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Editoriale

Juve: ecco la soluzione del caso Morata. Futuro Milan: la Coppa Italia cambia le carte in tavola (ma c'è un acquisto da fare subito!). Inter: la lezione a Mancini da un tesserato nerazzurro. Napoli: attorno a Higuain c'è una strana aria. E Conte...

24.05.2016 08.25 di Fabrizio Biasin  Twitter:   articolo letto 102910 volte
© foto di Alessio Alaimo

Buongiorno e buonasera tutti. Oggi saremo telegrafici per questioni di tempo e di rotture di maroni che non potete capire. Avrei voluto approfondire codesti dieci temi molto populisti per acchiappare facili consensi, ma sono con l'acqua alla gola. E allora ve li butto lì a caso:

1) Mexes, il selfie col Papa non si fa, soprattutto con la bocca a culo di gallina. Era il Papa, non Bono Vox. Vergogna!

2) Milito, che giocatore, esempio per tutti noi. Se Balotelli avesse avuto la testa di Milito non sarebbe andato negli spogliatoi a fare pipì, l'avrebbe trattenuta con la forza di volontà. Vergogna!

3) Mazzarri, guarda che in Inghilterra piove molto. Vergogna!

4) Conte, ti pentirai di avere lasciato a casa Pavoletti. Cioè, l'attaccante italiano più in forma: vergogna!

5) Thohir caccia i soldi, Moratti li cacciava. Vergogna!

6) La Juve ha fatto bene a non dare il permesso a Dybala per le Olimpiadi, lui bravissimo a non polemizzare più di tanto. Però è triste questa cosa del calcio che in generale snobba le Olimpiadi: vergogna!

7) La camorra nel calcio, le intercettazioni, le partite aggiustate, il marcio nel pallone: vergogna!

8) Che pena gli accoltellati post Milan-Juve di Coppa Italia. All'estero certe cose non succedono perché li sbattono in galera e buttano la chiave. Da noi, invece, al massimo ti danno il daspo che per gli ultrà è quasi una medaglia: vergogna!

Varie:

9) Quelli che vanno a vedere il Giro in strada ma non stanno a bordo strada e, anzi, rompono i coglioni in mezzo alla carreggiata: vergogna!

10) La Yamaha che in gara dà la moto che esplode a Valentino e non a Lorenzo: vergogna! E complotto!

Bene. Andiamo con i convocati di Conte con lo stesso spirito severo e inquisitorio.

Tra una manciata di giorni inizia l'Europeo. Conte ha pre-selezionato i 30. A una prima occhiata sono cazzi acidi. Ci presentiamo in Francia con 5 attaccanti che - tutti assieme - nel 2016 hanno segnato 21 gol (58 complessivi in tutta la stagione): una miseria. Ora, non è che Conte potesse pescare in una vasca colma di fenomeni, ma una chance al buon Pavoletti al suo posto l'avremmo concessa: era il più in forma, da gennaio aveva segnato 9 gol nonostante 40+15 giorni di assenza per infortunio. Questo significa che Conte sia masochista? No, e infatti lasciamo fare a lui secondo il collaudato assunto: se arriveremo almeno alla semifinale saliremo bei sereni sul carro, viceversa contesteremo le scelte di Conte che "pensava già al Chelsea! Per questo è andato tutto a puttane!".

Faccende interiste. In chiave mercato è stata la settimana di Banega, futuro nerazzurro, e delle voci su Yaya Tourè, prediletto del Mancio. Sullo sfondo intricate questioni legate alla partnership con i cinesi del gruppo Suning. Cose che sappiamo: con i cinesi il patto è vicino, vicinissimo, ma non sposterà di una virgola la "mission" affidata ad Ausilio: tra acquisti e cessioni si dovrà toccare lo zero in bilancio o, ancor meglio, bisognerà guadagnarci qualcosa. Per questo Banega a costo zero (1 milione per la penale) è un colpo notevole che - paradossi del mondo della comunicazione - avrebbe fatto più rumore se concretizzato la sera della finale di Europa League. "Il Siviglia alza la terza Europa League e possiamo darvi una notizia: l'Inter ha acquistato Banega per 20 milioni!". Sui giornali si sarebbe celebrato siffatto colpo per una settimana buona. E, invece, Banega arriva a zero e si preferisce fare le pulci all'operazione con frasi tipo: "Ma perché mai Banega che può fare la Champions dovrebbe scegliere l'Inter?". Cose così.

