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Editoriale

Fra sconfitti e banane ci resta solo Rizzoli

03.08.2014 00.00 di Italo Cucci   articolo letto 31806 volte
© foto di Federico De Luca

Con la collaborazione di un editore (Minerva) e di un comune (Cesenatico) sono riuscito a ridare vita a un evento calcistico che negli anni Sessanta ebbe un clamoroso successo: Il Processo al Calcio. Da un'idea del mitico Conte Alberto Rognoni (cui ho appena dedicato un libro, "Il capanno sul porto") nacque la più grande assise pallonara cui dedicavano tempo, passione e presenza giornalisti come Gianni Brera e Enzo Tortora (due fra tanti) e personaggi come Umberto Agnelli, Angelo Moratti e Enzo Ferrari. Memorabili i "Processi" del '66, dopo la tragicomica Corea di Edmondo Fabbri, e del '70, dopo i famigerati sei minuti di Rivera decisi da Ferruccio Valcareggi in Brasile-Italia. Rivera era (modestamente) il nostro Pelè, fra gli oroverde Pelè fu presentissimo e decisivo. Con questo spirito abbiamo "processato" il Mondiale brasiliano dell'Italia, aperitivo della scorpacciata di banane fatta con Tavecchio. E Albertini. Non ci era bastato, evidentemente, dover registrare la sparata di Buffon contro i giovani (in primis Balotelli), la prima volta che si sentiva un capitano battuto dirsi sostanzialmente estraneo alla sconfitta; ci è toccato - e non è finita - dover assistere alla candidatura di Albertini e ascoltare i suoi programmi (?) come se l'ineffabile compagno di strada di Abete & C. non fosse stato il capocomitiva azzurro in Brasile, quindi il capofila degli sconfitti accolti in patria da un diffusissimo titolo di giornale che gridava "Tutti a casa". Ci risiamo. E nel dubbio - mentre si avvicina la data dell'elezione del nuovo presidente federale - vien voglia di rispolverare quel titolo suggerito da una pagina di poco commendevole storia patria: sì, tutti a casa, e ricominciamo. Da dove? Da chi? Questo è il problema. L'ennesimo equivoco "democratico" lega la soluzione ai numeri, come saggiamente spiega il "roseo" e competentissimo Ruggiero Palombo. E invece ci vorrebbe il coraggio di contarsi non per compartimenti (Federazione, Leghe, Giocatori , Tecnici e Arbitri) ma per teste, ovvero con l'esposizione diretta in forma si suffragio universale di tutti i presidenti, calciatori, tecnici, arbitri e tesserati vari. Non succederà perché il calcio contemporaneo è vittima di un vizio antico - l'omertà - e di un vizio moderno, il "politicamente corretto", ovvero ipocrisia. Di questo e d'altro si è dibattuto a Cesenatico, alla fine consolati dalla sorridente, orgogliosa presenza del premiatissimo Nicola Rizzoli, l'arbitro che ha trionfalmente diretto la finale Germania-Argentina rivelando al mondo esterno e a quello interno, popolato di disfattisti, che il calcio italiano ha ancora punte di eccellenza. La ripresa del campionato è vicina e invece di continuare a piangerci addosso ricominciamo proprio da Rizzoli, dagli Arbitri. Magra consolazione - direte. Mica vero. L'irreprensibile bolognese (che spesso ho criticato, come se fosse un calciatore) ha messo in campo competenza, passione e preparazione fisica (senza passar dalla famigerata "casetta" di Coverciano), arti minime mancate completamente ai pedatori azzurri. Per favore, imitatelo.

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