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Juventus-Barcellona ai quarti: passare è possibile?
  Sì, la Juventus è cresciuta rispetto al 2015
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Editoriale

Juve: Marotta in segreto fa partire il piano stronca-rivali (ma occhio ad Allegri...). Inter: tutte le scelte di gennaio (un acquisto... post-datato). Milan: c'è solo una strada per aiutare Montella. Napoli: su Mertens ci sono cose non dette...

20.12.2016 00.00 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 77527 volte
© foto di Alessio Alaimo

Buonasera. Ho appena preso una multa per divieto di sosta, ma fa niente.

Prima di parlare di pallone vorrei discutere dell’atmosfera natalizia.

L’atmosfera natalizia è una merda, almeno per me, in particolare a cinque giorni dal Natale. Sarà che devo fare ancora tutti i regali.

L’atmosfera natalizia è quella cosa che se anche sei imbestialito non lo puoi far vedere, perché altrimenti non sei sintonizzato con “l’atmosfera natalizia” e la gente pensa “ma che stronzo deve essere questo che non ride neanche a Natale?”. Il risultato è che non riesci a sfogarti e quindi, se possibile, stai peggio del solito, ma col sorriso.

L’atmosfera natalizia è quella cosa per cui tu hai sempre le solite 3324 cose da fare come nei giorni inutili tipo il 14 ottobre, ma le devi sommare a quelle del Natale (“organizzare la Vigilia”, "organizzare la tombolata", "organizzare la bicchierata"), il ché rende la tua vita impossibile.

In piena atmosfera natalizia, per dire, ci sono le tradizioni da rispettare. La più importante è quella dei regali, nata 2016 anni fa grazie ad alcuni astuti negozianti di Gerusalemme che avevano rogne con i fondi di magazzino (“Sfruttiamo la nascita del Bambinello per far girare l’economia, altrimenti sono cazzi”).

Fare i regali è una delle cose più difficili in natura. Lo pensano tutti, anche quelli che ti dicono “che bello fare i regali” o quelli ancora più infami del “io preferisco farli che riceverli”. Questi ultimi di solito sono anche quelli che ti dicono “non voglio nessun regalo, mi basta il tuo sorriso”, ma se poi gli regali un panettone riciclato non ti parlano più fino alla pentecoste e vanno in giro a dire che sei un barbone.

Quando vai a comprare i regali vorresti incazzarti molto perché i prezzi sono altissimi e i negozi sono pieni di gente furibonda come te che però fa finta di niente perché “è Natale”. Il risultato è che paghi tutto più del dovuto e ti girano molto, ma non puoi farci nulla. Alcune commesse lo sanno e provocano: “Se trova il prezzo eccessivo torni pure a gennaio che ci sono i saldi”. E tu: “Eh ma io ho bisogno un regalo per il 25 dicembre, funziona così di solito”. E lei: “Il 25? Ma pensa. E allora sono cazzi suoi”.

La tradizione dei regali dopo i 30 anni diventa ancora più una merda. Prima dei 30 fare i regali è sempre un rogna, ma almeno li fai quasi spontaneamente. Dopo i 30, invece, la gran parte dei regali sono vergognosi “atti dovuti” a gente che non te ne frega una minchia: la cravatta da dare al tuo avvocato, la confettura comprata al mercatino da dare alla cognata, il pandoro mandorlato da spedire all’amministratore di condominio per boicottare la votazione sull’installazione del videocitofono, la bottiglia di prosecco “da portare alla cena”.

Tra tutti i ricicli peggiori, quello del proseccone o finto champagne da portare alla cena è nettamente il peggiore. Seguitemi: vai alla cena dell’ingegner Colzani, porti in omaggio la bottiglia di prosecco che ti ha portato tuo cugino alla cena del giorno prima, Colzani ti dice “graaaaazieee, buona questaaaa!”. E mentre la porta in cucina pensa “colcazzo beviamo la tua brodaglia, ho comprato le mie e beviamo quelle”. Il giorno dopo Colzani va a un’altra cena e mentre pensa “cosa porto a casa di quello stronzo di De Feudis?”, vede il tuo proseccone abbandonato e così via. Il risultato è che alcune bottiglie girano indisturbate per le case degli italiani anche da 25 o 30 anni. Anche con i panettoni funziona bene, ma questi ultimi non superano mai i 5 o 6 anni per questioni di muffe sospette che bloccano alcuni ospiti con ancora barlumi di coscienza (“Che facciamo, portiamo il panettone dai Biraghi anche se ha la macchia di muffa?”. “No dai, la signora Biraghi ha l’occhio clinico e se ne accorge, rischiamo la figura di merda…”. “E allora che gli portiamo a quello stron…”. E lì di solito appare il proseccone).

