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Da TUTTOmercatoWEB.com le ultime notizie di calcio mercato su Juve, Milan, Inter, Napoli, Roma
      
SONDAGGIO
Gagliardini-Inter, è il nome giusto per completare la squadra di Pioli?
  Sì, al centrocampo nerazzurro servono qualità come le sue
  No, non è ha il physique du role per giocare all'Inter
  Sì, pescare tra i migliori giovani italiani è la via giusta
  No, il prezzo chiesto dall'Atalanta è assolutamente fuori mercato
  La Juve alla fine avrà la meglio

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Editoriale

Juve-Roma: deciso il futuro di Pjanic! Milan: tutto il marcio dietro alla sbroccata di Brocchi (e Giampaolo...). Inter: tra Mancini e Thohir vincerà l'allenatore, ma Icardi... Napoli: parte il gran mercato pro-Higuain

Nato a Milano il 3/7/1978, laureato in Scienze ambientali presso l'Università dell'Insubria di Como, da ottobre 2008 è Capo Servizio Sport presso il quotidiano "Libero". Opinionista Rai, TeleLombardia e Sportitalia
17.05.2016 00.00 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 85446 volte
© foto di Alessio Alaimo

E niente, mi hanno invitato a questo torneo internazionale di calcio a 5. Ad Amsterdam. Prima di decidere ci ho riflettuto molto, del resto era organizzato in contemporanea con l'ultimo turno della nostra serie A e mi pareva brutto assentarmi.
Mi sono assentato.
Cose che si capiscono del calcio italiano, osservandolo dall'Olanda.
Osservandolo dall'Olanda, del calcio italiano si capiscono le seguenti cose: Higuain batte record e fa gol in rovesciata, Abbiati non può entrare in campo per la passerella, il Palermo si salva. Stop.
Altre cose che si capiscono del calcio italiano, osservandolo dall'Olanda: agli olandesi non frega una mazza del calcio italiano e semmai di altre cose da loro ritenute ben più importanti.
La prima cosa che gli olandesi ritengono sia più importante del calcio italiano sono i bar. Questi bar non sono come i nostri nei quali entri, dici "cappuccio, brioche, Gratta&Vinci", paghi ed esci. Nei loro bar le persone entrano, dicono "tè e torta", quindi fumano curiose sigarette aromatiche in barba alla legge Sirchia (evidentemente da loro ignorata) e dopo molte ore escono in condizioni di equilibrio precario, come se il loro tè fosse molto più potente del nostro Lipton. A quel punto tu chiedi: "Cosa ti piace del calcio italiano bell'olandesino?". E lui ti risponde: "Sciabasd d mmddf dsd ho tanta fame ssddssd bfvfv". E davvero non capisci perché lui, appena uscito dal bar ristoratore, vada in cerca di Tronky Ferrero, cofane di rigatoni, filoni di pane come se dovesse placare una fame colossale e improvvisa.
Un'altra cosa che gli olandesi ritengono sia molto più importante del calcio italiano, sono le vetrine dei negozi. In Italia funziona così: vedi una vetrina piena di maglioni, decidi che vuoi un maglione, entri, ti compri il maglione, esci. Da loro sono molto più criptici: in vetrina non espongono nulla, eppure ci trovi sempre queste vetriniste assai procaci che si muovono come se avessero chissà quanta merce da esporre. Altra cosa che distingue le loro vetriniste dalle nostre: le loro lavorano rigorosamente in mutande e se capiscono che sei italiano ti dicono "belo italiano vieni dentro negozio che ti faccio vedere merce". Personalmente non ci sono entrato perché non sapendo cosa vendessero mi pareva tempo perso, ma a un certo punto ho visto un tizio uscire e l'ho braccato per continuare la mia indagine sul calcio italiano. "Ciao, cosa pensi del calcio italiano, bell'olandesino?". E lui: "Hai una sigaretta, zio?". Era di Scandicci, ma curiosamente non aveva sacchetti in mano: evidentemente non ha comprato nulla.
L'ultima cosa che gli olandesi reputano assai più importante rispetto al calcio italiano, sono le biciclette. Da loro funziona così: compri una bici, vai in giro in bici, non prendi più la macchina, lasci la bici dove ti pare per andare al lavoro, la sera dopo il lavoro la ritrovi, quindi vai al bar a bere il solito tè rinforzato. Da noi, invece, le biciclette non sono un mezzo di locomozione, ma esistono solo per dare una giusta mano a coloro che portano avanti il traffico di biciclette rubate. Funziona così: ti piace una bici, la compri, la utilizzi un paio di giorni stando ben attento a legarla con il catenaccio, il terzo giorno uscito dal lavoro non la trovi più, tiri giù tutti i santi del calendario, il sabato vai (in macchina) al mercato delle bici rubate che esiste in quasi tutte le città italiane di una certa importanza, ritrovi la tua bici, fai per prenderla e uno ti dice "ottanta euro bello, prezzo di