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Juventus-Barcellona ai quarti: passare è possibile?
  Sì, la Juventus è cresciuta rispetto al 2015
  No, il Barcellona resta più forte dei bianconeri

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Editoriale

Guarin, Vucinic e un giorno di ordinaria follia: tutto sull'affare che ha sporcato l'immagine dell'Inter. E ora arriva Thohir con un piano... brasiliano. Juve regina, ma c'è un epurato. E al Milan...

Nato a Milano il 3/7/1978, laureato in Scienze ambientali presso l'Università dell'Insubria di Como, da ottobre 2008 è Capo Servizio Sport presso il quotidiano "Libero". Opinionista tv per Mediaset Premium e Telelombardia.
21.01.2014 00.00 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 92750 volte
© foto di Federico De Luca

Nella notte tra domenica e lunedì pensavo al Tmw che avete sotto gli occhi. "Di cosa scrivo? Della prima di Seedorf e degli scenari Milan, tanto al mercato non succede una beata fava". Così ho fatto: di cose rossonere - se volete buttar via cinque minuti - potete leggere nella seconda parte di questo editoriale che mi piace intitolare "Thohir, nel calcio non c'è il draft".

La giornata di ieri, vissuta sullo scambione Guarin-Vucinic, è stata allucinante per quattro categorie di persone. 1) Chi fa il mio mestiere. 2) I tifosi dell'Inter. 3) I tifosi della Juve. 4) Il resto dei tifosi.
Il primo gruppo, quello dei giornalisti, ha bestemmiato come solo certi portuali marsigliesi sanno fare per l'alternarsi di notizie, smentite, cambiamenti, minchiate varie. Fattacci nostri: in fondo per campare mica spacchiamo pietre.
Il quarto gruppo ha assistito a distanza: c'è chi si è fatto risate grasse, chi se n'è fregato, chi ha detto la sua. Più o meno erano tutti d'accordo: "La Juve fa l'affare, l'Inter la prende in saccoccia".
Poi c'erano i tifosi della Juve: giustamente appagati. La Signora si libera di un buon attaccante divenuto rincalzo di lusso e porta a casa un fior di centrocampista. Un po' anarchico, certo, ma ancora nel pieno delle forze e assolutamente "raddrizzabile" sotto la guida di Conte. Col passare delle ore nella testa dei bianconeri si è fatto largo un dubbione amletico: "Ma se arriva Guarin significa che uno tra Marchisio e Pogba partirà?". Probabilmente sì, a giugno. Il prescelto sarà con tutta probabilità Marchisio, già precettato dal Monaco. Una scelta comprensibile: con il grano intascato si "sosterrà" l'arrivo di Nani o Menez (favorito il primo).
Ma son quisquilie rispetto a quello che è successo in casa Inter, al delirio, all'anarchia societaria che in un solo pomeriggio ha minato la credibilità di un club già trafitto da parecchi anni di mala gestione e amministrazione "creativa".
Abbiamo visto giocatori svuotare armadietti, dirigenti fare affari, rimangiarsi la parola, tornare indietro. Abbiamo "osservato" un presidente che a migliaia di chilometri di distanza prima ha detto "facciamolo", poi se l'è fatta sotto perché ha annusato la rabbia della gente semplicemente dando un'occhiata ai social network più famosi (e anche a quelli meno famosi). Abbiamo ascoltato le dichiarazioni dell'ex presidente Moratti che invitava l'amico Erick a venire presto in Italia; lui che qualche tempo fa aveva detto: "Lascio l'Inter in buone mani". Abbiamo, in definitiva, assistito alla "morte sportiva" dell'Inter, una società gloriosa che oggi è retta solo dai suoi tifosi, gli unici abbastanza lucidi per capire che qualcosa non va. Gli stessi si sono fatti promotori di un messaggio totalmente condivisibile: "Fate chiarezza altrimenti ci incazziamo come bisce". Oggi si bissa con la conclusione della trattativa e il contentino del conguaglio: una vittoria di Pirro, se a Giacarta sanno chi era.
Solo che al momento è impossibile "fare chiarezza", semplicemente perché "fare chiarezza" significherebbe dire la verità. E dire la verità, a volte, fa paura.
C'è chi dice "è tutta colpa di Moratti", chi "l'indonesiano ha già rotto le balle". In concreto sappiamo che ognuno s'è fatto o si sta facendo gli affaracci suoi. Moratti aveva bisogno di coprire una voragine. L'ha fatto e ha stretto la mano a un presunto magnate fino a quel momento sconosciuto ai più. S'è fidato e ora, forse, s'è già pentito.
Il club è passato nelle mani di un uomo dalle migliori intenzioni. Si chiama Erick Thohir e non è un benefattore: vuol fare affari. Nella sua testa ha un piano meraviglioso: compro un club glorioso, ripiano i debiti con la legge del "acquisto giocatori solo se li vendo", ricostruisco dalle macerie, faccio crescere il marchio Inter, poi proverò a vincere. Un piano da Libro Cuore: onesto, sincero. Un piano che - diciamolo - francamente si può realizzare solo nel mondo fatato dei Mini Poni, e anche laggiù, in mezzo alle praterie e agli unicorni, ci vorrebbero almeno dieci anni.
Thohir vuol fare le cose con calma ma di calcio non sa niente, soprattutto di calcio italiano. Lo invitiamo ad assistere a un assemblea di Lega, a una riunione di quelle piene di capoccioni che si spartiscono i quattrini dei diritti tv. Capirebbe che fare affari col calcio è impossibile, soprattutto se gestisci un club che non ha tempo di aspettare, che al coretto "chi non salta lossonelo è" sorride la prima volta, ma la seconda smette e pretende fatti. I presidenti di calcio non sono imprenditori, o anche sì, ma quando trattano di petrolio o metallurgia. Quando trattano di cose pallonare sanno che andranno in perdita, al massimo alla pari se per caso arriveranno le vittorie e i trofei in serie. Certo non resteranno a galla con la logica del "vendo tutto che tanto è l'anno zero".
Venerdì (forse prima) Thohir sarà a Milano. Crediamo che anche a distanza abbia capito che qualcosa non va, che il suo piano illuminato probabilmente è già andato a farsi benedire. Dovrà trovare una soluzione, dovrà sorridere meno e fare più fatti, dovrà fare di tutto per accaparrarsi Hernanes (i contatti con la Lazio sono in aumento), dovrà curare una ferita bestiale inflitta all'immagine dell'Inter: una società che merita rispetto orca miseria.

