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Editoriale

Juve: da Trefoloni a Rizzoli. Mancini: Mazzarri è sempre lì. Thohir: Per lui i soci sono ok. Milan: lo sfondone del 30' anniversario

Nato a Milano il 10 Maggio 1965; Giornalista Professionista dal 1994. Dopo le esperienze professionali di carta stampata (La Notte e Il Giorno) e televisive (Telelombardia, Telenova, Eurosport), dirige Milan Channel dal 16 Dicembre 1999.
13.02.2016 00.00 di Mauro Suma  articolo letto 26385 volte

Tempi clamorosamente diversi, nessun nesso sostanziale. Ma cronisticamente siamo ancora lì. Il primo pensiero dopo l'infortunio dell'arbitro Rizzoli, un serio professionista e una persona perbene, è corso a Roma-Juventus, una delle partite calde della famosa stagione 2004-2005 di cui poi si occupò l'inchiesta di Calciopoli. L'arbitro Trefoloni di Siena, città gloriosa che ha una vasta provincia, inviò il certificato medico e al suo posto la direzione arbitrale venne affidata a Racalbuto. Che non ha più rilasciato interviste negli anni, ma sarebbe interessante sentirlo su quella settimana più che su quella partita che comunque come quasi tutte prestò il fianco ad alcuni dubbi sugli episodi. Juventus-Napoli non ha nulla a che vedere con quel Roma-Juventus. Ma ci ha sorpreso tantissimo la designazione mediatica di Rizzoli per la partita di questa sera a Torino. Già due giorni prima del comunicato ufficiale AIA con le relative designazioni ufficiali, già si sapeva che avrebbe arbitrato Rizzoli e lo stesso Rizzoli ha fatto sapere del suo infortunio prima delle designazioni. Tutto ciò significa solo una cosa: arbitrare le partite-Scudetto della Juventus mette una pressione pazzesca. A tutti, organici arbitrali in primis. Ma anche ad addetti ai lavori e media che, in qualche caso, sbroccano male male. Per i tifosi juventini la pressione è ingiusta e costruita in vitro storicamente, per gli anti-juventini, da Bigon a Turone, da Ronaldo a Muntari, è invece santificata dalla storia stessa. Non sappiamo se la Storia vera sia un po' più di là o un po' più di qua, come minimo sta nel mezzo. Poi vedete voi. E soprattutto buon lavoro a Orsato.

Walter Mazzarri ha guidato l'Inter dalla panchina in 58 gare ufficiali, conquistando 96 punti e generando una media di 1,65 punti/gara. Roberto Mancini ha guidato l'Inter dalla panchina in 62 partite, conquistando 101 punti e generando una media di 1,63 punti/gara. Questi sono meri conti della serva. Poi però dai conti bisogna passare al peso specifico. Mazzarri giocava peggio e parlava male, è "passato" fra i tifosi interisti. Può essere. Ma il clima mediatico, i pochi soldi spesi e gli "acquisti" fatti per lui (il caso M'Vila è abnorme) rendono molto più difficili e controvento le condizioni in cui il tecnico toscano ha costruito le sue stagioni e le sue medie rispetto al tecnico jesino. Dopotutto Mancini aveva rilevato una squadra sesta in classifica e in Europa League. Con lui è arrivata ottava peggiorando la posizione di "consegna" ed è uscita dalla competizione subendo tanti gol dal Wolfsburg che poi il Napoli di...Benitez aveva nettamente ridimensionato. Continuiamo a pensare che la tifoseria interista debba pungolare di più il proprio allenatore, senza vederlo sempre e comunque sul cavallo bianco su cui è arrivato.

