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Editoriale

Juve, il piano segreto di Mino per Pogba (ma intanto arriva... il corteggiatissimo!). Inter: i retroscena del caso-Icardi e il nuovo obiettivo di Ausilio. Milan: 2 nomi concreti tra le "ombre cinesi". Napoli: Witsel e Higuain, ecco cosa succede

12.07.2016 11.39 di Fabrizio Biasin  Twitter:   articolo letto 123698 volte
© foto di Alessio Alaimo

Contate insieme a me fino a 10. Pronti? Via: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10. Molto bene: se pensiamo che 15 milioni di euro all'anno equivalgono a 1.250.000 euro al mese, che fanno 416.666 ogni dieci giorni, che fanno 41.666 al giorno, che fanno 1.736,11 all'ora, in questi dieci secondi Graziano Pellè ha guadagnato 4,82 euro. Chiamalo stronzo.

Sono certo che nessuno di voi avrà fatto il giochino sciocco del "conta fino a dieci", tranne Wanda Nara, a quanto pare donna assai attenta al soldo.

Motivi per cui sarebbe meglio non innamorarsi di Wanda Nara:

1)Chiede gli aumenti al capo al posto tuo, il ché ti fa passare per bambacione agli occhi di amici e colleghi.

2)Il suo ex fidanzato quando ti incrocia si ravana i maroni e poi ti dà la mano.

3)Non puoi dire ai tuoi amici "dovreste vedere che bonazza che è Wanda in bikini!", perché l'hanno già vista su Olè, o su Google image.

4)Maradona ti rompe i maroni con questioni morali delle quali non gliene frega una cippa ma che creano grande consenso popolare in Argentina tipo: "Non dovevi portare via la donna a un amico, Mauro!". E allora Mauro: "Non era un mio amico". E allora Diego: "La Fifa è una mafia!". E allora Mauro: "Cosa c'entra?". E allora Diego: "Gianni Minà è un grande uomo!". Insomma, sfodera tutto il repertorio.

5)Il suo ex fidanzato quando ti incrocia si ravana i maroni e poi ti dà la mano (l'abbiamo già scritto ma è bene ricordarlo).

Mentre leggevate i cinque motivi per cui è meglio non innamorarsi di Wanda Nara, Graziano Pellè ha guadagnato circa 20 euro. Mortacci sua.

Parliamo di cose serie: Mino Raiola e Pogba, per dire. Mino Raiola sta facendo la coglionella, ovvero dice tutto e niente. Provate a farci caso, ieri l'agente del Polpo ha detto più o meno così: "Pogba piace a molti, ma non c'è fretta, ma forse rinnova con la Juve, ma piace a molti, e non c'è fretta, ma forse resta, ma va, ma resta, perché piace a molti all'estero, soprattutto alla Juve. Che fretta c'era? Maledetta primavera". Chi scrive crede sempre alle parole di Raiola, solo che le valuta al contrario. Esempio: "Ibra ha delle chance di tornare in Italia!" (Ibra non torna in Italia). "Pogba ha la fila di pretendenti" (non è arrivata alcuna offerta ufficiale). Per questa banalissima logica, il suo "Paul potrebbe rinnovare con la Juve" fa pensare a un tentativo dell'agente di voler alzare l'asticella con il Manchester United. Una roba del tipo: "Inglesi, offrite un po' di più per l'ingaggio prima che sia troppo tardi". Ma sono chiaramente io in malafede e Raiola invece dice tutta la verità.

In ogni caso la Juve non trema: con Pjaca c'è un accordo di massima (22 milioni alla Dinamo), con Bonucci un patto tra uomini d'onore (lui rinuncerà all'ingaggio sontuoso del City, la società accorderà un aumento dello stipendio fino a 5.5/6 milioni), per Benatia tutto dovrebbe concludersi in settimana, per l'erede di Morata invece non c'è fretta (Sanchez è ancora il preferito, ma si valutano alternative meno "complicate").