È questa l'ennesima lisciata di pelo ad Ausilio, in modo che nei prossimi tre mesi conceda al sottoscritto primizie di mercato invece che ad altri? Sì, lo è. Ma c'è anche un fondo di reale ammirazione per un dirigente che lo stesso Mancini dovrebbe lasciar lavorare con maggiore "libertà". Yaya Tourè è un grande centrocampista, è vero, ma nell'ottica di un club che - ribadiamo - non può azzardare, pensare di mettere sul piatto quattrini a iosa per un ultratrentenne avrebbe davvero poco senso. Per il resto occhio ad Handanovic (non è affatto detto che vada via) e Brozovic (l'offerta "inglese" è arrivata ma al momento non convince il club).

Milan. E quindi Berlusconi. E quindi cinesi. E quindi Brocchi. C'è una prima e importante cosa da dire: dopo settimane passate a scrivere peste e corna di tutto e tutti, va dato merito a una squadra che sabato a Roma ce l'ha messa davvero tutta e si è arresa solo per un unico evidente motivo: è povera di alternative. Per questo la bella prestazione dell'Olimpico non deve creare alibi a nessuno, Berlusconi su tutti: il Milan così costruito non è una squadra che può affrontare la Juve (ma anche la Roma e il Napoli) alla pari, il Milan ha bisogno di volti nuovi e validi, almeno uno per reparto. Pensare che questa squadra necessiti di soli ritocchi o dell'ennesimo allenatore diverso sarebbe un clamoroso errore. Per questo fa specie sentire che non solo non si stia lavorando sul fronte "acquisti", ma semmai si stia pensando di lasciar partire un giovane come De Sciglio, per altro destinato a quella che dovrebbe essere una diretta concorrente (leggi Juve).

Stona anche la "scusa" che ormai quotidianamente risuona dagli ambienti rossoneri: non si può impostare il mercato fino a quando non si capisce come finirà con i cinesi. Le parole del patron di domenica ("i cinesi mi vogliono cacciare") chiariscono ampiamente la questione: si va avanti con Berlusconi, perché Berlusconi non vuole rinunciare alla sua squadra. Una scelta legittima che però deve essere accompagnata da un atto di coraggio: Maldini si è fatto avanti, non risolverà con la bacchetta tutti i guai del Diavolo, ma un suo "reintegro" darebbe ai tifosi un motivo per tornare a credere in questa proprietà. Non va d'accordo con Galliani e quindi "non si può fare"? In una società dove già ora si fa fatica a trovare "uno che va d'accordo con un altro", la scusa davvero non regge.

Parli di Juve e pensi a Morata, ovvero al calciatore che lascerà Torino nonostante l'ultima verità firmata Allegri: "Qui con noi può crescere ancora". Vero, verissimo, ma il problema è che a Madrid hanno già deciso: Morata sarà riacquistato e rimesso sul mercato, la Juve potrà riprenderlo solo in presenza di una spesa che economicamente avrebbe poco senso. Marotta e Paratici lo sanno bene: la rinuncia all'attaccante spagnolo fa soffrire, ma vista a mente fredda questo rimane un piccolo/grande colpo di mercato. Hai sfruttato le prestazioni di un grande attaccante per due anni, ci hai guadagnato un sacco di soldi: in sede di compravendite si è visto decisamente di peggio, no? Ultimo quesito: dove finirà Alvaro? Chi lo conosce bene assicura: "Lui vorrebbe restare a Torino, se gli sarà impedito lui cercherà di andare a giocare non a Parigi ma da Mourinho: la stima è profonda e reciproca". Staremo a vedere.

