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Editoriale

Juve: Raiola "affonda" per Pogba, la Signora risponde (e arriva un altro centrocampista...). Inter: la verità dietro l'assalto a Berardi (con sorpresa cinese!). Milan: l'immobilismo nasconde una decisione già presa. Napoli: l'idea chiara su Hamsik

21.06.2016 08.07 di Fabrizio Biasin  Twitter:   articolo letto 116640 volte
© foto di Alessio Alaimo

Ho molta confusione in testa. Più del solito per intenderci. Devo fare ordine tra la fine di "Gomorra", i ballottaggi delle Comunali, la questione "migliori terze alle europee".

Al momento mi è parso di capire che Don Pietro Savastano abbia perso al ballottaggio con l'Albania, la quale a sua volta non è certa del ripescaggio perché deve fare i conti con l'exploit della Appendino a Marsiglia. Importante anche la sconfitta di 'O Trak a Lille, che nulla ha potuto contro l'appello di De Magistris: "Andate tutti a votare con una maglietta azzurra! Coloriamo d'azzurro le urne!". Bella affermazione di Beppe Sala a Tolosa, che però ora deve fare i conti con la legittima considerazione di Parisi: "Ripescano le migliori terze, figuriamoci io che sono arrivato secondo". Ho altresì la sensazione che l'Islanda si sia meritata la fiducia di Genny e ora possa ambire ad un ottavo comodo contro Giachetti. Da segnalare i grandi meriti del ct italiano per aver creduto nell'oriundo 'O Zingariello nonostante tutti dicessero "Meglio Pavoletti, al limite Malammore". In ogni caso continuo a non capire come Salvatore Conte possa guidare la nostra nazionale dopo essere stato sgozzato alla processione da un fedelissimo di Cirù, tale 'O Fassino. Infine ho idee molto meno confuse su Scianel che canta "Happy" di Luca Carboni con in mano un microfono a forma di poppardone: credo le piaccia il poppardone e in ogni caso ha fatto bene a dire "Sarò il primo cittadino di tutti, anche di quelli che non mi hanno votato!", perché se non lo dici rischi l'ammenda dell'Uefa. Tavecchio sindaco d'Italia, Lelluccio vice.
Io almeno ho capito così.

E veniamo a cose decisamente più importanti. A Padoin per esempio, meritevole come nessuno della nostra personalissima "copertina". Scrive il nuovo acquisto del Cagliari: "Grazie a tutti i tifosi della Juve che in questi anni mi hanno apprezzato nonostante le mie qualità mediocri per il livello Juventus...". Si sbaglia di grosso: la grandezza di un calciatore non si misura solo in base alla capacità di correre dietro al pallone, ma anche nel saper contribuire alla grandezza di un gruppo. La Juventus non regala contratti e quattrini, né tantomeno crede alla questione "amuleto": se negli anni dei 5 scudetti filati ha puntato anche su di lui è perché sa che in uno spogliatoio servono i fenomeni "del campo" e quelli "della morale". Il messaggio di addio di Padoin è la prova che chi ha creduto in lui non ha fatto bene, ha fatto benissimo.

Ma, si sa, in un calcio assai poco romantico e molto pragmatico, alla fine le copertine sono sempre appannaggio dei fuoriclasse del palleggio, di Pogba per esempio. Il francese, sotto i riflettori all'Europeo e sul mercato, è curiosamente tornato protagonista assoluto delle dichiarazioni del suo agente, che poi è il solito Minone. Dice Raiola: "Paul ammira il Real e Zidane". Come a voler fare intendere che c'è ciccia e "ne vedremo delle belle". Noi ribadiamo il concetto anche a rischio di diventar noiosi (e lo siamo, ce ne rendiamo conto): Raiola lavora non per creare "l'incidente diplomatico" ma neppure per tenere le acque calme. In assenza di offerte ufficiali, il suo intento è quello di generare un tam tam buono per alzare valutazioni e, soprattutto, ingaggi. La Juventus lascia fare perché ben sa di avere solo da guadagnarci: arriva un'offerta "sconsiderata" del Real? La coglie al volo e magari tenta il colpo di coda per Morata (difficile, Mou e lo spagnolo sperano di "convolare a nozze"). Non arriva? Si tiene il giocatore ancora più volentieri, ben sapendo che tra un anno magari davvero il malloppo arriverà e sarà ancora più cospicuo.
Ma l'estate è lunga e se conosciamo i nostri polli nuove sirene "raiolane" risuoneranno ancora. Porteranno a qualche stravolgimento concreto? Non possiamo avere certezze se non una: con Raiola bisogna preoccuparsi non quando parla e riempie i giornali, semmai quando tace e non si fa vedere.