Qualche intoppo in più dalle parti di via Rossi. Al Milan i buon propositi fanno a pugni con i ritardi dettati dalla trattativa cinese. "La firma con la cordata slitta ma arriverà" è il mantra che spaventa molti tifosi e sviluppa interrogativi nelle menti di altri: "Cosa sono questi cinesi, dei bob?". Perché di "slittamenti" se ne sono visti molti, ma di facce ancora no, se non quella "di ritorno" di Mr Bee, che tra l'altro cinese non è. Badate bene: qui nessuno vuol dire "l'affare con i cinesi si farà" o "è tutta una cazzata", perché dopo mesi passati a cambiare idea (il sottoscritto l'ha fatto molte volte) si rischia solo di fare ulteriori figuracce. Il senso delle cose semmai è un altro: il ritardo accumulato per arrivare a una "decisione" sta pericolosamente rimandando la costruzione di una squadra "a misura di Montella".

Smentito Lasagna e saltato Pjaca (ma per il croato resta viva una flebile speranza), gli obiettivi concreti sono Musacchio e Sosa. Bene il primo (soprattutto visto il ko di Zapata, recentemente rinnovato), un po' meno il secondo (bravo ma datato). Siamo alle solite, insomma, con Pavoletti che resta una possibilità per l'attacco e Kovacic per il centrocampo, il "solito" reparto lasciato in "balia degli eventi". Il problema è: con chi prendersela? Con Berlusconi? Eh, ma ha detto che vende. Con il solito Galliani? Eh, ma è stato lui a far capire che ora le faccende di mercato non sono più sua esclusiva responsabilità. Con chi allora? Con Gancikoff, uomo indicato come "incaricato cinese per dare l'ok alle operazioni" apparso in un paio di occasioni e niente più? Eh, ma chi lo conosce? Insomma, al momento l'unico effetto della trattativa "che slitta" è aver guadagnato tempo e in contemporanea aver lasciato i tifosi del Milan in uno scomodo Limbo in cui è impossibile prendersela con questo o quello, perché "questo" e "quello"... non hanno facce. Converrete che è abbastanza inquietante.

Non inquietante ma sicuramente "fastidiosa" è anche la faccenda Wanda-Inter. Faccenda che riassumiamo per come ce l'hanno raccontata dalla società (e quindi - lo riconosciamo - "di parte"). Dunque, Wanda avrebbe chiesto un incontro per rivedere il conquibus del compagno Maurito, la società avrebbe risposto "abbiam già fatto un anno fa, può bastare". A quel punto la signora è uscita sui social con la faccenda del club "che avrebbe necessità di vendere per questioni di carattere economico", l'Inter dal canto suo ha fatto sapere che il ragazzo "è incedibile" e che le uscite della Nara sono "quantomeno inopportune", la signora a sua volta ha fatto tutto un ragionamento molto approfondito su "valore del cartellino che non si sposa con lo stipendio del capitano, tra l'altro corteggiato in passato e nel presente da molti club danarosi". In totale un bel casino che, tra l'altro, ha prodotto scomodi risultati: 1) Mauro che stava facendo progressi da gigante quanto a "dichiarazioni populiste che non dicono nulla ma sono indispensabili per diventare un bravo capitano" si ritrova azzerato nella sua credibilità da condottiero. Un vero peccato. 2) Wanda Nara non sarà mai più accettata come "first lady" nerazzurra e la cosa può sembrare anche poco importante ma certo non aiuta una squadra che ha bisogno di certezze. 3) Certe sparate prestano il fianco al "cazzeggio mercataro" tipo "Icardi può andare alla Juve" o "L'Inter è alla frutta" o "l'Inter è chiaramente già in crisi" o "i cinesi non c'hanno una lira" o "il mercato fa schifo perché al 12 luglio sono arrivati solo Banega, Ansaldi e Erkin e invece dovevano arrivarne molti altri tipo Candreva, Jesus, Joao Mario, Berardi e fa niente se poi il totale fa 23213 giocatori: bisogna comprare tutti!". Insomma, un bel pastrocchio.

Ausilio mantiene la calma (o meglio, è incazzato come una biscia, ma non per le faccende di mercato) e porta avanti quel Keita che chi scrive ha sempre indicato come "obiettivo gradito ai nerazzurri", ma non per questo facile da raggiungere. Staremo a vedere.