Chiusura su Higuain: preparatevi a passare un'estate devastante, quella dell' "offerta settimanale vera o presunta per il Pipita". Questa settimana tocca al Psg e ai presunti 60 milioni messi sul piatto. Se anche fosse vero (e così non è) non basterebbero. In attesa di capire quale altra squadra si farà avanti la prossima settimana (le due di Manchester? Il Bayern? Mia sorella?) la certezza è una: Tonelli ha firmato, Klaassen è più vicino, segno che a Napoli ben sanno che "stagione con la Champions" fa rima con "rosa ricca di alternative". Bene così.

Fine. Da ultimo vi invito caldamente a leggere il pezzo a seguire, pubblicato giusto ieri nella rubrica "Noi ci dissociamo", valvola di sfogo del nostro arlecchinesco blog "ilsensodelgol". Ci ha scritto Davide Tamagno. Voleva andare a vedere Juve-Milan con i fratelli e il papà, ci è andato partendo in macchina da Torino, ma alla fine sono state più le rotture di coglioni rispetto a tutto il resto. Meditate gente, meditate...

(se invece anche voi volete pubblicare i fattacci vostri, nessun problema: ilsensodelgol@gmail.com Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol).

di Davide Tamagno

Mi chiamo Davide, ho 30 anni e sono della provincia torinese. Ho due fratelli gemelli più piccoli, Il Dario e il Simo di 25 e per questo fine settimana abbiamo organizzato uno di quei pellegrinaggi il cui ricordo avremmo voluto rimanesse gioioso per sempre. Abbiamo organizzato una sorpresa per il nostro vecchio, colpevole di averci fatto gobbi fin nel midollo. Biglietto per finale di Coppa Italia, notte dai frati e domenica in giro per Roma. La sveglia è suonata alle 4:30 sabato, ma non so dirvi se a strapparmi dal mondo dei sogni sia stata la cornamusa orgogliosa di Braveheart o il profumo proveniente dalla cucina. L'amore materno stava liberando l'estro da trequartista alla Zizou tipico di mia madre nel suo campo da gioco prediletto: le mastodontiche bistecche impanate, le migliori al mondo. Partenza ore 5:00, dorme ancora il sole e perfino il gallo, ma noi siamo carichissimi.

Ore sette caffè corretto, ore nove La colazione in cui era previsto il funerale alle bistecche di mamma (ancora una volta divine) con nebbiolino superiore. Arrivo nella capitale all'ora di pranzo, solo voglia di far festa per due giorni.

Arriviamo all'Olimpico nel cuore del pomeriggio e già ricevo un segno della piega che avrebbe preso la serata: i quattro striscioni preparati per l'occasione non possono entrare.

Le quattro ore per prepararli, in un attimo le ho viste gettate dritte dritte nel water.

Quattro striscioni in cui era posto il saluto alle nostre 4 donne, semplicemente un CIAO.. con il nome delle consorti in nero e al di sotto, in rosso in stile componibile Ikea, un SIAMO TUTTI BELLI ALLEGRI.

Ero orgoglioso di quei quattro striscioni, perfino il vecchio avrebbe alzato il suo, salutando mamma.

Peccato che non fossero ammessi striscioni commemorativi. Devo essere diventato di tutti i colori quando un signore di cui non avevo ben capito le generalità mi ha detto questa cosa. Penso che gli occhi mi siano diventati rossi dalla rabbia: la rabbia di chi non insulta mai nessuno, le madri di nessuno, e soprattutto non porta con sé bengala, bomboni, bombette e bombettine combustibili allo stadio.