Il calcio parlato, la vera grande passione dell'Italia del pallone, è sfibrato e spossato dai luoghi comuni. Alzate la mano quante volte avete sentito questo: "Ma perché Mr Bee dovrebbe investire tanti soldi per non comandare?". E tu lì a spiegare che in Asia avrebbe il pieno possesso di un brand preziosissimo e prestigiosissimo. Con la possibilità negli anni, fra ricavi e buone operazioni, di salire sempre più nelle quote. Ma di fronte al luogo comune trinariciuto, non c'è pazienza che tenga, non c'è ragionamento o contenuto che regga il confronto. Forse però, miracolosamente, adesso una risposta ai vari "Ma perché Mr.Bee...", arriva inaspettatamente dal fronte opposto di Milano. Rispetto ai 417 milioni di debiti e alla ricerca affannosa di un socio, scopriamo che all'Inter va bene, sì l'Inter può. Dall'altra parte, un socio che arrivi per coprire i debiti e senza comandare è possibile. Luogo comune sdoganato? O luogo comune a orologeria, a seconda dei colori e degli orientamenti anche politici e non solo sportivi? Sarebbe interessante sapere da qualche ascaro mediatico che percorre in lungo e in largo le televisioni per troncare e sopire, da dove sono venuti misteriosamente fuori quei 417 milioni, nascosti da qualche "tutto bene", "tutto perfetto" e soprattutto da tanti palloni buttati via parlando di Milan e provando a far scemi i tifosi rossoneri con visioni solo strumentali e solo subdole.

Il 10 Febbraio 1986 nella Storia del Milan non è successo niente. Nei giorni di trattative per il passaggio di una Società da una mano all'altra, le intese verbali e gli accordi di principio anche positivi e significativi non significano nulla. Sono giorni di passaggio e di sviluppo. Contano, nel calcio e nella vita di tutti i giorni, solo le firme. E le firme sui documenti, con le relative girate delle azioni del Milan, sono arrivate il 20 Febbraio 1986. Non prima e non dopo: il 20 Febbraio 1986. Il presidente Berlusconi apprese la notizia delle firme, senza le quali ti senti ormai proprietario ma non lo sei ufficialmente e definitivamente fino a che non vengono messe nero su bianco, mentre era a Parigi al lavoro per il varo de La Cinq ed era in attesa proprio di quella conferma. Le firme. Sul tema è tutto chiaro e non c'è confusione. Il trentennale del salvataggio del Milan ricorrerà sabato 20 Febbraio 2016, a due giorni da Napoli-Milan. Non stiamo facendo i precisetti per 10 giorni. Ci sono momenti in cui lo capisci se la forma è solo forma o anche sostanza. E anche la stropicciata corsa alla diligenza, per alcuni anche con una comprensibile fretta editoriale e per altri la conferma della propria ormai conclamata dissociazione psicologica giustificata solo dalla disperazione, sulla data del Trentennale conferma le tendenze del momento. Proprio gli odiatori del periodo dell'arancia meccanica di Calciopoli che volevano distruggere il Milan, oggi cercano lo spazio per riscrivere la Storia del Milan al posto del Milan. C'è qualcosa di vagamente ondivago, di sostanzialmente posticcio, in tutto questo. Stranezze, un po' come nello splendido film del Re Leone, nel periodo di mezzo della storica pellicola di Disney. Eccolo allora il posto del presidente Berlusconi il 20 Febbraio 2016, il suo posto, sulla roccia più alta delle Terre del Branco. Il Re Leone venne distribuito tre giorni prima della Partita del Secolo del Milan: 4-0 ad Atene contro il Barcellona di Cruyff, Romario e Stoitchov ad Atene. Di questo suo dna si deve nutrire il Milan, perché la Storia non è mai tempo perso. Non deve essere un alibi, non deve essere un disco rotto, ma è certamente una grande quercia con radici nel passato che deve tornare a rinverdire nel futuro. E dalla Storia non si scappa, non solo bisogna saperla bene ma non bisogna mai farla distorcere da nessuno. Perché una Storia obliqua, come è negli auspici dei gufetti che provano a metterci mano, può generare solo un futuro opaco. Ciò che non vuole il presidente Berlusconi e che non accadrà con il presidente Berlusconi.

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