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Il paradosso dell'Inter e le riflessioni su una stagione quasi gettata al vento. Suning decida non solo sul tecnico ma su tutti i ruoli della dirigenza e prenda esempio da due big della Serie A

Nato a Firenze il 05/05/1985, è caporedattore di Tuttomercatoweb.com. Già firma de Il Messaggero e de La Nazione, è stato speaker e conduttore per Radio Sportiva, oltre che editorialista di Firenzeviola.it e voce di TMW Radio.
06.11.2016 00.01 di Marco Conterio  Twitter:    articolo letto 26147 volte
© foto di Image Sport

Con il buon Fabrizio Biasin (sì, i nostri messaggi privati non sono granché eccitanti) ci sfidiamo a suon di titoli burleschi su Twitter. 'Non è un paese per Vecchi'. 'Oggi lavoro Interinale'. 'Visto che figata La Scala a Pioli?'. E mentre dibattevamo sulla paternità di 'Tronchetti dell'infelicità', l'Inter metteva in scena uno dei più grandi paradossi dell'era recente del pallone nostrano. Casting, audizioni, un Inter-Factor made in China che di buono ha solo i ringraziamenti di penne e commentatori che così non hanno dubbi su come aprire giornali, siti e telegiornali. La verità è che i problemi di questa Inter nascono a monte. Un tecnico come Roberto Mancini scelto e voluto dal vecchio proprietario, Massimo Moratti. Un allenatore come Frank de Boer scelto dall'ex socio di maggioranza, Erick Thohir. Il finale, al di là del successore dell'olandese, era già scritto dall'inizio, perché i progetti si costruiscono col tempo e non con improvvisazione.

Non si glorifichi l'eventuale scelta azzeccata di Suning, tra Stefano Pioli, Walter Zenga, Gianfranco Zola, Guus Hiddink, Marcelino o Marco Silva. Quel che verrà di buono sarà, d'ora in poi, in questa stagione dell'Inter, solo e soltanto frutto del caso. Dell'improvvisazione. Quel che arriverà di storto e di stonato, sarà il normale prosieguo di un progetto che è sbagliato definire tale, di una realtà che è più un paradosso che qualcosa di concreto. Prendete gli undici titolari 'tipo' dell'Inter: Handanovic, Ansaldi, Miranda, Murillo, poi un terzino tra Santon, Nagatomo e D'Ambrosio. Due mediani? Joao Mario e uno tra Kondogbia, Medel e Felipe Melo, e già così terremmo fuori Brozovic e pure Eder e Gabigol se nella trequarti mettiamo Candreva, Banega, Perisic e Icardi in attacco. La formazione c'è, tutta. Son tutti giocatori di spessore, il problema è che non c'è parvenza alcuna di un concetto che nel calcio qualcosa, ci insegna il passato, dovrebbe contare. L'Inter non è una squadra.

L'Inter ha tante anime. Troppe anime. Nessuno scheletro. Ben vengano gli investitori dall'estero, perché le frontiere sono solo un freno allo sviluppo di questo mondo e chi vuol alzare mura per fermare il domani che ci viene incontro è il primo a farci scontrare, a farci del male. Ben vengano i cinesi, ma capisca Suning che il calcio non è solo azienda. O che, almeno, devono esistere delle gerarchie ben definite. Mettete sulla scacchiera tutti i protagonisti della dirigenza interista: Jindong Zhang, proprietario e numero uno di Suning. Jun Ren, suo braccio destro. Steven Zhang, figlio di Jindong. Yan Yan, vice CEO dell'Inter. Giovanni Gardini, direttore generale. Piero Ausilio, direttore sportivo. Javier Zanetti, vicepresidente del club. Erick Thohir, presidente dell'Inter. Massimo Moratti, ex presidente che però ha spesso voce in capitolo così come Marco Tronchetti Provera, CEO di Pirelli, main sponsor dell'Inter. Michael Bolingbroke, ad americano del club. Poi Kia Joorabchian, potentissimo agente iraniano e fidato consigliere di Suning.

Chi decide? Chi ha l'ultima parola? Che voce in capitolo e che potere hanno gli altri? Fosse stato per Moratti e per Zanetti, Leonardo sarebbe il tecnico dell'Inter. Fosse per Gardini, invece, Mandorlini mentre Ausilio vota Pioli. Joorabchian all'inizio optava per Hiddink, tra le altre opzioni ha Marco Silva e Vitor Pereira. Suning in primis ha pensato a Fabio Capello, in Cina gli è stato consigliato Walter Zenga, apprezza anche l'idea Marcelino ma sogna Diego Pablo Simeone a fine anno. Il tutto, in una parola. Confusione. Caos. Disordine. Piero Ausilio è tra i migliori direttori sportivi d'Italia per conoscenze e rapporti ma così, in questa Inter, la sua figura viene sminuita. Che credibilità può avere, esternamente, un ds che sceglie un tecnico, nella fattispecie Pioli, e al quale vien detto "sì, ma facci sentire cosa ci dice il nostro consigliere?". Scansati, giusto per prosare termini di moda in questi giorni. Non piacevole, ma è la realtà di casa nerazzurra, con la proprietà che già programmava i primi summit milanesi mentre la dirigenza era in Inghilterra.

Suning abbia il coraggio e la forza di scegliere. Prenda un esempio che non può che essere la Juventus. Deleghi le decisioni a due dirigenti forti, un dg o CEO che dir si voglia, e il mercato a un direttore sportivo. Poi tutti i club hanno gli agenti con cui lavorano meglio, con cui fanno gran parte delle mediazioni. Però di questi non devono diventare schiavi altrimenti poi i nodi vengono al pettine e si riflettono su un rendimento sbagliato sul terreno di gioco. Suning ha individuato in Joorabchian il riferimento per il mercato? Scelga un allenatore-manager e intraprenda un progetto inglese con l'iraniano consigliere esterno come sussurrano faccia James Pallotta alla Roma con Franco Baldini. Ausilio ha e avrà mille strade aperte per il futuro, in Italia e all'estero, non è quello il punto e il problema.

Tra i tanti nomi usciti è difficile sceglierne uno giusto. Riccardo Ferri, che l'Inter l'ha conosciuta in passato, ha suggerito di optare per uno che conosca già l'ambiente o quanto meno l'Italia. Pioli, meglio ancora Mandorlini, Zenga. Non scaldano i cuori? Tant'è, il progetto sembra scritto. All-in su Simeone in estate (ma verrà, nel caso, senza Europa?). Per il momento, Suning faccia la scelta che ritiene meno sbagliata. Quella di fare i casting in versione talent è una pantomima che non rende onore al nome dell'Inter. Per i cinesi errori di gioventù, perdonati. Ma occhio, perché il calendario va avanti. Inesorabile. Questi giorni di colloqui sono solo giorni persi e la panchina a Inter-im di Vecchi è solo un'altra giornata buttata per costruire una parvenza di squadra.

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