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Juventus-Barcellona ai quarti: passare è possibile?
  Sì, la Juventus è cresciuta rispetto al 2015
  No, il Barcellona resta più forte dei bianconeri

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Editoriale

L'analisi dal 2006 al 2016: sicuri serva esonerare gli allenatori? Inter maglia nera, ma Juve e Milan ragionano allo stesso modo. A Napoli situazione capovolta. E in Europa? Si sono adeguati: resiste solo Wenger

Nato a Napoli il 10/03/88, laureato in Filosofia e Comunicazione presso l'Università Orientale di Napoli. Lavora per Tuttomercatoweb.com dal 2008, è il vice direttore dal 2012
13.11.2016 13.56 di Raimondo De Magistris  Twitter:    articolo letto 52363 volte
© foto di TUTTOmercatoWEB.com

Se vi va, in questa noiosa domenica di sosta per le Nazionali andate su Google e cercate questa domanda: "Quanto conta l'allenatore in una squadra?" Vi appariranno centinaia di migliaia di risposte, più o meno autorevoli, attorno a una figura affascinante e controversa. Il suo peso, la sua importanza, negli anni ha oscillato a seconda delle mode calcistiche. All'inizio, ai primordi dello sport più popolare di sempre, nemmeno esisteva. Così come adesso, da ormai circa 20 anni, non esiste come singolo individuo, è il vertice di un team di lavoro che in alcuni casi ha più componenti della squadra stessa. Eppure, come farne a meno del primo allenatore. E' la figura attorno a cui ruota tutto il racconto calcistico, il Don Chischotte di un mondo che ha nel tecnico (oltre che nei giornalisti) il suo bersaglio preferito. Un attaccante non segna? E' colpa dell'allenatore. La difesa è decontrata? E' colpa dell'allenatore. I risultati non arrivano? E' colpa dell'allenatore. Si vince lo Scudetto? E' merito... di tutti. Eh si, è un po' così. Figura affascinante proprio perché per molti versi fantozziana.
In questo editoriale però, elucubrazioni a parte, l'argomento principale riguarda il modo in cui gli stessi vengono trattati dai club più importanti di Serie A. Il pretesto è l'umiliazione subita ad Appiano Gentile da Frank De Boer, un burattino utilizzato per risolvere in casa Inter alcuni equilibri societari. Lo incontrai poco più di un mese fa a Montecarlo, in occasione del Golden Foot, e a due passi dalla Promenade parlava di progetto. Un progetto durato una manciata di settimane perché adesso, a Milano, dopo un casting surreale ha già avuto inizio l'era Pioli. E' il terzo allenatore nerazzurro da agosto ad oggi. Perché?
Analizzando la situazione negli ultimi dieci anni, dal Mondiale vinto a oggi, ci si rende conto che il club nerazzurro è quello che tra le big italiane ha cambiato di più. Il discorso dalle parti di Appiano Gentile è sempre stato molto semplice: se vinci puoi restare o, come Mourinho, decidere di andar via da idolo incontrastato. Se perdi per te non c'è scampo. E' un discorso che in una piazza 'pazza' per definizione come quella nerazzurra trova la sua espressione più chiara, ma in fondo non troppo diverso da quello che fanno dirigenti di Milan e Juventus. Sono i tre club che da quasi sempre dominano il calcio italiano e ragionano esclusivamente secondo la dicotomia successo/fallimento. Senza possibilità di altre sfaccettature. Ecco perché a Torino sponda bianconera nel periodo dal ritorno in A all'inizio del ciclo Conte proprio non c'è stata pace, così come a Milano - sponda rossonera - andato via Allegri (il tecnico che ha vinto l'ultimo Scudetto) si sono avvicendati allenatori con una rapidità che nell'era Berlusconi non s'era mai vista. Nessuno s'è mai posto il problema che nei periodi difficili il problema potesse essere la società o la squadra. A pagare sempre i tecnici, almeno fino a quando non si torna alla vittoria.
Discorso diverso in piazze come Napoli e Fiorentina, club che hanno come ambizione quella di restare ai primi posti. Non di vincere. Dal 2006 ad oggi l'unica scelta rinnegata dal presidente De Laurentiis è stata quella riguardante Donadoni. Ha esonerato Reja al naturale esaurimento di un ciclo comunque piuttosto lungo, poi ha sempre aspettato che fosse l'allenatore ad andare via. Non viceversa. Ha attirato Mazzarri e Benitez con la promessa di cicli lunghi e vincenti, li ha salutati (e saluterà Sarri allo stesso modo) quando loro stessi hanno capito che questo Napoli - per limiti societari, culturali, storici e non solo - oltre una certa soglia non può andare. E' così, con un margine leggermente maggiore di elasticità e consapevolezza, anche a Firenze. E' stato così con Prandelli e Montella, sarà così con Sousa.
Ecco perché dal 2006 ad oggi l'Inter ha avuto più del doppio degli allenatori del Napoli. Tecnici transitori a parte (Vecchi all'Inter, Corradini alla Juve o Guerini alla Fiorentina) questo il dato:

Numero di allenatori alla guida delle big di Serie A dal 2006 ad oggi.
Inter 11 allenatori
Juventus 7 allenatori
Milan 8 allenatori
Napoli 5 allenatori
Roma 8 allenatori
Fiorentina 5 allenatori
Lazio 7 allenatori

Infine, un raffronto con i dieci club europei più in vista nell'ultimo decennio. Il Barcellona, nonostante il periodo più importante della sua storia, ha comunque cambiato di media un tecnico ogni biennio. Il Real Madrid è un club 'mangia-allenatori' per definizione, ma ancor meno paziente è il magnate del Chelsea Roman Abramovich che al pari dell'Inter ha addirittura raggiunto la doppia cifra.
La panchina del Manchester United, esaurito il ciclo Ferguson, non sembra trovare più pace, Wenger è l'ultimo baluardo di un calcio che cambia allenatori con sempre maggiore rapidità. E sempre più per moda o per ragioni extracalcistiche. Questi i dati in Europa, a voi i giudizi complessivi...

Numero di allenatori alla guida delle big di Serie A dal 2006 ad oggi.
Barcellona 5 allenatori
Real Madrid 8 allenatori
Chelsea 11 allenatori
Manchester United 5 allenatori
Arsenal 1 allenatore
Manchester City 7 allenatori
Siviglia 8 allenatori
Paris Saint-Germain 6 allenatori
Atletico Madrid 5 allenatori
Bayern Monaco 9 allenatori

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