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Inter: vincitori (uno) e vinti (tanti, con alcuni insospettabili!) del caso-Icardi. Milan: l'aiuto inaspettato (ma assai gradito) a Montella. Juve: il destino di Buffon. Napoli: attenti a Gabbiadini

18.10.2016 08.16 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 48799 volte
© foto di Alessio Alaimo

Buongiorno a lorsignori. Volevo comunicare a tutti che mio nipote Mattia, anni 2, sta per dare alle stampe la sua biografia. Dovete sapere che è molto competitivo e vuole battere Icardi per precocità. Il libro si intitola "Cacca, pipì e Melevisione", 12 fitte pagine divise in quattro capitoli: 1) Sono fuori dal tunnel. 2) Viva la zinna. 3) Vasini e altri drammi. 4) Quel maledetto ruttino.
La famiglia di Mattia, pur perseguitata da quelli dei servizi sociali e dal Telefono Azzurro, conta di farci bei soldi sfruttando il giro delle milfone al parco. Vedremo.
A prescindere da Mattia, dovete sapere che il caso-Icardi sta avendo dei seri effetti collaterali: tutti ormai vogliono pubblicare la loro biografia al grido di "chi sono io per non avere la bio, il figlio della serva?". Tutti i testi sono ovviamente corredati da "capitolo scottante" in grado di far decollare le vendite.

Biografie che presto potrete trovare in libreria oltre a quella del piccolo Mattia:

1) "Sono una donna non sono una santa" (Cristiano Malgioglio).
2) "Avete controllato sotto il materasso?" (Fabrizio Corona).
3) "La mia voce e altri miracoli" (Romina Power, audiolibro).
4) "C'è anche da uomo?" (Clemente Russo).
5) "Volevo essere Kledi" (Mauro Repetto).
6) "Sono il figlio naturale di Elvis Presley" (Oscar Giannino).
7) "Vola, mio mini Pony" (Renato Brunetta).
8) "Mmmaria ppiano cor pepe" (Maurizio Costanzo).
9) "Mi prendevate per il culo, godetevi Nagatomo" (Jonathan).
10) "Il meglio deve ancora venire" (Walter Mazzarri).

Detto che l'ultima è vera, passiamo al caso-Icardi, perché se non dici la tua sul caso-Icardi cosa stai al mondo a fare? Cercheremo di fare in fretta, promesso.

