del patron, che ciclicamente si apre in barba ai bilanci e ai ragionamenti sul FairPlay finanziario. Si chiama "passione rossonera": Berlusconi soffocato da problemi extra-calcistici l'aveva giocoforza messa da parte, i fatti di cronaca della scorsa settimana gliel'hanno fatta ritrovare. Per questo il Milan può tornare a sperare: con buona probabilità arriverà Cerci, che non è Garrincha ma un ottimo giocatore sì. Quindi una punta se l'Arsenal dei "non ci interessa" alla fine punterà su Balotelli. Jackson Martinez è un sogno quasi impossibile, guadagna relativamente poco ma costa decisamente troppo. Va oltre il "se po no" per intenderci, ma mai dire mai...

E poi c'è l'Inter. L'encomiabile impegno di Ausilio è la buona notizia di questa prima fase della stagione. Si sta costruendo una rosa "logica", che però ha ancora tanti buchi e un dilemma: Thohir ci è o ci fa? È quello degli Hernanes presi in cinque minuti o dei prestiti con diritto di riscatto? Sappiamo che per Medel è fatta, che c'e un problema di giocatori in esubero (al momento non hanno mercato), sappiamo soprattutto che là davanti serve un attaccante che non può essere una scommessa.
Si parla di Jovetic, di Osvaldo, ma nessuno fa i conti con i legittimi proprietari del cartellino: siamo certi che in Inghilterra siano disposti a concedere prestiti così, tanto per fare un piacere a noialtri poveri italiani? Non accadrà, servono le palanche, e certo non quelle raccolte dalla paventata cessione di Icardi al Monaco. Se il tuo comandamento è "costruire sui giovani, potenziali campioni" e tu ti liberi dell'unico che hai insieme a Kovacic, allora significa che non hai le idee chiare, oppure sì, ma certificano un'Inter "succursale dei club pieni di grano" e non un'Inter che "prova a tornare protagonista". Icardi può e deve partire solo di fronte a un'offerta inimmaginabile e proprio per questo motivo non partirà. Viceversa Thohir getterebbe la maschera e non sarebbe affatto una bella notizia per il popolo nerazzurro.

Ps 1. Mentre scriviamo giunge notizia dell'infortunio al ginocchio di Morata. Non sappiamo se si tratta di una cosa seria, c'è chi parla di 40 giorni di stop. Certo l'incubo "pacco spagnolo" incombe.

Ps 2. Albertini è pronto a conquistare il mondo, per la panchina farà un tentativo con Conte ma molto probabilmente riceverà un "no". Per questioni legate alla logica in "zona panettone" una tra Inter, Milan, Roma e Napoli non sarà felice della propria classifica. Antonio sarà per tutti la prima scelta.

Ps 3. Raccolgo l'invito lanciatomi nel suo ultimo editoriale dall'amico e collega Mauro Suma, ansioso di avere una risposta dal qui presente sulla questione "fascia di capitano a Ranocchia".
In soldoni il buon Suma pretende dal sottoscritto delle scuse in riferimento a un alterco intercorso qualche tempo fa tra le nostre due personcine.
La verità è che io come lui ero moderatamente certo che la fascia da capitano sarebbe finita sul braccio sinistro del signor Ranocchia, ma non condividevo l'assunto secondo il quale lo stesso difensore l'avrebbe pretesa in sede quale condizione necessaria per prolungare il contratto in nerazzurro.
E quindi no, non faccio ammenda, oppure sì, chiedo scusa. Cambia poco, perché in un caso o nell'altro la verità è che queste son quisquilie tra bisbetiche, beghe da cortile, faccende che passano in secondo piano di fronte al vero, unico, fondamentale interrogativo del secolo: ma il Cesena, alla fine, ha pareggiato oppure no?
(Mauro, ti voglio bene).
(Twitter: @FBiasin).


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