Infine il Napoli, che alla faccia dei detrattori sta chiudendo per Witsel ed è vicino a Pereyra e Widmer. Una bella mazzata a quelli che "De Laurentiis se ne frega". Certo, ora è il momento di arrivare alle firme, ma un effetto è già stato raggiunto: per una settimana - incredibile a dirsi - non si parla di "Higuain al Bayern, anzi no al Psg, anzi no al City", ma di "Higuain che dovrebbe restare con clausola ridotta". Tutti sereni? No, tocca al papà di Hamsik secondo cui "Marek ama il Napoli e vorrebbe chiudere la sua carriera in azzurro, ma non è ancora sicuro che accada". Un po' meno diretto del fratellone di Higuain, ma con lo stesso "sceneggiatore" del Pipita: i big (a Napoli come ovunque) battono cassa, sai che novità...

Vi lascio - se vi va - bei sereni a un articolo per una volta "alto" (e infatti non scritto da me che sono un cazzone) atto a celebrare il Portogallo campione d'Europa. Ebbene, abbiamo ripreso su "Ilsensodelgol" codesto pezzo pubblicato da "L'Intraprendente" a firma Giovanni Sallusti: praticamente un furto. Ci pentiamo? Giammai.

Buona "altissima" lettura (twitter: @FBiasin @ilsensodelgol Mail: ilsensodelgol@gmail.com).

di GIOVANNI SALLUSTI per L'INTRAPRENDENTE.it

Il Portogallo siamo noi, soprattutto dall'ottavo del primo tempo. Quando il canovaccio s'abbassa di colpo, dalle percussioni eleganti dei galletti francesi e dal tocco volutamente sonnolento dei maestri portoghesi si piomba direttamente nelle strade di Marsiglia, nei cunicoli di qualche banlieu, o al porto di Le Havre, dove Dimitri Payet ha iniziato a calciare il pallone. Dimitri Payet all'ottavo del primo tempo calcia solo la gamba di Cristiano Ronaldo, concharacter assassination troppo sguaiata per non essere programmata, pallone lontanissimo, decenza sportiva e umana ancor di più. C'erano state avvisaglie già prima, pestoni, medie provocazioni buone per i campi di ghiaia, non per lo stadio Saint Denis se sei la Francia padrona di casa e ti presenti con la Marsigliese cantata da settantamila persone. La consegna del piccolo Deschamps, invece, è piccola piccola, Payet è solo il sicario estemporaneo: spingiamo Cristiano fuori dal match. Colpiamolo nel ginocchio già ballerino, eliminiamo l'unico fattore portoghese che può invertire il destino manifesto del trionfo blues, a questo giro ci è dovuto, lo dimostrano le occasioni in serie insolitamente sprecate dalla Germania in semifinale. Via, togliamo l'unica variabile impazzita, la classe inarrivabile del Singolo, assassiniamo sportivamente il Talento che può capovolgere il Copione.

Una porcata, l'entrata da risentito talentino di Payet contro il Talento assoluto di Cristiano Ronaldo, che capisce subito, piange, perché è come togliere la tela a Michelangelo, la pagina a Proust, la pellicola a Kubrick. Un'opera d'arte mancata, per squallido e vigliacco bullismo di chi è stato unanimemente incoronato come il vincitore in pectore. E allora, succede l'impensabile. Succede che funamboli irrisolti come Nani, giocatori bravi in tutto ma eccelsi in niente come Joao Mario, vecchi lupi di mare come Joao Mutinho e persino Carneadi improbabili comeEder si guardano negli occhi, e decidono che il Copione lo ribaltano loro. Insieme, spostando il racconto della partita. Non c'è nessun lancio a caccia del campione, perché il campione è in panchina con un'intera gamba fasciata. C'è solo la tigna continua, l'ostinazione contro l'ingiustizia, l'entrata delinquenziale e l'arbitro Clattenburg che non la punisce nemmeno col giallo, elevata a strategia per centoventi minuti.