favore". E tu: "Mi scusi ingegnere, ma è la mia bici". E lui: "O cacci gli ottanta euro o ti faccio riempire di mazzate dal mio amico Aziz". Aziz spesso è molto grosso e quindi tu lasci lì la tua bici, riprendi la macchina, inquini il giusto, bestemmi in sanscrito agli incroci contro altri automobilisti a cui hanno rubato la bici, quindi investi l'unico ciclista a cui non hanno rubato la bici e che però è rimasto vittima delle famose "piste ciclabili italiane". Le piste ciclabili italiane non esistono e se esistono sono utilizzate come corsie di emergenza per motorini, risciò, taxi molto stretti, calessi, bighe, pattinatori sul ghiaccio nei giorni di freddo intenso. Le bici no. E comunque il consiglio è "non comprate la bici", tanto ve la rubano. Fatto sta che ho spiegato questa cosa a un olandesino in bici e mi fa: "Il vostro problema non sono i ladri di bici, ma i bar e i negozi con le vetriniste. Se voi aveste bar e negozi con le vetriniste come i nostri, stai sereno che nessuno penserebbe a rubare le bici". Non ho capito ma mi fido.
Insomma, da lassù ho compreso ben poco di quel che è successo nell'ormai archiviato campionato italiano, ma provo a fare il punto.
Brocchi ha sbroccato durante l'allenamento della domenica contro i suoi giocatori. Ne ha dette di tutti i colori, ce lo dicono i cosiddetti "insider". Essendo "insider" erano chiaramente presenti alla sfuriata e, quindi, i casi sono due: o a riferire alla stampa è stato lo stesso Brocchi (ma avrebbe poco senso), o a spifferare è stato qualcuno dei giocatori (e sarebbe molto grave anche se ormai non ci stupiamo di niente). Detto che della questione "cessione ai cinesi" non c'è nulla da dire (perché novità non ce ne sono) e che a proposito di mercato si conoscono solo le intenzioni relative ai giocatori che sono in procinto di andar via (De Sciglio vicino alla Juve, Niang atteso in Premier, Bacca destinato al miglior offerente), non ci resta che mettere il punto su una situazione paradossale che ormai ha tracimato l'argine del "sono stagioni difficili" per invadere quello del "scaviamo sul fondo del pozzo". Brocchi ha sbottato? Ha fatto bene, ma servirà a poco nel momento in cui le sue grida non vengono raccolte da chi sta sopra di lui per diventare tempesta, ma si disperdono nei boschi appena fuori Milanello perché non sostenute con i fatti da chi comanda.
L'attuale Milan è vittima non di "tanti diversi errori" ma di un solo, ovvero del reiterato tentativo di andare avanti cullandosi nei ricordi di un passato glorioso, nella speranza che prima o poi si torni a quel tempo grazie a qualsivoglia miracolo divino. Era il tempo dei giocatori che si offrivano al Milan perché "il Milan" per qualsiasi giocatore era esempio di perfezione e coronamento di una carriera. Oggi invece tutto è confusione e quindi si finisce a strapagare semplici mestieranti secondo la logica del "se mi vuoi mi devi pagare di più" o in quella ancor più torbida che coinvolge agenti e procuratori fidati. Un tempo no, era diverso: esisteva una dirigenza in cui tutti avevano un compito prestabilito e solo quello: il direttore sportivo faceva il suo mestiere, l'amministratore delegato pure, l'allenatore pensava solo ed esclusivamente a gestire un gruppo costituito da professionisti prima ancora che da campioni. Ora il direttore sportivo non c'è, gli amministratori delegati sono due e invece di raddoppiare gli sforzi li dimezzano perché impegnati a farsi la guerra; il tecnico di turno dice quel che pensa, ma non sa se il suo pensiero andrà bene a chi comanda o a uno qualunque dei giocatori "amici" di chi comanda.
Il risultato è che esporsi non conviene, meglio fare un passo indietro, meglio nascondersi, meglio temporeggiare e lasciare che qualcun altro si prenda la responsabilità di dire anche solo "beh". In mezzo a tutto questo delirio l'ulteriore amarezza di una società che un tempo non faceva trapelare nulla e ora, invece, lascia che tutto finisca in piazza senza allarmarsi più di tanto.
E allora sì, Giampaolo è realmente in rampa di lancio e - almeno per chi scrive - ha capacità rarissime, ma qui si tratta non di trovare un allenatore "bravo", bensì di ridare senso a un club che è arrivato al punto di non riuscire più a concedere due minuti di gloria all'ultimo giocatore espressione di un Milan stratosferico, che somiglia a quello attuale solo per i colori che rappresenta.