Per il resto i bianconeri continuano a lavorare in maniera assai felpata per Mascherano e Andrè Gomes: sanno che non è il momento dei proclami e delle sparate, semmai quello del "fingiamo di farci da parte". Torneranno alla carica più avanti, anche se la sensazione - avvalorata dal "metodo bianconero" utilizzato negli ultimi anni -, è che Marotta e Paratici difficilmente si lasceranno trasportare in trattative lunghe e "inquinate" dalla concorrenza, meglio puntare sui blitz o sulle operazioni gestite in gran segreto da annunciare a cose praticamente fatte (vedi Dani Alves o Pjanic). Per questo è consigliabile prepararsi a nuove sorprese: nell'ottica di un club che vuole ad ogni costo conquistare la Champions, il mercato bianconero contempla ancora almeno due ingressi di un certo peso tra centrocampo (ma non Hamsik) e attacco. La Signora se lo può permettere, la Signora fa bene a investire.

Dalle parti di Milano, sponda Inter, è il momento della svolta. Dal giorno del passaggio del club nelle mani di Mr Zhang, da più parti è risuonato il legittimo coretto ammonitorio: "Se anche volesse, Zhang non potrebbe spendere per le note questioni legate al fair-play finanziario". In effetti è così, il contratto stipulato tra Inter e Uefa impedisce sostanzialmente ai nerazzurri di intervenire "a bomba" sul mercato. Quello che però è stato sottaciuto è che l'Uefa è assai meno masochista di quel che si possa pensare: nell'ottica di una federazione in costante ricerca di capitali, impedire a nuovi proprietari di investire significherebbe auto flagellarsi in puro stile Tafazzi. Per questo all'Inter sono fiduciosi che da fine mese - ovvero dal momento dell'insediamento ufficiale e in seguito alla presentazione del nuovo assetto societario - il "sciur Suning" possa immettere capitali sia per sistemare gradualmente la situazione a livello debitorio, sia per rinforzare la rosa da consegnare a Roberto Mancini.

Secondo questa prospettiva possiamo dirvi con buon margine di sicurezza che:
1)Sì, l'Inter vuole Berardi, attaccante del Sassuolo (e fin qui la cosa era più o meno chiara a tutti).

2)L'input arriva dalla stessa proprietà cinese, che ha invitato Ausilio a "puntare su un giocatore top italiano" e ha messo a disposizione le risorse necessarie.

3)Una volta "incaricati", i responsabili del mercato nerazzurro hanno individuato in Berardi il giocatore su cui puntare per questioni di prospettive, funzionalità nel gioco di Mancini e spendibilità sul mercato.

4)Squinzi mette il veto e difficilmente darà l'ok alla trattativa, anche nell'ottica di un patto di ferro con la Juventus. In ogni caso l'Inter porterà avanti il suo tentativo ben supportato dal volere del giocatore.

5)Il via libera dato dai cinesi ad Ausilio non significa che da oggi all'Inter abbiano libertà di comprare Maradona e Pelè, ma solo che "per il momento" si è scelto di puntare su un colpo italiano sul quale - diciamo così - apporre il marchio Suning. Una sorta di presentazione al pubblico italiano, insomma.

Nell'ottica di un mondo - quello dell'informazione legata al mercato - in cui spesso si inciampa in boiate e iperboli, lo scrivente (spesso re della troiata) ci tiene a dire che per una volta non si basa su "sensazioni", né ha bevuto più Amaro Braulio del solito, ma riporta più o meno fedelmente interessanti cazzeggi verbali intercorsi con fonte assai affidabile. E stop.

Discorso assai complicato sul fronte Milan. Più che altro siamo alle solite. Per una volta proviamo a inquadrare la situazione "dall'altro lato", quello mignottesco di noi giornalisti. Per chi quotidianamente deve riempire pagine di giornale di "novità Milan", sono settimane complicate. Si legge di allenatori stranieri opzionati, di "Milan italiano" che punta in qualche modo all'acquisizione di questo o quel giocatore. Tutte chiacchiere che lasciano il tempo che trovano perché, al momento, non c'è davvero nulla da dire. Le uniche novità di una certa consistenza riguardano il "ballottaggio" Brocchi-Giampaolo, con Berlusconi che confermerebbe l'ex tecnico della Primavera e Galliani che spingerebbe per un allenatore più esperto, nonché considerato da tanti colleghi "un maestro, tatticamente parlando".
Il punto è proprio questo: Giampaolo (che a differenza di quel che si dice non sarebbe "la scelta cinese" perché i cinesi a tutto stanno pensando tranne che all'allenatore) sulla carta ha le medesime credenziali del "Sarri 2015", forse addirittura superiori. Il problema semmai è che un sarto può essere bravo finché ai vuole, ma senza stoffa ha la stessa utilità di Fedez sul palco di Woodstock.
Il mercato rossonero langue, inutile raccontare scenari laddove non ce ne sono, più importante invece mettere in evidenza il malcontento dei tifosi, non più disposti a concedere tempo in assenza di piani e idee concrete. Il rischio è quello di un Meazza ancora più vuoto rispetto all'ultima stagione. L'appello di una parte della tifoseria al "non rinnovo della tessera" è tanto severo quanto significativo: andare avanti così non è possibile e non può lasciare indifferenti i dirigenti rossoneri, a meno che non si sia arrivati al punto di pensare che "meno pubblico" significhi "meno fischi e rotture di scatole". Sarebbe paradossale, ma ormai non ci stupisce più niente.

