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Editoriale

Juventus: in Europa Pogba e lo Stadium ridimensionati. Finale, Ancelotti e Simeone: quelli del 5 maggio. Milan di Berlusconi: l'anima è l'italiana. Inter: l'ultimo derby di Handanovic

Nato a Milano il 10 Maggio 1965; Giornalista Professionista dal 1994. Dopo le esperienze professionali di carta stampata (La Notte e Il Giorno) e televisive (Telelombardia, Telenova, Eurosport), dirige Milan Channel dal 16 Dicembre 1999.
03.05.2014 00.00 di Mauro Suma  articolo letto 30116 volte

In Europa cambiano i fattori e anche i risultati. Alla Juventus accade così. Buon per il Club bianconero che i monitor europei straripano di hi-lights del Campionato italiano con i gol di Pogba. Perché se i grandi procuratori, i grandi direttori e i grandi Club dovessero farsi un'idea sul crack bianconero a partire dalla lettura delle partite europee, il fuoco diventa fuochino, l'uragano diventa pioggia battente. Anche contro il Benfica il mohicano vero è stato Vidal, non l'algido Paul. Tra Champions ed Europa League, Pogba scolora, rimane negli argini senza esondare mai. E visto che ci sono tanti juventini che amano alzare il più possibile la valutazione economica di Pogba paragonandola a quella di Bale (100 milioni lui, 120 il nostro...), vale la pena ricordare che in un Tottenham complessivamente meno forte di questa Juventus, Bale era in grado di battersi alla grande anche in Europa: ricordarsi di una splendida tripletta a San Siro in Champions League contro l'Inter. Stesso discorso per lo Juventus Stadium. Bolgia assoluta, casa inviolabile in Campionato, stadio mezzo e mezzo in Europa. Proprio così, mezzo e mezzo, fifty fifty. La Juventus di Antonio Conte ha giocato 12 partite in Europa in casa tra questa e la scorsa stagione: Bilancio, 6 vittorie e 6 non vittorie, fra cui 5 pareggi e 1 sconfitta. Le medie del Campionato dello Stadium sono un lontano ricordo. E fra le 6 vittorie, 5 sono d'ordinaria amministrazione (Copenaghen, Trabzonspor, Lione, Nordjelland e Celtic), mentre su quella con il Chelsea vale la pena ricordare che quella notte i Blues avevano tutti i loro big fuori squadra. Ecco due cose da fare, non c'è solo il mercato nella vita. Spronare Pogba a fare il salto di qualità che ancora deve fare nonostante le meraviglie che fa in Serie A e trovare in casa, nel proprio stadio, la stessa carica psicologica delle partite italiane. L'agenda della Juventus per crescere in Europa parte da qui.

Incrocio insospettabile in Finale di Champions League. Il 5 Maggio più 5 Maggio che ci sia, nella memoria storica del calcio italiano, è quello del 2002. Quella domenica Simeone, con la sua Lazio, batteva l'Inter e consegnava lo Scudetto alla Juventus. Sempre quella domenica, Ancelotti alla guida del suo Milan batteva il Lecce 3-0 e conquistava l'accesso ai preliminari di Champions League che un anno dopo l'avrebbero portato a conquistare la Champions stessa nella finale tutta italiana del 28 Maggio 2003 a Manchester contro la Juventus. Quel 5 Maggio entrambi i tecnici attuali di Real e Atletico esultavano. Ognuno per la sua parte. Nello stesso Campionato, a 600 chilometri di distanza l'uno dall'altro. Nella Finale di Lisbona si ritroveranno invece faccia a faccia e penseranno a tutt'altro. Ma alle loro spalle c'è quel giorno, in cui Ancelotti obiettivamente aveva un obiettivo sportivo più importante per cui esultare. Chissà se questo varrà qualcosa la sera del prossimo derby di Madrid. Già, Carlo Ancelotti. Dopo 8 anni di Milan, il Club rossonero decise di cambiare pelle con la cessione di Kakà e colse l'occasione per cambiare anche la guida tecnica. Ma Ancelotti era solo una guida tecnica? Per come è innamorato ancora oggi del Milan, non era soprattutto una guida, un custode spirituale? Se la campagna acquisti del 2010 con Ibra, Robinho e Boateng fosse stata affidata a lui, il Milan rinato quell'estate non sarebbe durato di più e meglio? Quante domande. Proprio tutti questi dubbi lancinanti devono insegnare qualcosa. La Storia insegna sempre. Sulla scelta degli allenatori la Storia sussurra di non andare d'istinto. Meglio andare con calma, prudenza e tanta tanta cautela. In qualsiasi caso.

Il Milan è il Milan. Sennò sarebbe l'Inter o la Juventus. E il Milan di Berlusconi è il Milan di Berlusconi. Con la sua anima italiana. Quella degli Immortali (Baresi, Costacurta, Maldini, Tassotti, F.Galli, Ancelotti, Evani, Virdis), quella degli Invincibili (con l'aggiunta di Panucci e il consolidamento di Donadoni e Massaro), quella dei Meravigliosi (Nesta, Pirlo, Gattuso, Ambrosini, Inzaghi). E la sua anima italiana il Milan la conserva intatta ancora oggi a partire da Abbiati e Bonera per finire a tanti altri compreso il capitano, Riccardo Montolivo, al quale l'investitura ufficiale della fascia è arrivata direttamente dal presidente Berlusconi nel Novembre 2012 prima di Milan-Juventus a San Siro. Lo faceva notare la stessa dottoressa Barbara Berlusconi nelle sue interviste di un anno fa. Nelle ultime stagioni, la maglia ufficiale del Milan ha spesso avuto un ricamo, un richiamo tricolore. Molto spesso sono italiani sei, sette, otto undicesimi della formazione iniziale del Milan nelle partite. Ed è giusto che sia così. La base deve essere quella perché quella è la natura del Milan in generale e del Milan di Silvio Berlusconi in particolare. Lo stesso presidente che, dopo la finale di Barcellona del 1989, si coccolava il suo Filippo Galli, giovane, educato, italiano e lombardo. Ed è soprattutto negli inevitabili momenti di transizione che non bisogna mettere in discussione la storia, il dna, e le architravi di un Club.

Il presidente Thohir comunica e predica. Vola alto, disegna scenari. Quel che appare certo è che una operazione come quella di Hernanes a 20 milioni di euro, difficilmente la ripeterà. Pur riconoscendo che il brasiliano ha fatto discretamente bene fino ad oggi nei suoi primi mesi di militanza nerazzurra. Ma il Thohir che vale la pena ascoltare di più e meglio è quello prudente, quello che fa di conto e che non promette acquisti plurimiliardari immediati. "Questo" Thohir sa di dover fare una cessione e per motivi mediatici non vuole fare quella di Icardi. E nemmeno quella di Kovacic, perché un giovane architetto di questa forgia pensa sia meglio tenerselo anche per evitare di fare una cessione che gli verrebbe rinfacciata per chissà quanti anni. Tocca quindi ad Handanovic. Con un Palacio fresco di rinnovo, non c'è altro in bottega. Nel caso, sarebbe l'ultimo derby dell'ex portiere dell'Udinese. In Europa c'è fame di portieri. Ed è l'Europa il destino più probabile dell'attuale, ma proprio attuale, portiere nerazzurro.

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