Mancini ha parlato, una volta ancora. È stato assai chiaro: "Resto all'Inter al 100%" e "Banega ci farà molto comodo" e "se chiama la Nazionale è difficile dire no". Insomma, di tutto un po'. Gli sfoghi alternati alle schiarite dell'ultima settimana, fanno intuire che il tecnico abbia inghiottito di malavoglia le critiche espresse dall'opinione pubblica, ma che in qualche modo alla fine le abbia digerite. Mancini sa di aver perso il diritto a dire e fare quel che gli pare conferito dai successi del passato e ora è chiamato a "dimostrare". Per intenderci: di fronte alla pressione psicologica ci sono quelli che mollano e quelli che rilanciano. Poi ci sono "i Mancini", ovvero quelli che "rilanciano ma pretendono" e ti dicono "per stare al passo della Juventus servono giocatori forti". Dice la verità, il Mancio, ma non si rende conto che a volte "verità" fa rima con "ovvietà": "se mi regalano la Ferrari vado più veloce che con la Punto", "se me ne prendono tre forti diventiamo più competitivi", "se mia nonna aveva le ruote era una dumbaghi". Tutto vero, tutto troppo comodo.
Mancini resterà giustamente alla guida dell'Inter perché il suo lavoro non è affatto da buttare e perché solo con la continuità si ottengono i risultati, ma quanto a comunicazione al momento dovrebbe prendere esempio da un ragazzo un po' tamarro e assai bistrattato che di fronte alle telecamere non ha 3243 versioni, ma solo una: "Sono il capitano dell'Inter e questa è la mia casa". Per ultimo dovrebbe ragionare non su come la società lo può accontentare sul mercato per diminuire il gap con le più forti, semmai su come può fare lui per far rendere di più i suoi ragazzi.
Il "pressing" di Mancini a Thohir sembra in effetti senza senso se si pensa che comunque il patron si è sempre dimostrato disponibile e per nulla parco di "faremo, compreremo, accontenteremo il tecnico". E infatti Banega arriverà e Erkin pure, oltre a loro arriverà anche una punta "duttile che ha giocato quest'anno in serie A" (cit.), per il resto dipenderà dalle imprevedibili offerte che potrebbero arrivare per questo o quel nerazzurro: dovessero uscire giocatori ne arriveranno altri, viceversa il tecnico dovrà "accontentarsi", riuscendo a far rendere oltre le se capacità un gruppo non più nuovo e con un anno di lavoro alle spalle. In fondo è questo che si chiede a un bravo allenatore, no?
Questione Pjanic. Sappiamo che il ragazzo è clamorosamente nel mirino della Juve, sappiamo che al di là delle dichiarazioni di facciata l'entourage dello stesso è assai vicino a trovare un accordo su ingaggio e modalità, sappiamo anche che esiste una clausola che mette la Roma con le spalle al muro e con lei tutte le pretendenti allo scudetto: la Juve ha deciso di rinforzarsi e in contemporanea di indebolire una delle avversarie diretta al titolo. Scelta crudele, ma per nulla stupida.
A Roma si attende il rinnovo di Totti. L'offerta è arrivata: 1,1 milioni di euro e la libertà di tenersi i diritti d'immagine extrasportivi. Mica male a 40 anni, quando i coetanei "che non mollano" al massimo si divertono in Promozione. Ma il capitano non firma. I soliti beninformati dicono che sia una mera questione di soldi, ma il succo è che il Pupone dopo aver dimostrato di valere ancora il campo pretende che tra un anno, a scarpini appesi, il suo apporto da dirigente possa avere un senso concreto. Totti, insomma, non vuole un ruolo da ambasciatore o da "figurina", ma chiede di poter essere importante per la sua società anche in quella che sarà la sua nuova versione. Legittimo e assolutamente condivisibile.
Napoli e soprattutto gli anti-napoletani stanno infine realizzando l'importanza di quanto fatto quest'anno sul Golfo: record di punti per Sarri con la stessa squadra di Benitez e ritorno in Champions. L'allenatore sarà confermato per meriti conquistati sul campo, poi toccherà a Higuain. Il Pipita avrà anche la sua schiera di corteggiatori ma: 1) gli stessi è bene che si facciano avanti solo se muniti di malloppone (94 milioni e spicci). 2) L'argentino è il primo a sapere che da nessun'altra parte al mondo ritroverebbe la stessa situazione ambientale per giocare e vivere da re indiscusso. Toccherà a De Laurentiis dimostrargli che questo Napoli vuole continuare a crescere, ovviamente tramite il mercato. Il patron "sa" e in vista della Champions pensa a un acquisto di livello per reparto. Poco?
Finiamo qui. L'editoriale di fine campionato è spesso tristanzuolo perché spalanca le porte a tre mesi di balle di mercato che stroncherebbero sette o otto tigri della Malesia (notoriamente resistenti alle balle di mercato). Cercheremo nel nostro piccolo di essere più affidabili possibili. Per congedare la Serie A vi lascio a un pezzo scritto dal mio socio Fabio Corti per "ilsensodelgol". Parla del Pipita e della partita del record. Alla prossima.
(@FBiasin @ilsensodelgol ilsensodelgol@gmail.com).