La cosa migliore della grottesca 48 ore nerazzurra, l'Inter (intesa come tutti: società, Icardi, tifosi) l'ha fatta «in fondo»: multona all'attaccante, capitolo del libro «epurato» a spese dello stesso giocatore, fascia da capitano confermata sul braccio. Il resto è stato un disastro collettivo di «gestione e comunicazione» che raramente si era visto non solo a Milano, ma in generale nel globo terracqueo.
Il caso della "biografia precoce" del 23enne Maurito viene archiviato (a meno che gli esponenti della curva insistano nella loro personale battaglia contro l'argentino) e lascia ai posteri una marea di sconfitti e un solo vincitore.
Ne esce sconfitto Icardi che, davvero, poteva evitare, anche solo per una banalissima questione legata ai quattrini: se anche il suo libro vendesse un milione di copie (e non le venderà) gli farà incassare un miliardesimo di quel che riesce a mettersi in tasca tirando pedate al pallone. Ha peccato di superficialità, voglia di apparire e scarso controllo (non mi sorprenderei se un giorno ammettesse di non aver neanche letto cotanto libro).
Ne esce sconfitta la curva, che in teoria nasce per «tifare» e non per trattare questioni personali. Le ragioni di chi si è ritenuto offeso sarebbero dovuto finire in secondo piano di fronte all'incombente partita con il Cagliari e invece no, ha trionfato il «celodurismo» che ha portato qualche migliaio di tifosi a fischiare il proprio capitano, persino al momento del calcio di rigore sbagliato. È legittimo sentirsi offesi e inorridire di fronte alla faccenda "argentini che vengono a Milano a sparare", ma ci sono tempi e modi per risolvere le cose. Un comunicato alla mezzanotte del sabato non è un "modo per risolvere", ma una complicazione.
Ne escono sconfitti i media e chi da qualche anno "gioca a fare informazione": su internet per 48 ore si è parlato solo delle dieci righe in cui Icardi a modo suo ha ricostruito l'episodio di Reggio, ma non del passaggio in cui si è scusato per cotanta pirlaggine. Purtroppo nel 2016 le cose vanno così: se passa un messaggio e diventa virale, la verità, la completezza delle cose va serenamente a farsi benedire in nome dello "scoop" e del "casino generale che male non fa".
Ne esce sconfitta (e molto) anche la società, apparsa decisamente impreparata ad affrontare la questione e pericolosamente esposta pro-curva a pochi minuti dall'inizio del match: o Zanetti non aveva capito, o aveva capito e ha preferito fare il ruffiano con i tifosi. In entrambi ha rimediato una brutta figura, di quelle che assai raramente faceva in campo. Ancora peggio la questione "chi deve leggere il libro? Io? Tu? Qualcuno?". L'Inter non può permettersi certe figure, in particolare a pochi mesi dal cambio di proprietà. Zhang ha sborsato e sta sborsando centinaia di milioni anche per stare attenti alle sottigliezze (e questa non era una sottigliezza).
Ne esce male De Boer, il tecnico che ancora adesso va difeso (sarebbe ridicolo abbandonarlo), ma che nell'altalena di valutazioni di questi primi due mesi ("è un pirla", "no, è un genio", "no, è un pirla") ha toccato il punto più basso. La gestione di un patrimonio tecnico importante passa anche da scelte lucide nel corso dei 90 minuti. I cambi, domenica, sono parsi "improvvisati", la condizione atletica (ma in questo ci sono le arcinote attenuanti) preoccupante.
Infine i vincitori: gli innamorati «senza condizioni». La massa di tifosi che domenica «fischiava chi fischiava», gli internauti che si sono schierati non in difesa della curva o di Icardi, ma in difesa dell'Inter, che poi dovrebbe essere sempre il fine ultimo. Dovrebbe...
La faccenda finisce qui, si spera, così come si spera che tutti tornino a fare "il loro": i giocatori giochino, i tifosi tifino, i dirigenti dirigano, gli informatori informino. Sembra banale, ma purtroppo non lo è affatto.

E poi c'è il Milan. Gettiamo la maschera: un giornalista-tifoso "dell'altro club" di Milano, dopo un turno di campionato come quello appena passato, può in definitiva fare due cose: 1) minimizzare il successo dei rossoneri a Verona facendo finta di non aver visto. 2) Levarsi il cappello di fronte al lavoro di Montella, tecnico saggio e campione di "normalità".
Propendiamo serenamente per la seconda.
Montella non ha a disposizione la rosa più forte del campionato, a guardar bene neanche una delle prime quattro, eppure in questo momento può vantarsi di aver messo insieme il gruppo di ragazzi probabilmente più "unito" di tutta la serie A. Li ha motivati, convinti, sapientemente modellati con l'intenzione prima di sviluppare un gioco offensivo, quindi - consapevole che la sua impostazione prediletta avrebbe fatto a cazzotti con una rosa numericamente e tecnicamente inadatta - ha fatto retromarcia. Il risultato è una squadra senza primedonne (Bacca a Verona parte dalla panca e non dice "beh") e con una fase difensiva da leccarsi i baffi.
Chi scrive davvero non credeva di poter assistere in così breve tempo e con giocatori così giovani a siffatta trasformazione "ambientale" dalle parti di Milanello. Merito di tutti, merito anche (soprattutto?) della forzata autogestione montelliana: nel periodo di passaggio tra vecchia e nuova proprietà le "non ingerenze" di chi comanda stanno in qualche modo facendo la fortuna del gruppo.
Basterà per poter lottare con le primissime? Solo a un patto: che il Milan "cinese" riesca ad aiutare Montella districandosi in un mercato - quello di gennaio - difficile a prescindere dalle quantità di quattrini a disposizione.
Quanti saranno questi quattrini? È la solita questione settimanale legata al passaggio di proprietà. Di Fassone sappiamo che all'atto della firma del "suo" contratto, il futuro amministratore delegato ha letto e "pesato" con i suoi occhi l'elenco di aziende consorziate e protagoniste dell'imminente closing. Le stesse aziende verranno annunciate la prossima settimana, in un giorno che sarà fondamentale per far sì che "credenti" a tutti i costi e soprattutto "scettici" a tutti i costi possano finalmente trovare un punto di incontro verso la normalità. Come no...

