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Editoriale

Juve, la verità dietro alle parole di Allegri. Mario multato? Ben altre "balotellate" spaventano il Milan. Inter, Mancini ora ha un solo problema. Napoli: basta parlare di "pazienza"

Nato a Milano il 3/7/1978, laureato in Scienze ambientali presso l'Università dell'Insubria di Como, da ottobre 2008 è Capo Servizio Sport presso il quotidiano "Libero". Opinionista Rai, TeleLombardia e Sportitalia
08.09.2015 17.20 di Fabrizio Biasin  Twitter:   articolo letto 233040 volte
© foto di Federico De Luca

"Marescia', ma lei è proprio sicuro?".

"Procedete, telelaser in via Branze".

"Marescia', ma lì il limite è 50 km/h, rischiamo di multare pure i pedoni".

"Procedete".

"Ma da quelle parti passa pure Balotelli, lui i 50 all'ora li faceva in triciclo da bambino...".

"Ma tu pensa... Procedete!".

Ecco, della patente ritirata a Mariolone, non so a voi, ma a me frega relativamente. Mi concentrerei più che altro sugli altri, quelli che non sono finiti sui giornali perché non si chiamano Balotelli, eppure quel giorno hanno fatto la sua stessa fine: chi è rimasto senza patente (e a differenza di Mario probabilmente non può ripiegare sull'autista), chi si è preso 100, 200, 300 euro di multa per aver tirato il collo alla Panda e ancora adesso bestemmia in cinese.

A pensarci bene loro probabilmente avrebbero incassato volentieri un bel titolo su "Brescia Oggi" per fare i ganassa alla cena di Natale con i famigliari. Titoli che non leggerete mai: "Il solito signor Mario: 200 euro di multa, tre roncolate in testa dalla moglie". Oppure: "Salta la patente al geometra Franchini, niente gita fuoriporta con la famiglia". O ancora: "Fermata in via Branze per eccesso di velocità: dove stava andando la maiala della signora Pipotti?". Cose così. E invece niente, ai "normali" zero titoli sui giornali e solo la multa da pagare - ricordiamolo - entro 5 giorni lavorativi, altrimenti la pena pecuniaria aumenta di un botto (immaginiamo Mario che corre dal tabaccaio: "Mi scusi, sono Balotelli: pago la multa che scade oggi. Senta, già che c'è mi da un "Turista Per Sempre" per favore?". Il barista impietoso: "Li abbiamo finiti. Per lei se vuole ci sono i nuovi gratta e vinci "Lavoratore per un giorno". Provvedo o preferisce non rischiare?").

E vabbè. A cinque giorni dal derby e in piena pausa per la nazionale, noi giornalistucoli ci accontentiamo di poco: la patente ritirata, le perle del Trap tipo "un saluto a tutti i radioascoltatori", i consigli per il Fantacalcio (a proposito, in bocca al lupo alla "Subaru Baracca" per un campionato ricco delle solite figure da pirla), Conte in versione "non dovevo fare il bis di peperonata" sul rigore di De Rossi, gli articoli tipo "Ecco il mercato degli svincolati" (pensare che Jonathan è ancora senza squadra mi mette una tristezza pari a quella che mi viene quando sorprendo mia madre che guarda "Il Segreto"...), storie come "La bella favola degli islandesi che prima nelle borracce mettevano il Jack Daniel's e ora bevono solo la Guizza", la faccenda del "cartellino verde" in serie B che neanche nel fatato mondo dei Mini Pony, i discorsi del genere "in Italia non ci sono i vivai!" o "bisogna dar spazio ai giovani!". E poi ti accorgi che tutti vogliono i giovani in campo ma possibilmente nelle squadre degli altri.

Sono gli effetti collaterali da "pausa per la nazionale" e mi perdonerete se, come ogni anno, butterò via due righe per lanciare il consueto proclama: "No alla pausa per la nazionale dopo due giornate! Fatela prima, fatela dopo, fatela mai, ma dopo due giornate no!". Non si può fare che ad agosto giochiamo contro Malta e Bulgaria e poi iniziamo il campionato? Ma solo al sottoscritto viene la pellagra a pensare ai 15 giorni di "pausa per la nazionale"? Direte: "Ecco, poi però non salire sul carro del vincitore quando ci sarà la fase finale degli Europei!". Non lo farò! A meno che non si vada ai quarti. Ecco, dai quarti in avanti cercherò di salire sul carro al grido di "viva l'Italia!, viva gli stage!, che bello pensare al traguardo raggiunto dopo la sofferenza contro Malta di settembre 2015!". Trap, nel caso, tienimi un posto.