Vorrei proseguire parlando dei presepi che al posto delle statuine originali hanno le sorprese dell’ovetto Kinder o quelle dell’Esselunga (ho visto degli “Happy Hippo” al posto del bue e dell’asinello, ma anche truppe di Dart Fener al posto dei Re Magi), vorrei parlarvi della crudeltà di certi centri commerciali che obbligano fior di laureati a vestirsi da Babbo Natale per 7 euro all’ora, vorrei parlarvi di quanto sono stronzi i bambini che non si sa come, ma a Natale attivano la modalità “rottura di coglioni costante”, ma purtroppo abbiamo già perso troppo tempo. Sappiate solo che per andare a comprare “un giochino per il nipote dei Binda. Non puoi andare a casa loro senza un giochino per il piccino…”, oggi ho lasciato la macchina un minuto in divieto di sosta. Al ritorno il vigile stava vergando la sanzione. E io: “Mi scusi, ma è Natale…”. E lui: “E a me che cazzo me ne frega?”. Severo ma giusto.

Ma parliamo di calcio.

Non so se ci avete fatto caso, ma siamo drammaticamente ri-precipitati in periodo di pieno mercato. Quello “millantato” più che quello “concreto”, ma qualcosa di vero c’è.

Prendete Marotta. Ieri il dg della Juve è stato assai chiaro: arrivano i centrocampisti. Witsel tra breve, Bentancur prossimamente (resta in piedi l’opzione “arriva subito, ma va in prestito per sei mesi”), mentre Caldara a partire dalla prossima stagione o forse dal 2018. Considerato che, oltre a questi nomi, in orbita bianconera ne girano almeno altri 3432432423, potete capire quale e quanto ampio sia il divario tra i primi della classe e tutta l’italica concorrenza.

Come un anno fa, anche il prossimo gennaio i bianconeri imposteranno il mercato su due binari distinti: quello per la prima squadra (massimo un paio di innesti) e quello secondario, buono per far incetta di promesse. Trattasi di tutti quei giocatori che magari non vestiranno mai la maglia dei campioni d’Italia, ma acquistati ora garantiscono doppi vantaggi: 1) Costano relativamente poco e promettono buone plusvalenze. 2) Tolgono potenziali rinforzi delle concorrenti.

Perché questa cosa da qualche tempo a questa parte riesce quasi esclusivamente alla Juventus? Perché i bianconeri a gennaio raramente hanno bisogno di “riparare” ai danni agostani, cosa che invece tocca spesso e volentieri alle dirette concorrenti.

Abbiamo eccessivamente semplificato il discorso? Sì in effetti, ma il dato di fatto è che stiamo parlando di una società che in questo momento vola ad altezze difficilmente raggiungibili, grazie soprattutto a chi la gestisce. Tra questi, ovviamente, c’è Allegri. Attorno al tecnico girano voci relative a un possibile divorzio dal club al termine della stagione, anche per questioni di “amore mai sbocciato” con una parte della tifoseria che, nonostante i risultati, non riesce a digerire il tecnico toscano. La sensazione è che molto possa dipendere dal destino bianconero in Champions: un successo in Europa e la conseguente “pancia piena” sarebbe un buon motivo per salutarsi, viceversa le motivazioni per continuare non mancherebbero, anche se a quel punto i consueti “detrattori a prescindere” farebbero ripartire il bombardamento a suon di “con Allegri in Europa non si vince, meglio… Sousa”. Già, c’è chi lo pensa davvero.

QUI INTER
Per la prima volta da inizio stagione l’Inter ha trovato un minimo di continuità: di risultati, certo, ma soprattutto, “tecnico-tattica”. Pioli non ama molto l’etichetta di “normalizzatore”, ma il dato di fatto è che utilizzando logica, buonsenso e idee sta mettendo ordine a un gruppo che pareva allo sbaraglio. I segnali sono timidi, per carità, e tutto deve passare dal match di domani con la Lazio, ma la sensazione che questo sia un gruppo capace di fare meglio dell’attuale settimo posto è netta.