Nei 30 secondi successivi non ho capito bene cosa sia successo effettivamente, so solo che in tre mi hanno accompagnato ai tornelli, che gli striscioni ora non erano più commemorativi e potevano entrare ma che l'asta della GoPro da 15 cm del Simo era diventata misteriosamente oggetto contundente e non poteva entrare. Do ut des.

Non ho ancora sbollito la rabbia, che mi innamoro dello stadio. Me ne han parlato male:Non si vede bene..eh mah, la pista... L'Olimpico è semplicemente stupendo. Gremito è pazzesco. Decido col cuore finalmente sereno di sfoggiare la mia arte. Apriamo gli striscioni, ci guardano dal basso, ridono e ci fanno foto, sono orgoglioso.

Fino a quando, due minuti più tardi, colui che si identifica come ultras ci consiglia in tono moltissimo amichevole di riporli mestamente. Cazzo ma perché?

Il vecchio, che si è guadagnato il titolo sul campo, dispensa saggezza. Striscioni ammainati, cuore che piange. Nelle due ore successive cambiamo posto 18 volte, di cui 17 perché la coreografia prevede l'occupazione di posti di paganti che al momento dell'acquisto del biglietto avevano previsto tutto tranne di cedere il proprio posto, regolarmente pagato, per andare alla ricerca di quello di qualcun altro, regolarmente pagato. La partita è bruttina, salvata solo dal panino con la soppressa e la bionda media.

A fine primo tempo mi interrogo sul significato dell'esistenza osservando allibito un non meglio identificato ultras che prova a cartellare un padre di famiglia, reo di aver cristonato sulla bandiera dalle dimensioni mastodontiche (molto più della bistecca impanata di mamma) che in centro curva impediva la visione del campo a qualche centinaio di cristiani. Cristiani dalla stessa fede calcistica di quello che li voleva menare. Dico prova a cartellare perché la sua condizione fisica era molto ma molto simile a quella di Alexandre Pato dei bei tempi, quindi il padre di famiglia riesce incredibilmente a difendersi.

In quei pochi secondi il sangue mi si ferma, penso ai miei fratelli - ahi, sono il primogenito - e soprattutto al mio vecchio, di fianco a me. Ci guardiamo e con una doppia finta alla Cuadrado siamo dieci file più lontani. Mentre mi sposto incrocio lo sguardo cupo di signore con sciarpe rosa, di bimbini con la maglia di Pogba e tutto d'un tratto ricordo cosa ci faccio lì: sono lì per una partita di pallone.

Festeggio il gol di Alvaro, lo festeggio col cuore, mentre vedo mio fratello più piccolo un pochino segnato, che non sorride. Era una partita di pallone. Alle due sono in camera, finalmente posso far festa. Il Dario ha fatto delle polpette stratosferiche e accompagno il tutto con del vino rosso sardo, esagerato.

Finalmente ridiamo. Finalmente facciamo festa.

Mi chiedo perché.

Perché una partita di pallone qui in Italia debba essere vissuta cosi. Perché coltellate, perché bengala e bomboni, perché effetto gregge senza uno straccio di regola. Perché 800 km di viaggio, 500 euri di spesa e dieci minuti effettivi di partita vista per colpa di bandiere enormi che devono essere sventolate in centro curva, solo perché non si poteva spendere di più, in quattro, per biglietti più comodi in tribuna.

Perché non posso pensare di portare serenamente mio figlio allo stadio senza paura che succeda qualcosa. Sono le 15:00 di domenica, ed è quasi ora di ripartire. Sperduti tra le colline di San Gimignano, mancano ancora una manciata di ore al ritorno a casa. Le fiorentine epiche (a 'sto giro le bistecchine impanate sarebbero rosse dalla vergogna) e il Morellino che le accompagnava saranno le vere perle del fine settimana.

Più di una magia di Pogba.

Più di un gol di Morata.

Più di una partita di pallone.


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