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Editoriale

Juve, arbitri e la decisione dell'Inter (presente e futura). Milan: l'attacco (senza senso) a Montella nei giorni caldi del closing. Napoli: benedetta iella!

07.02.2017 07.22 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 44849 volte
© foto di Alessio Alaimo

Proveremo a non fare il Bar Sport, ma non sarà semplice.
Prima questione extra-tutto: inizia Sanremo, ma per la prima volta da un milione di anni all’Ariston non ci sarà il Maestro Peppe Vessicchio. Sacrilegio. Proponiamo uno scambione Figc-Festival: noi ci prendiamo il Maestro e lo mettiamo a fare il Quarto Uomo, voi vi prendete 200230240332025352 arbitri e loro derivati e li mettete a suonare il triangolo nell’orchestra.
Sia chiaro, questa non è una polemica anti-Juve, questa è una faccenda che titoleremo “a cosa servono 6 arbitri per partita se invece di semplificare le cose, puntualmente le incasinano?”.
Mi spiego: nessuno ha ancora capito se i famosi rigori-non rigori dell’altra sera c’erano oppure non c’erano. Definiamoli “dubbi”. Bene, a questo punto i casi sono due. O Rizzoli e i suoi cinque assistenti non hanno avuto alcun dubbio in tutti e tre i casi “caldi” (e allora tutti e sei escono clamorosamente dalla media nazionale che più o meno ha sentenziato “si potevano dare, ma anche no”) o, nell’incertezza, hanno preferito la soluzione “pilatesca”: lasciamo correre. Per carità, ci può stare, il fatto è che questa cosa poi inevitabilmente porta all’incazzatura.
L’incazzatura è quella di Perisic e Icardi, giustamente squalificati ma allo stesso tempo ingiustamente portati all’esasperazione. L’incazzatura, se vogliamo, è anche quella della Juve e degli juventini. La Signora è la squadra più forte, non ci sono dubbi, domenica ha meritato i tre punti e meriterebbe anche di festeggiare un successo con i nerazzurri in santa pace. Non ci riesce, mai, perché chi arbitra non è mai sereno.
Ripeto: non è un problema di Juve, è un problema di “pregresso”, di paure ancestrali che non riguardano un club stra-meritatamente leader in Italia da un lustro, ma una categoria che nei fatti si ritiene intoccabile. Gli arbitri non parlano, non spiegano, dicono “vedrai”, non usano il buonsenso. Il buonsenso sta nel digerire i “vaffanculo”, non nell’utilizzarli a proprio uso e consumo. Se ogni “vaffanculo” meritasse un rosso, le partite terminerebbero zero contro zero. Avrebbe giocato solo Legrottaglie, oggi buon allenatore (vice a Cagliari). Viceversa toccherebbe punire chiunque, anche Lichsteiner per dire, protagonista domenica di un bestemmione in mondovisione da 10 Ave Maria e 20 Padre Nostro. E invece niente, gli arbitri fanno come pare a loro e penalizzano due squadre: una che meriterebbe di non essere “marchiata” con frasi stucchevoli del genere “eh, con la Juve è sempre così…” e un’altra che vorrebbe smetterla di coltivare “cattivi pensieri”.
Per fortuna una soluzione c’è. La Var, ovvero la moviola in campo? Giammai: meglio l’opzione “oratorio”: don Camillo ad arbitrare o magari neanche quello, ché l’autogestione tra ragazzini spesso finiva a calci in culo, ma almeno evitava succulenti rimborsi spese per i famosi “addizionali”, che “addizioneranno” anche, ma sembrano nati per servire a nulla.