De Laurentiis finalmente ha parlato e si è mosso per le sue stelle ballerine. L'agente di Hamsik fa un po' il fetentone ma il rischio che il capitano lasci la città che ha sempre dimostrato di amare è assai remoto. Higuain ha lanciato segnali confortanti dall'America e nonostante tutto dovremo fare i conti con il tormentone "se ne va" per tutta l'estate. Koulibaly, "sparate" a parte, rinnoverà. Son faccende che costeranno a De Laurentiis qualche soldino per l'adeguamento dei rispettivi contratti, ma è il classico gioco delle parti nell'anno in cui gli azzurri disputeranno la Champions.
Qualche rallentamento sul fronte entrate: Herrera è sempre "a un passo" ma trattasi di quello più difficile (convincere quelli del Porto ad abbassare le pretese), ritorna il nome di Soriano, il difensore del Boca Gino Peruzzi sarebbe vicino all'ufficialità ma il condizionale è d'obbligo. Il mercato è lungo, per carità, ma è ora di dare qualche segnale concreto.

Anche per questa settimana ci leviamo dalle scatole. Vi lasciamo a cose più importanti e, soprattutto, alla vigilia di Italia-Irlanda. Dal canto nostro sposiamo l'appello "all'azzurro" promosso da Antonio Conte. Lo facciamo con un pezzo drammaticamente scentrato e pubblicato su "ilsensodegol", il nostro blog di letture dedicate a chi davvero non ha niente di meglio da fare.

(Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol ilsensodelgol@gmail.com).

Ero allo stadio.

Ho visto italiani col borsello. Nel 2016.

Ho visto italiani con borsello, marsupio e cartuccera a tracolla. Sempre nel
2016.

Ho visto italiani indossare oscene camicione a scacchi che neanche Kurt
Cobain in botta lisergica.

Ho visto italiani con tute in acrilico modello "quasi Adidas", di quelle che
puoi anche stare immobile tipo Garibaldi in Piazza Garibaldi, ma dopo tre
minuti puzzi di coguaro che non si lava.

Ho visto italiani indossare queste tute dai colori più disparati:
rosso-male, verde-bile, beige "testa di Morgan", viola-tumulazione, merda.

Ho visto italiani clamorosamente confusi sulla questione "taglie". E quindi
ecco polo della Lotto taglia small calate su specie di Platinette e,
viceversa, palandrane modello "tendone Orfei" indossate da simil Fassino.

Ho visto italiani sfoggiare con nonchalance cinture "Charro 1983" bislunghe,
scarpe "Mike" con la chiusura a strappo, salopette, calze bianche, sandali
alla tedesca, ciavatte Madigan, bretelle e papillon assai chiccosi.

Ho visto italiani con tatuaggi sul braccio lunghi mezzo metro il cui disegno
componeva la scritta "tatuaggio" (giuro).

Ho visto italiani con jeans bracaloni a cavallo drammaticamente basso
(praticamente pony); altri del tipo che finiscono un filo sopra le caviglie,
cioè al menisco;

Ho visto italiani orgogliosi delle loro magliette Fruit of The Loom con su
scritto "Alvaro soler 'nde a cagher" o "Ho un grosso pacco per te" o "Se
stai leggendo significa che mi stai osservando e quindi mi sento in diritto
di chiederti: scopiamo?".

Ho visto italiani dire "siamo la patria della moda".

Ho visto tutte queste cose anche allo specchio, sia chiaro.

Ho visto svedesi, belgi, islandesi, irlandesi essere consapevoli del loro
non essere "patria della moda" e quindi, umili, limitarsi a indossare la
maglietta da calcio del loro Paese.

Ha stra-ragione Conte: mettiamoci una cazzo di maglietta azzurra e in un
amen otterremo due risultati. Esalteremo il patriottismo e gli azzurri,
salveremo il decoro.


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