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Editoriale

Gli assurdi attacchi a Higuain e la pronta vendetta del Pipita. Il segreto dietro ai successi della Juventus. Mourinho, l'ennesimo attacco senza senso e anche Sarri sta prendendo lo stesso pessimo vizio

Nato a Firenze il 05/05/1985, è caporedattore di Tuttomercatoweb.com. Già firma de Il Messaggero e de La Nazione, è stato speaker e conduttore per Radio Sportiva, oltre che editorialista di Firenzeviola.it e voce di TMW Radio.
11.09.2016 07.07 di Marco Conterio  Twitter:    articolo letto 81065 volte
© foto di Image Sport

Vien da sorridere, ripensando agli sberleffi d'invidia e rabbia nei confronti di Gonzalo Higuain. Grasso, gordo, chi più ne ha più ne metta e ne mangi. Dieci minuti per far ingoiare alle malelingue due bocconi amari, il Pipita è la fotografia di quanto la Juventus viaggi a velocità tripla rispetto alle contendenti. Che siano di proprietà americana, italiana o cinese, poco importa. La Juventus è società che dallo Stadium in poi ha resettato col passato e deciso di ripartire. Programmando. Scegliendo dirigenti capaci e pure chi gli è alle spalle è gente che opera, lontana dai riflettori, ma che è nel proprio settore al top. Giuseppe Marotta e Fabio Paratici sono gli splendidi apici dell'iceberg. Ci sono Federico Cherubini, Stefano Braghin e Moreno Zocchi a far da ponte tra prima squadra e settore giovanile. C'è Javier Ribalta, l'uomo delle missioni all'estero senza scordare Pablo Longoria che segue i giovani dentro e fuori dai nostri confini e c'è chi si occupa dei tanti gioielli in prestito, Claudio Chiellini. C'è un'intera squadra, e la lista sarebbe lunga, che è il vero segreto. Fanno tutti capo ad Andrea Agnelli, organizzati, ognuno nel suo settore. E' la forza del club. Una dirigenza non quasi plenipotenziaria (De Laurentiis al Napoli). Troppo lontana (la Roma di Pallotta, l'Inter dei cinesi) o in fase transitoria (il Milan). E' così che si semina per arrivare agli Higuain ma nonostante l'esempio sia chiaramente sotto gli occhi di tutti, le altre si ostinano a voler portar avanti modelli diversi ed evidentemente non all'altezza di quello bianconero.

La Juventus, oltre a piazzare capolavori in entrata, ne fa pure in uscita. Paul Pogba al Manchester United per tutti quei milioni è la fotografia di quanto, appoggiandosi pure all'agente giusto (Raiola nel caso, Giovanni Branchini per le tante operazioni con il Bayern Monaco), si possa monetizzare al meglio e pure stringere uno stretto rapporto con le più grandi società d'Europa. A proposito di Pogba: ieri ha steccato ancora una volta in una gara importantissima, nel pieno della sindrome da Ibrahimovic. Ha tempo per maturare e per imparare che se costi tutti quei soldi, è anche perché ti considerano trascinatore e giocatore capace di caricarsi il fardello delle responsabilità sulle spalle. No, Pogba non è ancora quel campione e per questo il capolavoro della maxi cessione assume ancor più contorni miracolosi.

A proposito dello United. Pep Guardiola ha dato una lezione di calcio e d'economia a Josè Mourinho. Che dopo la partita è uscito con uno dei suoi, ennesimi, teatrini. "Hanno giocato male e ci mancano due rigori". Il Manchester United ha meritato di perdere, Mou se ne faccia una ragione. Guardiola, ben più signore, ha già dato la sua impronta ad una squadra che a confronto dei Red Devils ha meno campioni (soprattutto senza Aguero in campo!) ma che è più gruppo e più compatta. Alle sceneggiate di Mourinho siamo comunque sempre abituati, è che ogni volta speriamo sia l'ultima.

Chi sta prendendo, in questo, una brutta piega, è Maurizio Sarri. Chi scrive è stato (ed è) uno dei suoi più grandi estimatori. Perché ad Empoli l'ha visto e conosciuto da vicino. Perché sa quel che c'è dietro l'allenatore, ovvero un uomo di valori e di spessore. Però davanti ai microfoni ha preso un brutto vizio. Lamentarsi. Sempre. Comunque. "C'è disinformazione, nei prossimi giorni avrò una rosa risicata". E poi ancora. "Il calendario intenso? E' la follia del nostro calcio. Bisognerebbe fare un passo indietro. Settembre, ottobre e novembre ci sono le nazionali e poi 20 giorni con una partita ogni tre giorni. Praticamente non c'è il tempo di allenare i giocatori". Come se fosse un problema solo per il suo Napoli. E' da più di un decennio che il calcio è così, ma forse Sarri se ne lamenta solo ora che è attore principale e che ne subisce gli effetti in Europa. Torni ad avere, anche a microfoni accesi, quell'umiltà e serenità che lo ha sempre contraddistinto e non prenda, anche lui, una brutta ed inutile strada.

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