Ora il resto, gli strascichi, le faccende di campo, il succo. Il succo è una visione parziale delle cose, ovvero la mia, che a molti non piacerà e pazienza: è normale che sia così.
Sapete quanti problemi ha l'Inter? Tanti. Di campo, di ricostruzione, di bilanci da sistemare, di accordi con l'Uefa da rispettare. Un altro, importante, come tutti i club ce l'ha con quella parte di sostenitori - una minoranza, per carità, ma da sempre "rumorosa" - che non riescono mai a dire "grazie lo stesso" o "bene così, la strada è quella giusta".
Non bastano sette vittorie di fila per tenere a bada i catastrofisti, quelli che "alle prime partite serie siamo crollati: con Lazio e Juve è venuta a galla la verità". Quelli che "Pioli alla fine si sta dimostrando inadatto" e sotto-sotto sperano che la sparata sul "Conte sondato" sia in qualche modo vera (non lo è). Quelli che "cambiamo tutto", quelli che Brozovic ieri era un genio e oggi un beone, Kondogbia ieri era rinato e oggi è tornato cretino, “Icardi bravo solo quando le partite non contano”, quelli che “lo so io come bisognava schierare la squadra”, quelli che “nel secondo tempo la squadra non ci ha messo le palle”, quelli per cui gli avversari non esistono e se esistono "io con il mio schema li batterei, mica Pioli", quelli che gli avversari li notano solo a partita finita per questioni di invidia e stoccate da rivolgere alle maestranze: "Perché loro hanno Dybala e Higuain e noi no? Dov'è la proprietà? Ci servono due terzini, Verratti, Sanchez, Manolas, dei magazzinieri con esperienza e la bicicletta con cambio Shimano!".
Quelli che non vedono i progressi neanche se sono lì, grossi come palloni sonda; quelli che contestano i giocatori perché "potevano crederci di più" ma subito dopo twittano "il terzo posto è pura utopia, dove vuoi andare". E quindi sono i primi ad arrendersi. Quelli che vorrebbero sempre la pappa pronta, i tre punti per concessione divina e se arrivano bene, altrimenti è tutta una merda e speriamo che arrivi il Cholo; quelli che “sette vittorie di fila le ha regalate il calendario facile”, e non capiscono che una stagione è fatta di picchi e di abissi ma soprattutto di calcoli, autocontrollo e tanta pazienza.
Signori, ora la sparerò grossa: questa Inter è squadra sensata e seria, anzi serissima. Molto più di chi vorrebbe disfarla ogni santa settimana per questioni di “bulimia da mercato”.
La sconfitta di domenica non merita strascichi polemici e pensieri rivolti "all'Inter del futuro perché quella del presente è poca cosa", semmai merita incoraggiamenti. Almeno per chi crede che tutto si debba guadagnare un passo alla volta, e possibilmente tutti assieme.

Qui Milan

Facciamo in fretta, ché di cose tipo "è infine finito il culo" o "Montella è sopravvalutato, io l'ho detto in tempi non sospetti" è pieno il mondo (virtuale e reale). Montella in un mese è passato dalla condizione di “beato”, prossimo alla santificazione, a quella del “grande bluff” che alla fine combina poco e ha gli stessi punti di Mihajlovic.
Per carità, che il buon Sinisa non andasse cacciato a suo tempo ben lo sappiamo, ma non siamo qui a fare il gioco dei paragoni, semmai quello più ferente e vergognosamente autoreferenziale del “l'avevamo detto”.
"Se il Milan non farà mercato dovrà fare i conti con la legge del campionato: alla lunga i limiti numerici, qualitativi e di esperienza di una rosa vengono fuori". Questa cazzata devo averla scritta io insieme ad altri 52442 espertoni qualche mese fa, quando le cose filavano lisce e si celebravano i “giovani e italiani”. I “giovani e italiani” sono bravi, bravissimi, ma senza supporto rischiano di diventare “giovani e incazzati”.
Il Milan per il terzo gennaio di fila ha scelto di completare non una campagna di rafforzamento, ma di indebolimento. Non stiamo qui a valutare di chi sia la colpa (Galliani, i cinesi, Berlusconi, tutti) semplicemente mettiamo sul piatto un “dato di fatto”. Se contro la Samp fai giocare tre giocatori non tuoi (Deulofeu, Pasalic e Ocampos, due dei quali appena arrivati), se sei costretto a cambiare modulo tattico pur di lascia fuori un ragazzo evidentemente "non pronto" (Vangioni), se nonostante tutto meriteresti di vincere la partita ma la perdi per colpa dei tuoi due giocatori con più esperienza, allora significa che qualche errore è stato fatto e non certo in campo.
È iniziata una settimana fondamentale per il Diavolo, quella che con buona probabilità porterà Fininvest a convocare la famosa assemblea per l’arcinoto closing: spesso è difficile ragionare su questioni che vadano oltre ieri e l’altro ieri, ma la sconfitta con la Samp in questo momento - e per chi crede in un futuro più "illuminato" - è davvero un problema secondario.