È un'intera squadra in rivolta, contro l'avversario, l'arbitraggio, lo stadio, il Paese ospitante, il cosmo, quella che infine è andata a prendersi l'Europeo, ed è meraviglioso.

È una squadra infinitamente meno talentuosa di quella che perse inverosimilmente la finale in casa contro la Grecia nel 2004, Figo, Rui Costa, Joao Pinto, il lusso di un giovane Cristiano Ronaldo subentrante. Qui non subentra nessuno. E invece no. Dopo lo scempio etico ed estetico dell'entrata di Payet, parecchio dopo, entra Eder, un caracollante centravanti che ha infilato zero gol con lo Swansea e sei col Lille. Ed è da quasi subito il migliore, sponde e punizioni guadagnate e sportellate vinte e squadra fatta salire, pare il Bobo Vieri dei bei tempi. Ma è solo il prologo della sceneggiatura a cui la Francia si è condannata, con un atto che pensava fosse di furbizia e invece si è rivelato solo di vacua ubris, una colpa da espiare per avere negato a noi tutti, consumatori di quell'inimitabile industria culturale è il pallone, lo spettacolo gratuito di Cristiano Ronaldo. Perché succede che Eder vinca l'ennesimo duello fisico, e scagli un destro che solo i sogni di un visionario, che pure ogni tanto alla faccia di Kant diventano sogni della metafisica, possono collocare lì, all'angolino estremo, oltre il tuffo di Lloris e i convincimenti di un Paese intero. I furbi sono a terra, piegati dal calcolo errato, sconvolti dalla pochezza dei loro sotterfugi. E Lui, intanto, il protagonista mancato per colpa della loro aggressione, è diventato protagonista due volte, sta lì, in piedi, salta nonostante la gamba palesemente zoppa e nonostante ogni dolore, è di fianco a Fernando Santos, è a ricacciare indietro da solo la panchina della Francia, brandendo solo il carisma non azzoppato e la regalità intatta del tocco, cioè tutto, perché gli individui non sono uguali, non esiste nel calcio il collettivismo del talento e l'equa distribuzione delle risorse, Payet non è Cristiano Ronaldo, e non lo sarà mai. Arriva persino oltre se stesso, il fenomeno che pensavamo fuori dal gioco, quando afferra per la collottola il proprio terzino assediato dai crampi e lo rigetta in campo, perché è conscio che non risuccederà un'altra volta, che il Portogallo deve vincere ora. E il Portogallo vince, Ronaldo esplode, Saint Denis si accartoccia in un silenzio profano perché colpevole, i francesi si guardano inebetiti, avevano un piano perfetto, massacra il talento, e non ha funzionato. Non ha funzionato perché i talenti sono tanti, sono i più vari e insondabili, talento è la prontezza dogmatica con cui Pepe anticipa l'avversario, spazza, assalta con l'ennesima scivolata, imposta persino, prima di vomitare a beneficio di telecamera, di mostrare in eurovisione cosa vuol dire andare oltre se stessi. Talento vero è Rui Patricio, portiere non bello ma implacabile, che probabilmente para anche lui oltre se stesso, perché l'ingiustizia ha sortito l'effetto opposto, ha convinto dieci giocatori di essere tali anche senza Cristiano, e mai pugnalata alle spalle fu più miope e in fin dei conti ridicola. L'hanno reso epico due volte, il genio in maglia numero 7, perché nei supplementari è stato l'anima traboccante del Portogallo, il condottiero implicito, ha solo cambiato tela, ha fatto il motivatore e il perenne ideale regolativo, ha convinto i compagni che se lui se ne stava lì, azzoppato e urlante, non poteva essere deluso.

È la miglior vittoria possibile, questa del Portogallo ottenuta in questo modo, senza Cristiano in campo ma inseguendo il Cristiano che è in ognuno di noi, perché ci ricorda che se non ce la facciamo non è colpa di qualcun altro, della società, del contesto cinico e del destino baro, dei poteri forti e degli amici deboli, ma solo nostra, perché avremmo potuto farcela. Possiamo sempre farcela, se giochiamo centoventi minuti alla morte. Siamo tutti portoghesi.


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