Su Napoli si sta rovesciando il diluvio universale ma il San Paolo è in estasi. Non è pioggia funesta, anzi. È un'elargizione del Cielo, munifica e gloriosa. Acqua fresca che lava via tante amarezze e promette un domani verde e rigoglioso. Una gran bella notte.
Col Frosinone sta finendo 4-0: mancano tipo tre minuti, l'arbitro ha già fatto capire che non ci sarà recupero. I ciociari, effettivamente, non lo meriterebbero.
Ghoulam sgroppa per la millesima volta della stagione fino in fondo alla fascia sinistra. Sarà un po' che il terreno è pesante, un po' che l'algerino ha fatto più chilometri della Seicento di zio Tano, un po' che i piedi son quelli che sono, alla fine anziché un cross viene fuori una pera cotta che va a depositarsi nei guantoni fradici del portiere avversario.
Higuain, in mezzo all'area, è contrariato.
Allarga le braccia e indica il punto in cui si trova, in zona dischetto, con una mimica inconfondibile per chiunque abbia giocato a pallone almeno dieci minuti in vita sua:
- Figa, dammela bene.
Dieci minuti prima, forse meno, aveva sbianchettato il nome di Gunnar Nordahl dagli almanacchi.
- Dammela bene.
Il nome di Gunnar Nordahl era era lì da 66 anni.
Chi è Gunnar Nordahl?
Boh, so solo che ai giorni nostri non si può più far meglio di lui. Tipo Piola.
Poi è arrivato il diluvio, è arrivato Higuain.
L'ultimo in rovesciata.
Daniele Adani su Sky urla che non è mica vero.
Neanche il tempo di chiederci, nella nostra beata ingenuità, "chissà cosa sta pensando adesso Higuain", che risponde lui stesso.
- Dammela bene.
Una tripletta nel nubifragio, 36 gol in un capionato.
- Dammela bene.
Inizia tutto dalla fine, ossia il momento in cui il Pipita controlla di petto e lascia andare il corpo indietro.
Il Cielo viene giù, Higuain va su. Il rallenty sembra roba confezionata a Cinecittà.
In quel pallone sospeso ci sono 66 anni di storia, una leggenda vichinga, il mito dell'impossibile.
Ovviamente la sfera finisce in rete, lavata via nel diluvio assieme a tutto il resto.
Punto e capo, domani chissà.
Di Nordahl rimane il dato statistico su cui imbullonare un nuovo mito, perché riguardo a tutto il resto si son messe di mezzo troppe decadi e ogni paragone sarebbe ingiusto per entrambi.
Dopodiché, qualche minuto d'acqua e palleggio stanco.
Ed ecco Ghoulam, sfinito e comprensibilmente leggerino, che si trascina per contratto in fondo alla fascia mentre il Frosinone invoca triplice fischio e onore delle armi, il popolo del San Paolo battezza nell'acquazzone un nuovo messia e Gunnar Nordahl - ci piace immaginarlo da qualche parte - osserva e annuisce.
Il portiere gialloblu agguanta la pera cotta, Higuain fa pura letteratura.
- Dammela bene.
Incarna la figura disumana del capitano Achab, uscito dalla penna di Herman Melville nel romanzo Moby Dick, e la sua smania di arrivare alla balena:
«Roso di dentro e arso di fuori dagli artigli fissi e inesorabili di un'idea incurabile».
Ognuno ha la propria.
Poi c'è chi la insegue e chi non tiene il passo.
Higuain dopo aver fatto 36 gol in un campionato riusciva a pensare solo a farne 37.
- Dammela bene.
Questo spiega tutto.


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