Sulla Juve ci permettiamo di evitare il solito panegirico che - scritto in un modo o nell'altro - alla fine dice sempre la stessa cosa barbosa e cioè che "la Signora è molto forte" e preferiamo spendere due parole per Buffon Gigi, portiere tra i più forti di sempre nella storia di questo sport. Da una decina di giorni il buon Gigi è stato bollato da più parti con la locuzione che detta da chi gli vuole bene suona così: "Anche i migliori prima o poi si devono arrendere". E detta invece da chi gli vuole male suona così: "È finito" o "la smetta di rendersi ridicolo", fino a "sempre stato sopravvalutato, in fondo vale un Zubizarreta qualunque ma da noi ha la stampa amica". Ebbene, dal 2010 a oggi sapete quante volte abbiamo dato Buffon per finito, salvo poi doverci amaramente pentire? Troppe. Solo che il discorso è sempre il solito: bastano due puttanate fatte una in fila all'altra per far sì che "l'affamato di polemiche" possa soddisfare la sua voglia di sangue e cattiverie. Buffon - reduce da una stagione che è certamente tra le tre più convincenti della sua carriera - difficilmente potrà ripetersi, ma si riprenderà presto. Non si chiamerebbe Buffon altrimenti...

Meglio evitare i giudizi affrettati anche sul Napoli, battuto dalla Roma e dalle intuizioni tattiche di Spalletti, ma assolutamente da non dare per morto. La botta Milik era difficile da assorbire, anche perché Gabbiadini non è mai stata considerata una vera alternativa per il ruolo di centravanti. Ora che la sfortuna ne ha fatto l'unica prima punta a disposizione di Sarri, tocca lui dimostrare di valere i titolarissimi, magari diventando un po' più "cattivo" che male non fa.

In chiusura ripubblico quanto scritto di getto su Il senso del gol (@Ilsensodelgol, @FBiasin) nella notte tra sabato e domenica, a pochi minuti dalla pubblicazione del celebre comunicato e in pieno attacco di insonnia. È una visione ovviamente soggettiva delle cose e quindi vale quel che vale, ma tant'è ...

