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Editoriale

Juve, adesso rischi: Allegri (che stramerita la conferma) a gennaio doveva essere accontentato. Pioli, numeri e prospettive: i dubbi di Suning sono fondati. Il teatrino di Spalletti ha danneggiato soprattutto Spalletti

Nato a Napoli il 10/03/88, laureato in Filosofia e Comunicazione presso l'Università Orientale di Napoli. Lavora per Tuttomercatoweb.com dal 2008, è il vice direttore dal 2012
09.04.2017 10.52 di Raimondo De Magistris  Twitter:    articolo letto 58328 volte
© foto di TUTTOmercatoWEB.com

La Juventus ha ormai deciso: avanti con Massimiliano Allegri anche nella prossima stagione. Una scelta saggia perché il tecnico livornese in questi tre anni (o poco meno) alla guida dei bianconeri ha conquistato in Italia tutto ciò che c'era da conquistare lasciando per strada solo due Supercoppe. Una persa ai rigori contro il Napoli e un'altra sempre dal dischetto dopo 120 minuti contro il 'fenomeno' (perché di fenomeno si tratta, nonostante l'errore col Pescara) Gianluigi Donnarumma.
Due Scudetti, due Coppe Italia, una Supercoppa Italiana. Oltre a un tricolore nuovamente a un passo e una finale di coppa nazionale strappata al Napoli in settimana.
Molto difficile fare meglio. E infatti questi risultati non li aveva portati a casa nemmeno il suo predecessore. La Juve di Conte non era forte come quella di Allegri, è vero, ma è grazie all'allenatore livornese se i bianconeri hanno compiuto un salto di qualità in Europa. Con buona pace delle 'vedove' del manager del Chelsea. Due anni fa una cavalcata che portò la Juve fino alla finale di Champions, nella passata stagione la rocambolesca eliminazione per mano di un Bayern che si dimostrò più forte solo sulla carta. E non meritava di passare il turno.
Allegri ha tre grandi doti: sa come gestire un grande gruppo senza la necessità di dover continuamente esacerbare gli animi. Proprio come il suo predecessore al Milan Carlo Ancelotti. Ha un'ottima capacità di lettura del match a gara in corso e sa, con cambi drastici e repentini, dare una svolta alle sue squadre durante la stagione quando capisce che qualcosa non va.
Ricordate il famoso passaggio alla difesa a quattro in Champions contro l'Olympiacos? Fu una svolta epocale, che permise a una Juve, eliminata un anno prima già nella fase a gironi, di approdare in finale contro il Barcellona.
Bene, quest'anno ha fatto qualcosa di molto simile. Ha capito nella pausa natalizia che senza gioco, forse, avrebbe vinto di nuovo in Italia, ma in Europa non sarebbe andato troppo lontano. E dopo il ko di Firenze ha dato una svolta netta alla sua squadra, scendendo in campo nel match successivo con la Lazio col 4-2-3-1. Ha impiegato Mandzukic ala sinistra e ha permesso alla sua Juventus di cambiare marcia. Quel cambio arrivò a gennaio, ma fu da subito chiaro che venne pensato e confezionato per la Champions. Con quattro attaccanti s'è vista una Juventus più brillante, con potenzialità tali da potersela giocare contro tutto e tutti. Anche in Europa.
Adesso, però, i campioni d'Italia arrivano al momento clou della stagione senza poter sfruttare al 100% il suo potenziale per colpa di una società che a gennaio ha commesso una leggerezza: non ha acquistato un altro attaccante. E' bastato l'infortunio di Marko Pjaca per mandare il reparto avanzato in emergenza. Nelle due sfide contro il Napoli è emerso con chiarezza che proporre il 4-2-3-1 con Lemina o Sturaro nei quattro d'attacco non è la stessa cosa. S'è rivista la stessa Juve di inizio stagione: solida, ma non brillante. Senza quel bel gioco che è condizione necessaria per spuntarla in Europa da questo momento in avanti.
Una bella gatta da pelare per Allegri che si trova dinanzi a un bivio: andare avanti col 4-2-3-1 precludendosi in ogni gara (soprattutto in quelle europee) la possibilità di avere in panchina un attaccante in grado di cambiare il match a gara in corso o cambiare modulo? Scelta difficile: non vorrei essere nei suoi panni.

Occhi sull'Inter, parto da un dato. Troppo spesso in questi mesi è stata data come certa e certificata una notizia che, dati alla mano, tanto veritiera non è. L'assunto è questo: "Da quando c'è Pioli, questa Inter viaggia a un ritmo da Champions League". Una tesi non corroborata dai numeri. Se si prende infatti in esame la classifica da quando il tecnico emiliano è arrivato all'Inter emerge un altro scenario.

La classifica da quando Pioli guida l'Inter
*Juventus 47 punti
Napoli 43
Roma 42
Lazio 38
Inter 38
*Atalanta 37

Juventus, Roma e Napoli hanno comunque conquistato più punti, la Lazio di Inzaghi non ne ha conquistati meno. Chiaro e pacifico che Pioli, rispetto a de Boer, abbia permesso il cambio di passo all'Inter. Ma per una società sempre più ambiziosa, che vuole lottare per il titolo già dal prossimo anno, è lui il tecnico giusto? I dubbi di Suning permangono. E non a caso, sfumati almeno per la prossima stagione Simeone e Conte, la proprietà cinese continua a sfogliare la margherita. Pioli non convince, la ricerca continua e non è escluso che possa ultimarsi con l'ingaggio di Luciano Spalletti. Nonostante quest'ultimo, negli ultimi mesi, ci abbia pensato da solo a farsi della cattiva pubblicità.

Personaggio controverso il manager di Certaldo, che negli ultimi mesi è sembrato la controfigura di sé stesso. Il suo rapporto con la stampa è sempre stato spigoloso, ma adesso è giunto a un punto di non ritorno. E' evidente da qualche mese che Spalletti abbia già preso una decisione sul suo futuro: vuole andare via dalla Capitale. Legittimo. Ma perché esasperare sempre più il clima, conferenza stampa dopo conferenza stampa, attaccando una volta si e l'altra pure giornalisti che giustamente gli facevano e fanno domande sul suo futuro (ha un contratto in scadenza) o sull'impiego del giocatore più amato di sempre dalla tifoseria giallorossa?
Spalletti risponde regolarmente attaccando o offendendo. Per alzare sempre di più il livello della tensione, per far passare il messaggio che quando andrà via non sarà per colpa sua, ma perché è stato costretto. Un teatrino che ha francamente stufato.
Bravo il presidente James Pallotta a metterlo spalle al muro in occasione del suo ultimo viaggio in Italia. Il numero uno giallorosso ha più volte ribadito la fiducia nei confronti dell'attuale allenatore. Un modo esemplare anche per far passare un sotto-messaggio altrettanto chiaro: "Se Spalletti andrà via sarà solo perché è lui a voler andare via. Non è stata la società a fargli pressioni".
Adesso, per il tecnico della Roma è l'ora di fare chiarezza senza attacchi o giri di parole. Continuare così vuol dire solo continuare a fare del male soprattutto a sé stesso. Ma la vedete la Juventus (che a Spalletti ci ha pensato seriamente qualche settimana fa) puntare su un allenatore che si rende protagonista di continue uscite fuori dalle righe? Io no. E probabilmente nemmeno la società bianconera, che fa bene a tenersi stretto Allegri.

* = Una gara in più

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