Si diceva del derby. A dar retta a chi bazzica Milanello e dintorni pare che tra tecnico e società siano nate le prime frizioni per lo sfogo post-Mantova di Mihajlovic. Difficile sapere se il presunto "scazzo" sia reale o figlio della solita cupidigia di noi giornalisti in piena "astinenza da notizie". Il dato di fatto semmai è un altro: le frasi a muso duro di Mihajlovic riferite a "quelli che non giocano" certificano la sua insoddisfazione a proposito del mercato. Un mercato costoso che però non ha risolto i problemi annosi di una squadra troppo "leggera" a centrocampo. Mihajlovic dovrà mettere in piedi un miracolo per arrivare al terzo posto e c'è il rischio che sulla sua strada debba fare i conti con il nervosismo di Berlusconi, patron che ha sganciato parecchi quattrini e che pretende risultati immediati, quelli che - è giusto ricordarlo - solo Clarence Seedorf è riuscito a ottenere in un semestre più che travagliato (quarto posto complessivo sotto la sua gestione). Risultato? L'olandese a casa perché "inadatto a gestire lo spogliatoio". In seguito lo spogliatoio ha cambiato volto, ma qualcuno di quelli che a suo tempo andò a lamentarsi a casa del presidente è ancora lì e, guarda caso, coltiva ancora la medesima insoddisfazione. Un caso? Io non credo.

Per il resto si susseguono le voci sull'ennesimo ritorno di mr. Bee: arriva e va allo stadio, torna ma al derby non ci va, voleva lo stadio al "Poltello" e ora che non se ne fa più niente c'è rimasto male. Poche certezze, insomma, tranne una: conosceremo la verità tra 20 giorni circa. Si spera...

Sull'altra sponda del Naviglio, la nuova Inter di Mancini "prende il sole". Del supermercato nerazzurro sapete tutto, compresa la mia vergognosa attitudine a magnificare l'operato di coloro che hanno portato ad Appiano Gentile ben nove nuovi giocatori senza spendere uno sproposito e bla bla bla. Per fortuna il mercato è chiuso e ora tocca a Mancini, quello che "ci vorrà un po' per vedere l'Inter che ho in mente" ma che in cuor suo sa di non avere alternative: il terzo posto è un obbligo (oddio, non solo suo, in A sono molti che hanno lo stesso "dovere"). Il tecnico di Jesi del "non siamo pochi, siamo pochissimi", ora deve scegliere. La rosa, soprattutto dalla metà campo in su, è ricca e abbondante e per forza di cose qualcuno domenica storcerà il naso in quanto escluso dal probabile 4-2-3-1. Ecco, a Mancini, bravissimo a "stimolare" presidente e dirigenza in sede di mercato, ora la piazza chiede uno sforzo a livello di "gestione", ovvero la capacità di "fare gruppo", di tenere tutti sulla corda, di avere più pazienza rispetto a quella che gli ha fatto "bruciare" qualche ragazzo di troppo da nove mesi a questa parte.

Un lavoro molto simile spetta a due mister in difficoltà dopo le prime due giornate di campionato: Massimiliano Allegri e Maurizio Sarri. Ieri lo "spettinato" bianconero ha presentato la sua nuova app e dopo curiosi botta e risposta (giornalista: "Ci parli della Juve". Mister: "No, parlo solo dell'app". Giornalista: "Ok, ci dica della Juve". Mister: "No, parlo solo dell'app". Giornalista: "Va bene, ci dica della Juve". Mister: "Ok, vi parlo dell'app...") ha detto quello che tutti i tifosi bianconeri speravano: "Non vogliamo che sia un anno di transizione, qui non esistono anni di transizione". Diretto, chiaro. Il momento non è semplice, ma l'allenatore ha fatto capire quanto vale anche a livello caratteriale: mai si nasconderà dietro alla rivoluzione effettuata dalla Signora nel corso dell'ultimo mercato. Anche in queste cose si valuta il "peso" di un tecnico.

Discorso diverso a Napoli. Sarri ha meno crediti da spendere e dovrà guadagnarsi il rispetto dei suoi tifosi sul campo. Ha tutto per farlo, ma lui e il suo presidente devono capire che non si può abusare troppo della locuzione "ci vuole pazienza". In una piazza come Napoli (così come a Milano, Torino, Roma e Firenze) il termine "pazienza" lascia il tempo che trova. Servono fatti, quelli mostrati nei primi 60 minuti contro la Sampdoria, quelli "messi da parte" all'ultimo giorno di mercato. De Laurentiis ha fatto molto per il suo club ma ora deve prendere una decisione: una squadra di calcio ambiziosa non può essere gestita sempre come se si trattasse di una azienda qualunque. A volte occorre mettere da parte i concetti di "utile" e "logica" anche se si corre il rischio di perderci qualcosa nel presente. Viceversa si rischia di non fare mai quel salto verso l'eccellenza che il Napoli ha avvicinato negli ultimi anni (proprio grazie a De Laurentiis), ma che ora sembra avere paura di fare.

Chiusura mielosa alla Moccia. 1) Ieri ho avuto l'onore di aprire il settimo workshop sport organizzato da Sportitalia: 132 ragazzi provenienti da tutta Italia hanno ascoltato e chiacchierato con cotanto minchione (cioè, il sottoscritto) di questo e quello. Siete capelloni, giovani, svegli e avete avuto il coraggio di buttarvi nella mischia: a prescindere da come andrà... bravi, bravi, bravi. 2) Grazie ai 450mila che anche settimana scorsa hanno avuto la pazienza di leggere quel che avevo da dire. Per sdebitarmi pensavo di offrire un caffè a tutti. A 0.90 l'uno fanno 405mila euro... Ehm, facciamo che la chiudiamo con un bell'abbraccione virtuale... Grazie, grazie, grazie (Twitter: @FBiasin)


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