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Juventus-Barcellona ai quarti: passare è possibile?
  Sì, la Juventus è cresciuta rispetto al 2015
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Juve, batti cinque: ora il rinnovo di Allegri con due promesse! Inter, arrivano i cinesi: ecco come cambia il mercato. Disastro Milan, a Berlusconi resta una sola mossa. Roma, tra Spalletti e Totti c'è un tacito accordo

26.04.2016 07.37 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 81152 volte
© foto di Alessio Alaimo

Il problema dei fessi come me è che non si rassegnano all'inesorabile scorrere del tempo.
Mi son fatto un male cane. Giocando a calcetto.
Giocare a calcetto dopo i 30 anni è una "tafazzata", come spararsi nei maroni consapevolmente. Giocare a calcetto dopo i 30 anni fa male. Giocare a calcetto in generale fa male. Il calcetto è illusorio, fetente, viscido. Ma tutti noi non possiamo farne a meno.
Dieci cose che capitano a tutti noi che amiamo il calcetto (e dintorni).

1) Puoi avere anche nove amici chirurghi, commendatori, re, Berlusconi, Joey Saputo: a fine partita mancherà sempre una quota per il campo.

2) Nell'immaginario popolare il marito dice "vado a calcetto" e in realtà va dall'amante. La verità è che l'amante ha la casa libera perché il marito è andato a giocare a calcetto. In definitiva il calcetto non esiste: esiste solo un clamoroso "effetto domino" di cornuti. Solo che l'uomo in più deve anche tornare col borsone pieno di roba sudata. Il ché non è semplice.

3) Puoi aver blindato le convocazioni da settimane, ma all'ultimo momento ti ritroverai in 9. A quel punto entrerà in scena il famigerato "Portiere volante", figura mitologica esistente solo nei campi di calcetto.

4) Se anche riesci a raggiungere i dieci, uno si farà male entro i primi sette minuti. A volte addirittura al momento del "l'ultimo che tocca la traversa va in porta!", foriero di strappi e elongazioni.

5) I teorizzatori del "giochiamo 2-2". sempre si scontreranno con quelli del "giochiamo 1-2-1". Si perderà molto tempo e comunque si finirà giocando con l'1-3 (perché un pirla che si immola per la causa c'è sempre e sempre urlerà "Oh, tornate cazzo!").

6) Sempre una squadra andrà in vantaggio di molti gol, ma per misteriosi motivi all'ultimo minuto la partita sarà comunque in bilico ("Oh, siamo pari, chi segna ha vinto!". "Ma non eravamo +12 tre minuti fa?". "Muto, ho tenuto io i conti").

7) Nelle partite di calcetto non c'è l'arbitro. Ci si affida al "Oh, fallo!". La mancanza dell'arbitro garantisce dalle due a tre risse a partita causate da falli che altrimenti sarebbero passibili di condanne penali non coperte dall'indulto.

8) Una costante delle partite è il cosiddetto "Venezia", lo stronzo che non la passa mai, già raccontato nel film "Amore, bugie e calcetto" (2008, regia di Luca Lucini). Tutti noi ci auguriamo che mentre il Venezia fallisce l'ennesimo "uno contro tre", a casa la moglie tenga bene il campo in un complicatissimo "tre contro uno".

9) In doccia c'è sempre discreto imbarazzo. Quello degli amici soprannominati "il biscia" o "pitone", soprattutto quello di coloro il cui nomignolo è "Big Jim" o "Marisa". Questi ultimi tendenzialmente fanno la doccia con indosso la mutanda e si distinguono da quelli che proprio non la fanno. Quelli che proprio non la fanno sono dei potenziali "Marisa" che scelgono scientemente di essere etichettati come "Il Puzza".

10) Molti all'occorrenza sfoderano la pomata "che scalda e evita gli infortuni" ("Oh, questa prima delle partite è fenomenale!", "me l'hanno portata dalla Thailandia!", "Volendo t'arrizza anche il pistulino!"). Tu ti fidi, la applichi dove ti serve, senti un caldo bestiale associato a odori misteriosi che rimandano a certe industrie di "dadi per brodo", entri in campo, tiri molto forte, ti fai malissimo, esci dal campo. E sempre uno arriverà dicendoti: "Oh, ho una pomata per gli infortuni fenomenale!", "me l'hanno portata dalla Thailandia!", "volendo t'arrizza anche il pistulino!". I produttori di pomate devono essere persone molto cattive.

E allora forse aveva ragione Giulio Andreotti, scomparso precocemente a 94 anni.

Intervistatore: "Senatore, lei fa sport?".

