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Editoriale

Ibra, parole vuote e ingiustificate. L'Italia calcistica c'era prima di lui, ci sarà anche adesso...

Nato a Cittadella il 17 ottobre 1958, inizia la carriera al Mattino di Padova per poi trasferirsi a quotidiani di prestigio come Corriere della Sera e Repubblica. Dal 2002 al 2008 dirige Tuttosport, opinionista per Sportitalia.
20.07.2012 00.00 di Giancarlo Padovan  articolo letto 27252 volte

Presentandosi a Parigi, Zlatan Ibrahimovic ha affermato che l'Italia - calcistica immagino - non ha futuro e che senza di lui e Thiago Silva tutta la serie A sarà più povera. Possiamo anche convenire sul secondo punto, meno sul primo.
L'Italia calcistica esiste da prima dell'arrivo di Ibrahimovic e continuerà ad esistere anche dopo. Può darsi che sia più povera, ma nell'anno in cui lo svedese venne ceduto al Barcellona (estate 2009), l'Inter conquistò il famoso Triplete, ornato del trofeo più prestigioso: la Champions League. Lui, con la squadra più forte d'Europa, venne eliminato dagli ex compagni.
Appena un mese fa una Nazionale oggettivamente modesta - quella italiana - è arrivata alla finale dell'Europeo e solo sei anni fa ha conquistato il titolo di campione del mondo.
Siamo indietro nelle Coppe europee, è vero. Tuttavia la Francia, dove giocheranno Ibrahimovic e Thiago Silva, ci è abbondantemente dietro (parlo di titoli vinti) e non credo proprio che quest'anno risulti competitiva.
L'esempio di un passato recente (Manchester City) conferma che le rivoluzioni, anche a suon di petrodollari, non portano esattamente in cima all'Europa. Anzi, le due squadre di Manchester sono state eliminate dalla Champions in modo prematuro nella fase a gironi. Se poi andiamo a considerare che le due favorite per la finalissima erano il Real Madrid e il Barcellona (entrambe eliminate in semifinale) e che a vincere il trofeo è stato il Chelsea, una squadra vecchia e a fine corsa, possiamo dire che non c'è corrispondenza tra il comprare i più forti e cogliere i successi.
Il calcio, poi, è fatto di cicli. E ai cicli appartengono sia i giovani dei nostri settori giovanili (verso i quali si dovrà dimostrare maggiore coraggio), sia quei calciatori che non sono esattamente compiuti. Quando Ibrahimovic o Thiago Silva arrivarono in Italia non erano fenomeni. Né, prima del Mondiale, ci eravamo ancora accorti della grandezza di Cannavaro (all'Inter sembrava finito) o della dimensione stellare di Pirlo.
Il calcio non è solo accumulo di talenti, è energia, imprevedibilità, la scintilla di un'idea. Forse mancano più quelle che i calciatori.
Per tutto questo le parole di Ibra sono vuote e ingiustificate. L'unica spiegazione che trovo nell'averle pronunciate, è il dispetto che lo svedese ha subìto. Per una volta è stata la sua società a sbarazzarsene e non lui a cercarsene un'altra.

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