Qui Napoli
Tra tanti alti e pochi bassi, questa stagione degli azzurri passerà alla storia come quella del paradosso punta. Abbiamo passato mesi a dire che gli azzurri avevano bisogno di un centravanti di scorta dopo il ko di Milik, e invece proprio grazie al ginocchio del bravissimo "Arcadio" si ritrovano in casa il capocannoniere Mertens. Il merito? Tutto delle idee di Sarri e della sua ostinazione. Il buon ex bancario è un altro che quando le cose van male diventa il capro espiatorio, mentre quando gol e punti fioccano si guarda altrove. Gabbiadini lo ha pungolato, Giaccherini ha mugugnato, Sarri per il bene della squadra ha scelto di vestire i panni dell'antipatico e cattivo. Ebbene: in attesa del Real deve ringraziare solo le sue idee.

Si avvicina la super sfida di Champions: giocare la prima partita fuori casa può essere un vantaggio per una squadra che segna a raffica come quella di Sarri (già 55 i gol segnati dagli azzurri in campionato, mai così tanti ad inizio febbraio, meglio dei 52 dell'anno scorso con Higuain): una rete a Madrid regalerebbe margini di errore alla difesa in vista del match di ritorno, forti della spinta emotiva del San Paolo. I 7 gol inflitti al Bologna hanno gonfiato l'umore in casa Napoli e aumentato le sensazioni positive: in effetti, la supersfida con i Galacticos sembra cadere nel miglior momento possibile, con la squadra di Zidane meno sicura rispetto ai mesi scorsi e quella di Sarri all'apice del proprio splendore.
Non è solo il Napoli ad aver profondo rispetto per le Merengues, ma anche il contrario, e questa in qualche modo è già una grande vittoria.

In chiusura mi perdonerete se parlerò brevemente dei fattacci miei. Ho una barbosa questione in corso con un amico, in certi casi meglio farsi una risata. O no? (Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol Mail: ilsensodelgol@gmail.com).

Oggi volevo parlarvi del mio amico Masu. Il mio amico Masu non si chiama così, ma fa niente. Il mio amico Masu ogni tanto se la prende con me, non lo so perché, mi piace pensare che sia una questione di affetto represso.
A volte il mio amico Masu, con acredine malcelata, dice "quello è amico di Ausilio!", altre volte dice "quello è amico della Juve e di Moggi!", altre ancora "quello è amico della parte non gallianesca del Milan!". E così via.
Il mio amico Masu non si accorge che, semplicemente, a volte (solo "a volte", più spesso prediligo fare il minchione) provo a portare a casa la pagnotta facendo quello per cui mi pagano: il giornalista (parola grossa).
Altri, invece, prefeiscono perder tempo giocando al gioco del "brutto e cattivo". Beati loro che se lo possono permettere. Io no. Ma una cosa vi voglio dire: voglio tanto bene al mio amico Masu. Tanto. Anche se lui è un orsone, brontolone, urlone e pareggione cesenone.


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