Andreotti: "No".

Intervistatore: "Ma lo sa che rinunciare all'attività fisica fa male?".

Andreotti: "Me lo dicevano anche i miei amici sportivi".

Intervistatore: "E perché non li ascolta?".

Andreotti: "Perché son tutti morti".

Ma non c'è tempo da perdere, oggi è il giorno della celebrazione. Ha vinto la Juve, ancora una volta. Uno scudetto ancora più bello degli altri, se possibile. Il quinto di fila a dieci anni da Calciopoli. Incredibile quello che è successo quest'anno, ma solo se non si conoscono filosofia e capacità di "fare calcio" della casa bianconera.
Giusto rendere onore a Buffon (una delle migliori stagioni del portierone a vent'anni dal suo esordio), così come agli ultimi arrivati (Dybala su tutti); giusto snocciolare le cifre e far la conta dei numeri (impressionanti), giustissimo magnificare un direttore generale (Marotta) e il suo braccio destro (Paratici), capaci di sbagliare quasi niente in sede di mercato. Ancor più giusto, però, giocare al "cosa vuoi dire".
E allora, cosa vuoi dire a un mister che perde la finale di Champions, capisce che non può andare avanti con lo stesso gruppo di lavoro, "libera" tre fenomeni e in un amen riesce a inserire tutti i nuovi.
Cosa vuoi dire ad un mister che da un anno sogna di giocare con il trequartista, non può farlo per legittime scelte societarie, si adatta e non perde un colpo.
Cosa vuoi dire a un mister che "Oh, devi far giocare Dybala!". E lui: "Ogni cosa a suo tempo". E allora Dybala in un amen diventa "Joya", Rugani osserva in autunno e diventa titolare a primavera, Mandzukic passa da essere quello che "era meglio Llorente" a quello che "è lui l'unico e solo SuperMario".
Cosa vuoi dire a un mister che a ottobre era "più morto che vivo": criticato, messo all'indice, massacrato perché "son tutti bravi a vincere sfruttando il lavoro di Conte, ma poi?", messo in guardia anche dalla sua stessa dirigenza e comunque capace di mantenere la calma nella tempesta. "Vedrete a Natale dove saremo". Ha vinto lui, l'ex Acciughina oggi squalo tigre.
Rinnoverà a giorni, lo squalo, diventerà legittimamente il tecnico più pagato della serie A (5 milioni a stagione fino al 2018 con opzione per un altro anno) e con meno timidezza rispetto al passato alzerà l'indice: "Prendetemi un trequartista". Lo accontenteranno e l'anno prossimo vedremo "un'altra" Juve, la prima davvero sua. Con Pogba, of course, perché il francese che piace a tutti, a Torino vuol restare. L'ingaggio? Con Raiola una soluzione si trova sempre, l'importante è regalare obiettivi e prospettive nuove, quelle di una squadra che dieci anni fa annegava nelle polemiche e oggi può serenamente affermare "l'anno prossimo proveremo a vincere la Champions". Se ci pensate bene equivale a un miracolo.

Più difficile, invece, parlare di Milan. Davvero si rischia di essere ripetitivi. Il flop di Verona paradossalmente può aver dato una mano ai tifosi del Diavolo, devastati da tre anni di mala gestione e dichiarazioni sconcertanti. Una vittoria contro "gli ultimi" avrebbe dato fiato a quelli che "avete visto? Bastava mandar via Mihajlovic". Certo, come no. La realtà è quella di un gruppo senza speranza, tenuto in piedi da un ragazzino di 17 anni, abbandonato da tutti gli altri.
Qui non è più il caso di filosofeggiare, di stabilire se quello di Sinisa fosse il "Milan più brutto di sempre" oppure no; non ha senso parlare del "bel giuoco da associare ai risultati", non hanno senso i colloqui con Sacchi a cercare soluzioni, le cene ad Arcore per trovare alternative improbabili, soprattutto non reggono più le dichiarazioni di facciata o i comunicati redatti con il solo scopo di tenere tutti buoni. Ora hanno senso i fatti. Solo quelli. E i fatti dicono che questa è stata la stagione di Ancelotti "che probabilmente arriva", quella di Ibra "che se cambia squadra viene", di Balotelli che copre il buco lasciato dallo svedese, del progetto del nuovo stadio al Portello che "si fa" e invece non si fa e anzi tocca pagare la penale; la stagione di Bertolacci costato 20 milioni, di Luiz Adriano che "farà la nostra fortuna", anzi no meglio venderlo e far la mega plusvalenza, anzi no ce lo teniamo perché i cinesi non lo comprano più; la stagione di Mr. Bee che arriva e arriva e arriva e non arriva mai, quella di El Shaarawy che va venduto per incassare perché ormai non funziona più, quella dei bilanci devastati e devastanti, perché c'è solo una cosa peggiore di un presidente che non ha più voglia, quella di un presidente che ha ancora voglia, mette sul piatto novanta milioni tondi e meno di un anno dopo si ritrova punto e accapo.
Ma queste sono chiacchiere buone per noi tromboni che analizziamo il "post". Troppo comodo. Se Brocchi oggi avesse stravinto saremmo qui a dire "quanto è bravo Brocchi, noi l'avevamo detto e comunque complimenti a Silvio". Siamo come gli altri, con la differenza che le nostre chiacchiere non fanno la differenza. La differenza la fanno coloro che gestiscono le cose rossonere. E allora chiudiamo col solito appello che per qualcuno è "aria fritta", per qualcun altro "veleno fatto risuonare per dar fastidio", per altri ancora, invece, banalissima verità: il Milan deve ripartire dal mercato, dall'unità di intenti, dall'essenziale "selezione" di un direttore sportivo da aggiungere a libro paga, che possa fare quello che in rossonero non si fa da troppo tempo: ricerca, valutazione, costruzione. Perché sbagliare "provandoci" è perdonabile, ma andare a picco per "supponenza" e totale assenza di autocritica no, davvero non lo è.