Ora il resto, se vi va.
Intanto vado a ringraziare i ragazzi di "Chiamarsi bomber tra amici senza apparenti meriti sportivi" (seguitissimo gruppo su feisbuc) per aver dato eco a una cazzata detta da me medesimo domenica sera durante la prima del "cappottatissimo" Clarence Seedorf. Ecco la cazzata: "Honda sembra Birsa con un buon ufficio stampa". La cosa non è piaciuta a tutti, soprattutto a Birsa. Ma tanto lo sloveno non ha un buon ufficio stampa e quindi 'sticiufoli. Quanto a Keisuke confidiamo sul fatto che non sappia l'italiano. E non lo sappia il suo ufficio stampa. Per non saper né leggere né scrivere e evitare l'ira funesta del Sol Levante andiamo col rattoppo: "Honda sembra Savicevic con due chili di brasato sullo stomaco". Per la proprietà transitiva "Birsa con un buon ufficio stampa sembra Savicevic con due chili di brasato sullo stomaco".
E vabbè, anche per oggi a boiate siamo partiti bene. Ma ci facciamo subito seri perché abbiamo notizie succose su Seedorf, vittorioso alla "prima" come solo i predestinati e assai elegante avvolto nel cappotto di gnu che a venderlo ti compri almeno un terzino di discreta fattura.
Diciamola tutta, il ragazzo ci sa fare. Mica per quel che il Milan ha fatto vedere in campo (ottimi quindici minuti iniziali, buon primo tempo in generale, pessima ripresa), ma perché ha certamente fatto tornare il sorriso al suo presidente. Merito del risultato, merito del possesso palla, merito della ostentata "classe" a bordo campo e in conferenza stampa (sì, conta anche quella), merito del lato B assai pronunciato (senza quello non si va da nessuna parte), merito soprattutto del naturale ottimismo offerto a chilate dall'antivirus Clarence, lui che all'interno dello spogliatoio rossonero alternerà la carota al bastone. Non il suo. Si spera.
Di sicuro sappiamo che a dar man forte al neo mister presto arriveranno Stam e Crespo, con Tassotti destinato a seguire Allegri al termine della stagione nonostante le parole lusinghiere dello stesso Seedorf. Per Davids, invece, niente da fare: al massimo avrà in dono un biglietto omaggio per visitare "la casa del cappotto di una certa importanza", esclusivissimo negozio dove si rifornisce il panterone rossonero. Nel frattempo abbiamo verificato per chi fosse interessato: il cappotto di Clarence c'è anche da uomo.

E la squadra? L'ingresso in campo di gattone Silvestre ci fa capire che anche Seedorf ha già bocciato il dolce Rami. Il ragazzo sarà rispedito al mittente, ma la cosa non accadrà prima della fine della stagione. Nonostante tutto il Milan non tornerà sul mercato a meno che non sopraggiunga la possibilità di arrivare a un centrocampista del genere "poca spesa, tanta resa". Parolo è una possibilità che resta concreta, soprattutto se Nocerino accettasse l'eventuale passaggio a Parma per realizzare uno scambione da leccarsi i baffi. Di sicuro sappiamo che da oggi ogni operazione di mercato dovrà avere l'avvallo di Sogliano Sean, futuro ds del Diavolo per stessa ammissione di Galliani. Proprio Sogliano farà di tutto per presentarsi a Milanello a giugno con un regalino niente male: si chiama Iturbe, uno che alla nascita ha evidentemente pescato al distributore di cognomi "nomen omen" come la maiala Peppa Pig.L'esternissimo piace a mezzo mondo, ma la voglia di seguire "babbo" Sean potrebbe fare la differenza. Altro affare possibile in porta: con Abbiati destinato a fare il vice, il n° 1 sarà di Marchetti.

E Balo? L'intesa con Seedorf sembra ottima, ma il sottoscritto non cambia idea: in zona Mondiale Mino lavorerà per il "bye-bye" col benestare dei Berlusconi (babbo e figlia).

Ps. Chiediamo umilmente scusa se ci siamo dilungati fino alla noia, ma stiamo lavorando alacremente per ottenere il dono della sintesi di Carolina Marcialis. (twitter: @FBiasin).

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