Il mercato aiuterà a migliorare le cose, ma non secondo la logica del “compriamo tutto quello che si può, tanto i soldi ci sono”. L’Inter per questioni di fair play in entrata farà il minimo indispensabile e la sensazione è che farebbe lo stesso anche se potesse muoversi liberamente. L’errore della scorsa estate (acquistare doppioni, trattenere giocatori “poco utili” alla causa) verrà ridotto con una decisa e scientifica selezione di coloro che a gennaio lasceranno Appiano. L’indicazione è chiara: almeno 5-6 giocatori sono destinati a partire (giovani compresi, con Miangue verso il Genoa), uno solo arriverà. Trattasi del famoso centrocampista difensivo “alla Melo”, fondamentale per dare equilibrio a tutta la squadra. Arriverà in prestito, unica formula ammessa dal fpf, per questo motivo bisognerà trovare una società disposta a scendere a patti. La Fiorentina è una delle indiziate: non perché Della Valle sia Babbo Natale, ma perché uno scambio di prestiti Jovetic-Badelj potrebbe accontentare entrambe le piazze. Staremo a vedere.

QUI MILAN
Ieri è tornato a parlare Galliani. Il succo più o meno è il seguente: non sarà un mercato “grandi nomi”, è difficile lavorare dovendo “passare” dalla Cina per avere l’ok nelle trattative.

È vero, è tutto molto complicato: un po’ perché effettivamente deve essere una bella rottura di balle dover “chiedere il permesso” se per tanti anni si è stati abituati a lavorare in totale libertà, un po’ perché nessuno sembra avere tutta questa voglia di fare un passo in avanti per cercare di aiutare Montella e, di conseguenza, il Milan. Non lo vuole fare Fininvest, che dal suo punto di vista “ha già dato” per tanti anni e non intende spendere per agevolare “chi verrà”. Non lo vuole fare Galliani, che con Fassone mantiene rapporti formali ma professionalmente ben distinti (se non minimamente conflittuali). Non lo fanno i cinesi stessi, troppo concentrati nel tentativo di portare a termine questa complicatissima operazione finanziaria per riuscire a mettere a fuoco anche il problema “campo”.

Tutte posizioni legittime, per carità, ma allo stesso tempo prova del fatto che tutti si fidano di tutti ma fino a un certo punto. Fininvest, in particolare, forte dei 200 milioni incassati come caparra, è praticamente già scesa dalla “barca Milan” e non intende spendere un euro in più oltre a quelli già investiti nel corso degli anni. L’unica speranza al mercato di gennaio del Milan si chiama “auto sostentamento”, oppure “Silvio Berlusconi”, se mai il patron vorrà fare un regalo a un gruppo che al di là delle grandi prestazioni in campo, ne avrebbe decisamente bisogno.

QUI NAPOLI
Che dire, il Golfo si inchina a Dries Mertens. Sette gol in sette giorni rendono gli azzurri il miglior attacco della Serie A: numeri che fanno sorridere se si pensa a tutti i discorsi sulla necessità di un centravanti di riserva al posto di Milik (il buon Pavoletti) e bla bla bla. L'infortunio del polacco si è fatto sentire nelle prime partite, il resto lo ha fatto Sarri, fenomeno assoluto è vero potenziatore del belga. De Laurentiis si gode i dieci gol firmati Dries («come Higuain»), ma soprattutto l'ennesimo affare fatto. Pochi avrebbero puntato su Mertens tre anni fa quando Aurelione lo prese per meno di dieci milioni di euro: grazie a quell'intuizione – l'ennesima degli ultimi anni – oggi il Napoli si gode uno degli attaccanti più sorprendenti d'Europa. È l'ennesima riprova che gli stranieri non sono come dicono molti "il male del calcio", semmai lo sono i giocatori scarsi.

Bene, torno a pensare ai maledetti regali di Natale e, a proposito di Mertens e "di quel gol alla Maradona", vi suggerisco la lettura dell'articolo firmato Claudio Savelli e pubblicato su "il senso del gol" (Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol Mail: ilsensodelgol@gmail.com).