Quindi l'Inter e la "questione cinese". Archiviata la gitarella milanese la delegazione di Suning si è fatta viva. Comunicato ufficiale e volontà di investire: si parla di partnership, collaborazioni reciproche, crescita del calcio in Cina (e si spera anche a Milano). Arriveranno soldi freschi (ma con i cinesi vale la regola "se non vedo non credo"), arriverà un terzo socio indispensabile per dare ossigeno a un club che davvero ne ha bisogno. In ogni caso ci vorrà tempo e il prossimo sarà ancora "mercato a costo zero". Senza la Champions (ormai è una certezza) sono escluse follie, molto più facile che si ambisca al "consolidamento": pochi colpi in entrata, pochi anche in uscita (diritti di riscatto a parte).
Il resto è nella testa di Thohir, presidente che "non vendo la maggioranza" e il giorno dopo sui giornali "Thohir pensa a vendere tutto". E lui: "No, cerco solo un socio di minoranza, un partner". E sui giornali: "Tutto vuole vendere. Tutto". E lui: "Ho detto che non vendo! Parliamo con un partner cinese". E sui giornali: "I cinesi si comprano tutto. Insieme a Moratti. Thohir si vende anche le mutande". Erick, porta pazienza, siamo fatti così.
In chiusura quel che resta del campionato, con la Champions che resta questione tra Napoli e Roma. Con tre ko nelle ultime cinque partite, gli azzurri sembrano un po' a secco di energie, mentali più che fisiche. A Roma la squadra di Sarri ha retto bene, ma ha pagato nel finale come nel "match scudetto" con la Juve. Ovviamente da oggi torneranno a galla i tromboni del "è tutto da buttare, cara grazia se si arriva terzi". E invece no, nulla è da buttare, soprattutto se si pensa da dove si è partiti.
La Roma invece riparte dall'allenamento "a due" di sabato. Spalletti ha puntato ancora su Totti "contingentato" ed è stato ripagato un'altra volta. Il capitano è decisivo da quattro partite di fila e comincia a prenderci gusto. Il Pupone scemo non è e sa che questa può essere la sua fortuna: pochi minuti a partita ma buoni. L'importanza del capitano per il club - e non solo dal punto di vista dell'immagine e del merchandising - sembra averla capita definitivamente anche Pallotta. «Il presidente farà presto un annuncio», ha anticipato Baldissoni ridendosela di gusto. L'appuntamento è per la presentazione della campagna abbonamenti 2017: quale occasione migliore per annunciare il rinnovo? La firma sarà una vittoria di Totti, certamente, ma di certo Spalletti non ne uscirà sconfitto. Il tecnico ha dimostrato di saper tenere testa al monumento giallorosso. Una garanzia di rapporti tranquilli per il prossimo anno? Nient'affatto, ma in vista della "rincorsa" al secondo posto è grasso che cola.
Saluti. È tardissimo. Mi sono perso guardando il finale di Tottenham-Wba. È finita 1-1, il sor Claudio sta per realizzare una delle più grandi imprese sportive degli ultimi 40 anni. Ma aspettiamo, non diciamo niente, meglio così, ché gli dei del calcio sono permalosi, permalosissimi...
(Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol)


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