Scrivere queste righe è un casino per molti motivi.
Il primo è che sono le 4 del mattino, ma del resto i "comunicati ufficiali" non hanno orari, escono a sorpresa.
Il secondo è che scrivendo qualunque cosa a proposito della faccenda Icardi-CurvaNord si rischia di pestare la cosiddetta "merda".
Dai ragione ai ragazzi della curva? Sei un leccaculo.
Stai con Icardi? Sei un servo della società.
Stai nel mezzo? Sei un senzapalle.
Non dici niente? Non te ne frega un cazzo.
Siccome a me, invece, frega eccome, pesto la mia bella merda e buonanotte.
Pubblicare un comunicato contro un proprio giocatore a 15 ore da una partita è legittimo, soprattutto se ci si ritiene offesi nell'intimo, ma è anche e soprattutto una cazzata.
Se tifi Inter - e in CurvaNord tutti tifano Inter - attaccare il tuo giocatore più forte la sera prima di una partita di campionato già fondamentale per le sorti della stagione, è atto di puro masochismo.
Icardi ha sbagliato? Non lo so, magari sì. Non doveva scrivere (o sottoscrivere) quello che ha scritto (o sottoscritto), non doveva sfidare chi lo sostiene incondizionatamente, non doveva fare un cazzo di niente se non correre e fare gol? Ha sbagliato? Diciamo pure di sì, ma il punto non è questo.
Il punto è che se io tifo Inter me ne sbatto delle guerre atte a mostrare "chi ce l'ha più lungo", metto da parte queste faccende certamente importanti ma assai deleterie per le sorti della classifica.
Se tifo Inter mi interessano i rapporti, ma il terzo posto, porca troia, mi interessa di più.
Se i gol me li fa Gandhi oppure Lucifero a me frega una sega.
Se con questo maledetto libro Icardi guadagnerà quattrini che andranno a fare mucchio con tutti gli altri, beh, buon per lui, ma a me interessa quasi nulla, a meno che non decida di regalarmene una carriolata.
Mi frega nulla se sua moglie ha atteggiamenti sopra le righe da telenovela argentina, se insieme al marito posta foto di macchine costosissime e ancor più tamarre, se mi fanno vedere che c'hanno la piscina con vista San Siro e le chiappe sempre al vento.
A me frega che Mauro Icardi corra, si impegni e non faccia il coglione quando ha finito di allenarsi.
E, porca miseria, mi par proprio che lui il coglione non lo faccia.
Guardiamoci in faccia e proviamo a pensare cosa sarebbe la nostra vita se a 23 anni fossimo ricchi, bellocci e forti come bestie a giocare a calcio. Non so voi, ma io anche nella migliore delle ipotesi colcazzo mi sposerei, colcazzo crescerei i figli di un altro, colcazzo finiti gli allenamenti correrei a casa a vivere la vita di un sessantenne.
Se io fossi Mauro Icardi sarei molto più coglione di lui e lo posso dire perché in minima parte lo sono stato per davvero, pur non avendo nulla di quello che ha lui. E, forse, a 23 anni un po' pirla lo siete stati anche voi. Figuratevi a 20, ovvero all'epoca dei fatti contestati nel comunicato.
Non so se per voi è così, ma Mauro Icardi è il mio capitano esattamente perché ha quel carattere di merda lì, perché non ha paura, perché si trascina dietro tre difensori alla volta, perché in conferenza non dice "vincerò il Pallone d'Oro", ma "ringrazio i miei compagni", perché invece di leccare il culo alla curva con esasperati baci alla maglia o frasi tipo "è solo grazie a voi se sono qui" (soluzioni molto comode che utilizzano tanti suoi stimatissimi colleghi) ti dice quello che pensa e prova a essere come te: "vero" ai limiti dell'autolesionismo.
Mauro Icardi non ti prende per il culo, se una questione gli è rimasta sullo stomaco te la sbatte sul piatto.
E proprio questo modo di fare - pensa un po' - lo rende non il capitano di cui essere fieri, bensì l'infame che osa raccontarti la sua versione delle cose.
Sapete infine qual è il paradosso? Il paradosso è che se Mauro Icardi fosse nato a Milano con sangue nerazzurro e piedi storti, oggi probabilmente sarebbe a cantare in CurvaNord, perché ha gli stessi princìpi di chi lo attacca: chiarezza, orgoglio, bestiale attaccamento agli affetti, carattere da vendere, zero faccia da culo.
Maradona detesta Icardi perché "ha fatto quello che ha fatto" in nome dell'amore (oh, la Wanda se l'è sposata, non l'ha trombata una sera da sbronzo sul divanetto del privè) e preferisce Higuain che invece ha tradito non un conoscente, ma una città intera che lo adorava. Beh, scusate, non commettiamo lo stesso errore del Pibe: la soluzione non è scaricare Icardi, la soluzione è confrontarsi, litigare, mandarsi anche affanculo ma crescere insieme a lui che - ricordiamolo - ha scelto con fermezza il nerazzurro nonostante tutto (i club che lo volevano) e tutti (la pressione della moglie).
Dovrebbe essere sufficiente per pensare che il braccio sinistro su cui indossa la fascia non sarà mai quello santificato di Zanetti, ma in modo clamorosamente diverso ha già una sua maledetta dignità.


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