A tutti voi, per quel che vale, auguro un buonissimo Natale e soprattutto una cremina al mascarpone migliore rispetto a quella che fa mia zia Piera che è una porcheria da arresto senza condizionale. Zia, prima o poi dovevo dirtelo.

di Claudio Savelli (@pensavopiovesse)

È un sublime attimo quello in cui il talento di Dries Mertens si manifesta ed è quello in cui il belga decide cosa avrebbe fatto di lì a poco. Non è un'esecuzione, ma il pensiero che la sorregge. Il pallone rotola tra i suoi piedi, Dries, in area, lo stoppa annullandone l'inerzia e subito dopo allarga il braccio sinistro. Eccolo, quell'attimo. Ed è un dettaglio che definisce bene cosa è diventato Mertens oggi. Quando riceve, il belga non è del tutto spalle alla porta, ma lo è comunque abbastanza per non avere alcun angolo di tiro possibile: la giocata è obbligata, è uno scarico al centrocampista (Hamsik) o un appoggio largo alla mezzala (Allan) perché lui è solo una sponda in quel momento, la palla deve ritornare indietro per forza, non c'è spazio, non c'è alternativa, non c'è finale all'azione.

Non c'era, finché Mertens non si immagina un futuro non previsto, piegando la trama al suo volere.

Torno al braccio sinistro di Dries. È il momento in cui l'ala tecnica e talentuosa diventa un centravanti vero. Alzare il braccio in quel modo è determinante per la percezione dello spazio a disposizione, è una considerazione del vuoto o del pieno alle sue spalle e quindi delle possibili alternative. Rossettini lo marca ma non è abbastanza vicino e il braccio di Mertens infatti non trova un contatto fisico, lambisce l'aria prima di tornare giù, in posizione di corsa. Basta quella sensazione di vuoto al giocatore superiore - a questo Mertens - per immaginare la giocata alternativa: "Ho spazio per controllare il pallone, quindi ho tempo per un altro tocco, allora posso annullare l'azione banale e trasformarla in qualcos'altro, in una diversità a cui nessuno può pensare perché solo io vivo questo momento, così piccolo ma così determinante".

Si sposta il pallone, Mertens, prima con un tocco breve, quasi impercettibile, per riprendere l'inerzia e tornare in ritmo, poi con uno un po' più lungo per distanziarsi dal pallone. Ed è una distanza perfetta per costruirsi nel frattempo il tiro con l'immaginazione: in quel momento Dries segna il suo gol, che è un gol di pensiero, un'idea in divenire. Per Mertens è già tutto fatto perché lui sta immaginando e trasformando in atto un'idea, una soluzione che noi tutti ci siamo rifiutati di pensare. Ma noi il gol lo possiamo vedere solo ora, solo in quel tiro fuori catalogo in cui c'è tutto: coordinazione, tocco, dosaggio, precisione. Mentre calcia, Mertens ruota il busto per indirizzare il pallone dalla parte opposta e lo lascia andare all'indietro per alzare la traiettoria: non lo fa prima ma durante, nascondendo quindi il tiro fino alla fine. La parabola è perfetta, il pallone va su veloce e torna giù docile, come se fosse il risultato di una somma di forze diverse, di rotazioni opposte l'una all'altra.

Il tempo è sospeso, in quel breve lasso gioca solo Mertens, nessun altro è in campo. Come illuminato da un faro, Dries è padrone di tutto, governa la partita da solo in un bagliore di onnipotenza. Il talento a volte si manifesta così, puro in tutta la sua essenza. Ci sono partite in cui il gioco e il suo profondo senso collettivo si piegano al volere di un singolo: così Napoli-Torino a Mertens - questo Mertens - uno che ora è una parte che eleva il gioco, il tutto, non più un sublime evento collaterale.

Mertens - questo Mertens - pensa come un fuoriclasse ma gioca come un gregario. Non si risparmia, non divide il suo destino da quello del Napoli, ne condivide le sorti. Per giocatori così vale la pena variare le sfumature tattiche pur di usufruirne. L'ultimo Mertens fa le stesse cose di un centravanti di ruolo aggiungendo però l'arte del giocatore diverso, cristallino, decisivo. Gioca da 9 ma pensa da 10, inglobando il tutto in un fisico fuori dai canoni: brevilineo, con un baricentro basso e le capacità coordinative da trequartista, ma con la potenza di una punta vera e il ritmo di un centrocampista totale.

In Mertens - questo Mertens - ci sono spiragli della differenza che portava Higuain, ed è forse l'unica cosa in grado di mantenere in vita questo campionato.

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