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Editoriale

Juve: "Allegri è già a Londra". Milan: Bacca e Pellè, Romagnoli e i "6". Inter: Doppio sms di Mourinho a Mancini

Nato a Milano il 10 Maggio 1965; Giornalista Professionista dal 1994. Dopo le esperienze professionali di carta stampata (La Notte e Il Giorno) e televisive (Telelombardia, Telenova, Eurosport), dirige Milan Channel dal 16 Dicembre 1999.
20.02.2016 00.00 di Mauro Suma  articolo letto 40709 volte

Allegri è già a Londra non è una notizia. E' tra virgolette non a caso nel titolo, perché ci è arrivata così, pari pari, la voce che circola nel mondo degli addetti ai lavori del calcio italiano. Poi non sarà vero e Allegri fa benissimo a prendere le distanze e a non smentire il nulla, poi potrebbe anche essere vero e Allegri fa bene uguale a schernirsi e a smentire. Perché Allegri, che è bravissimo e sta pilotando un bolide come la Juventus a velocità importantissime, è sempre la stessa persona che era al Milan e quindi conosce bene le esperienze che ha già fatto. Il 5 Gennaio 2014, vigilia di Milan-Atalanta, disse che nella stagione successiva non sarebbe più stato l'allenatore del Milan e dieci giorni dopo era già stato esonerato. Mai e poi mai dare, ufficialmente, papale papale, una sensazione di stacco allo spogliatoio che si guida. E' l'inizio della fine. E Allegri lo sa bene. Che sia sempre lo stesso del Milan ne abbiamo avuto conferma alla vigilia di Bologna-Juventus di ieri sera. Non c'è niente che faccia arrabbiare Allegri come i riferimenti al lavoro dei propri collaboratori. Max ha la pelle dura su se stesso ed è tutt'altro che permaloso. Ma se attraverso le strategie di preparazione e i rilievi sugli infortuni si mettono più o meno velatemente in mezzo le persone che collaborano con lui, ecco che esonda. Londra o non Londra, Chelsea o non Chelsea, Allegri ha già vinto qualcosa: si è preso la rivincita sulle voci e sulle perplessità circa il suo rendimento nel secondo anno in una grande squadra. Per il resto, il tecnico di Livorno sa bene quanto siano esigenti i grandi Club e come il lavoro e i rapporti con i dirigenti, se si sta nel giro delle panchine di alto livello, non siano eterni. Per cui se dovesse anche aver preso solo in considerazione altre proposte e altre offerte, non ci sarebbe nulla di male in generale e di contradditorio in particolare.

Quando a Carlos Bacca hanno chiesto chi fosse l'attaccante più forte in Italia, abbiamo pensato che rispondesse Graziano Pellè. Ma probabilmente non lo ha fatto perché Pellè, lui direttamente il buon Graziano non c'entra nulla con questa considerazione, non gioca in Serie A. Non sappiamo se siamo bacchiani o hondiani (ma Inter e Roma sono per caso quart'ultime in classifica?), ma conosciamo perfettamente le risposte a casaccio dei codoni di paglia. Mentre Bacca pensa al duello con la difesa del Napoli, sarà fondamentale per lui giocare bene anche tutti i palloni a centrocampo per far salire la squadra e non solo ed esclusivamente nell'area avversaria, è curioso il trattamento riservato a lui e Romagnoli. In estate tutti a dire che il Milan aveva sbagliato la campagna acquisti, e adesso tutti a soffiare sul fuoco del Bayern Monaco interessato a Bacca. Ma se erano soldi spesi male, perché mai il Club bavarese dovrebbe essere interessato all'attaccante colombiano? Doppio interrogativo sul fronte di Alessio Romagnoli. Continuiamo a sperare che possa essere presente contro il Napoli, anche se il Cristian Zapata del recentissimo Palermo-Milan è un ottimo giocatore, ma ci ha stupito l'esasperazione dell'importanza della sua eventuale assenza in rapporto ai 6 che riceve regolarmente in pagella dopo prestazioni pressochè perfette come quelle nel derby, a Palermo e contro il Genoa. Ma non era una riserva della Roma il buon Romagnoli? E allora perché mai dovrebbe interessarsi a lui addirittura il Barcellona? Fermo restando che ai microfoni di Carlo Pellegatti, il presidente Berlusconi ha detto e ribadito che sia Donnarumma che Romagnoli sono assolutamente incedibili.

Da Inter-Lazio del 20 Dicembre fino a Firenze, soprattutto sul piano comunicativo, a Roberto Mancini non ne è andata dritta una. Questa settimana ha messo invece le cose a posto, recuperando i giusti toni. Due i segnali arrivati dalla società: meglio fare una intervista in ordine e rassicurante a Inter Channel, uscendo dalla bolla arbitrale e dalla fiera degli alibi. Ma non solo. Ecco la chiamata a Josè Mourinho. Lo Special non tornerà ad allenare l'Inter, non è questo il tema e non è questo il punto. Ma l'Inter come società ricorda non solo a livello subliminare ma proprio nel pratico e nel concreto al suo attuale allenatore, catalizzando sul portoghese la preparazione mediatica di Inter-Sampdoria, la tradizione dei propri leader in panchina: efficaci, non confusionari. Generatori di polemiche ma affilate, mirate, non nel mucchio e senza strategia. C'è stato troppo istinto, troppa reattività, nell'ultimo Mancini. A partire dalla scelta di andare su un attaccante e non su un centrocampista: decisione presa di pancia pochi minuti dopo il gol di Lasagna. Quando c'è un pensiero, quando c'è un progetto, non ci deve essere episodio che tenga. Si va dritti, senza inseguire la delusione appena provata. E non basta mettersi a posto la coscienza con il Banega prossimo venturo. Un simil Banega avrebbe dovuto arrivare subito. Che ne dice tanto per fare un nome Icardi?

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