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Editoriale

Da Donadoni a Sosa, il crepuscolo sull'era Berlusconi. Juve, non manca solo un centrocampista, come al Napoli non solo un dirigente. L'Inter compra tanto e la colpa è di Mancini. Roma in controtendenza, finalmente un club che spende prima

Nato a Bergamo il 23-06-1984, giornalista per TuttoMercatoWeb dal 2008 e caporedattore dal 2009, ha diretto TuttoMondiali e TuttoEuropei. Ha collaborato con Odeon TV, SportItalia e Radio Sportiva. Dal 2012 lavora per il Corriere della Sera
17.08.2016 09.48 di Andrea Losapio  Twitter:   articolo letto 98406 volte
© foto di Lorenzo Di Benedetto

Il primo regalo di Silvio Berlusconi, magnate che a metà degli anni ottanta procedeva a colpi di elicottero sul destino del Milan, fu Roberto Donadoni. Arrivava dalla vicina Bergamo, dove la giovane ala si era messa in mostra tanto da valere dieci miliardi. Una cifra non folle ma che comunque sparigliava le carte per una società che aveva visto due volte la Serie B in pochissimo tempo. C'era da costruire la storia e tra Donadoni e Massaro ci fu il primo accenno di quello strapotere che si verificò per quasi venticinque anni, sino all'addio in contemporanea di Thiago Silva e Ibrahimovic, colpo finale sulle speranze di vincere ancora qualcosa con Berlusconi presidente. Era l'estate del 2012, quando i nuovi ricchi del Paris Saint Germain decisero che era ora di vincere qualcosa prendendo il meglio sulla piazza: Ibrahimovic gravava come un macigno sul bilancio e gli investimenti erano stati completamente sballati. O meglio, le strategie per aumentare un fatturato stabile e continuamente (e disperatamente) ostaggio della partecipazione all'Europa che contava. Donadoni primo, Sosa ultimo. E c'è da pensare perché se è vero che nel mezzo di bidoni ce ne possono essere stati molti (da Bogarde a Reiziger, passando per Ibrahim Ba o Javi Moreno) altrettanti sono stati i veri campioni come Shevchenko o Kakà. Ecco, proprio il brasiliano è il metro di paragone degli ultimi regali di Berlusconi: prima si comprava un giovane brasiliano in rampa di lancio per sei milioni di euro, ora arriva José Sosa - che nella sua vita ha giocato un'onesta carriera, nessuno dice di no - per sette milioni e mezzo di euro. Sembra di essere ritornati al 2009, quando proprio Kakà lasciava il Milan per il Real Madrid, Galliani prendeva Cissokho ma poi tornava sui suoi passi perché quindici milioni era l'intero ammontare di quanto disponibile per la campagna acquisti. Come adesso, del resto. Gustavo Gomez e José Sosa sono gli ultimi regali di Silvio: a chi? Perché sette milioni e mezzo per un trentunenne appaiono troppi per una squadra che dovrebbe acquisire valore più che sperperare. Gli investimenti di oggi sono i dividendi di domani. Se qualcuno potesse spiegarlo sarebbe corretto, anche nei confronti di una piazza che ha sì dimenticato in fretta i successi, ma non le prese in giro. Quelle continuano da un po' troppo tempo.

Oggi la Juventus cederà definitivamente Roberto Pereyra al Watford, ricevendo ulteriori risorse per una campagna acquisti che, fin qui, ha comunque dato molto per non vendere nessuno. La realtà è che la Juventus il tesoretto ce l'ha ancora, può spenderlo su due calciatori - una mezz'ala e un giocatore d'attacco - senza pensare che può cedere ancora qualcuno come Zaza. Sturaro invece dovrebbe rimanere, limitando gli acquisti a solo un calciatore in mediana (inizialmente si pensava a due dopo l'addio di Pereyra e appunto dell'azzurro, senza contare la possibile partenza di Lemina al di là delle parole di circostanza), mentre dalla Spagna si parla di un possibile approdo di James Rodriguez. Fantamercato per le cifre contrattuali, sebbene il colombiano non sia più una vera e propria superstar per lo scacchiere di Zinedine Zidane. Chissà che un gioco da domino non possa portare anche a ultimi scoppiettanti avvenimenti. La Juventus vuole vincere e non si può nascondere, ma non può comprare a scatola chiusa sperando che gli altri tirino la corda: la squadra è competitiva già così, ma con un paio di acquisti a sensazione lo diventerebbe a livello assoluto.

Il Napoli invece deve capire cosa vuole fare da grande. Vincere oppure no? Continuare a inseguire i campioni, rischiandoli di perderli un'estate sì e l'altra forse? Quello che è successo con Higuain è fisiologico, ma pure i casi Koulibaly o Insigne fanno scuola. Perché entrambi chiedevano un aumento - nonché una discussione con la dirigenza in materia contratti - da un periodo più o meno lungo, ricevendo zero risposte. Un qualcosa che appare consuetudine al Napoli: questo è il grosso limite di De Laurentiis, che vuole fare tutto e non è in grado, in alcuni casi, di capire che il calcio sta vivendo di un momento di profonda trasformazione. Non può esplodere con i costi, è vero, ma non può nemmeno continuare a rimanere una provinciale che cerca di vincere il suo campionato (quello del secondo posto) sempre con le polveri bagnate. Perché l'Inter è rimasta fuori per molto tempo, mentre il Milan sta cercando di ricostruire. Si può legittimamente dire che il Napoli, al momento, vale il terzo posto ex aequo con l'Inter? Perché non si può dire che la squadra sia migliorata, al momento. E poi l'ultima grana è quella di Pepe Reina: un leader dello spogliatoio che ne ha perso un altro - Higuain - perché le mire della società non sono troppo ambiziose. Ok amare Napoli, ok sperare nell'affetto di una città, ma bisogna vincere qualcosa per sperare di trattenere i giocatori più forti. Alle volte non ci riesci neppure, come si è visto con Mario Gotze nel momento del suo passaggio al Bayern Monaco, oppure per Diego Costa dopo la strepitosa vittoria del campionato con l'Atletico Madrid, oppure... ci sono moltissimi fattori che influenzano la vita di un calciatore, la prima sono i soldi. La seconda i trofei. E a parità di soldi, sono i secondi a contare. Poi ci sono le bandiere, come Francesco Totti a Roma, ma Higuain fino ai dieci anni difficilmente sapeva cosa fosse Napoli, figuriamoci Posillipo o il Vomero. Pepe Reina invece conosce bene Barcellona, dove ha esordito nel calcio che conta. Normale che voglia tornare lì per riprendere un filo interrotto quattordici anni fa, nel 2002. Saranno tredici giorni di fuoco per la dirigenza napoletana (o meglio, per De Laurentiis), e tutti i tasselli dovranno finire al loro posto. Per fortuna non c'è un preliminare da giocare.

Ecco, appunto, stasera la Roma giocherà contro il Porto nella gara d'andata di Champions League. Finalmente i giallorossi, dopo anni di società immobili sul mercato prima del preliminare, sono riusciti ad allestire una squadra già competitiva per queste due gare, fondamentali per il prosieguo della stagione. Certo, se Bruno Peres fosse arrivato prima il voto sarebbe stato ancora più alto, ma è inutile dire che Spalletti qualche asso nella manica ce l'ha già. L'incognita più grande è dettata dall'attacco dove, al di là dei tre titolari, ci sono giocatori di caratura e peso. Differenti, sia nelle caratteristiche che nelle gerarchie, ma le soluzioni possono essere davvero tantissime. E tutte vincenti, a ben guardare. L'addio di Pjanic dovrà essere tamponato ma potrebbe essere stata la scelta giusta (Nainggolan è giocatore davvero difficile da sostituire per qualsiasi allenatore, tranne che per Wilmots - e s'è visto com'è finita con il Galles) oltre ai tanti arrivi estivi di una squadra che continua a rinnovarsi. Non sarà la Juventus, non potrà giocarsela ad armi pari per almeno un altro anno, ma la strada è quella giusta. Anche se dovesse uscire dalla Champions League in questa doppia sfida con i portoghesi.

A proposito di portoghesi, ma Joao Mario? Dall'undici di luglio il suo approdo all'Inter sembra sempre più vicino. Nelle ultime ore c'è stata una nuova ondata di speculazioni circa il suo futuro. Ma ha senso spendere una cifra aberrante per un calciatore così? Sì, più che per Sosa. Perché è vero che potrebbe essere un flop, ma il suo valore continuerà a fluttuare, per un paio di stagioni, nel range di cui sopra. Magari si possono perdere quei sette, dieci milioni che verranno comunque persi dall'approdo dell'argentino che, peraltro, dovrebbe firmare un biennale a poco più di un milione di euro a stagione. Per chi è il regalo? L'Inter compra e l'impressione è che non volesse più farlo con Roberto Mancini, troppo volubile sul mercato dopo gli Shaqiri o i Ljajic, per finire con la questione Icardi. Tutti in Indonesia hanno la sua maglietta, l'Inter punta a farlo diventare un oggetto di marketing assoluto. Inutile i lamenti dei tifosi: decidono loro finché non entrano in campo altre questioni che passano sopra le loro teste. Come la globalizzazione, gli esseri umani incominceranno a vedere - a meno che non sia un club davvero piccolo - i problemi affrancarsi sempre più dalla questione tifo. Sempre meno potere, quando i principali fruitori del prodotto non sono quelli geograficamente più vicini.

Infine qualche pensiero sparso: il Torino sta facendo di necessità virtù, rinnoverà per poi sperare di migliorare, forse ce la farà. La Lazio continua a prendere giocatori giovani e potrebbe esplodere, ma solo grazie ai passi falsi altrui - questo per una politica societaria che sembra troppo ruspante e simile a quella del Napoli - la Fiorentina cerca un difensore da almeno due anni. Dopo Mammana ora è la volta di Corluka: dopo l'arrivo di Benalouane c'è quello di De Maio. Boh è la parola più adatta. Poi qualcuno spiegherà cosa succede a Palermo. L'idea è che Zamparini voglia concedere una scatola vuota (e che può produrre utili) per rendere più appetibile un'eventuale cessione. Oppure deve avere una grande fiducia nella propria squadra, non fosse così. Al momento, però, i siciliani partono davvero dall'ultima fila della Serie A.

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