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Editoriale

La Champions è sempre loro, o quasi.. Ecco cosa Juve e Napoli devono rubare all'Atletico... De Laurentiis e il mercato, il Milan e Brocchi: parte il solito valzer degli allenatori

14.04.2016 00.00 di Luca Marchetti  articolo letto 33022 volte
© foto di Federico De Luca

Potremmo dire che si sta sfaldando una dittatura. Ecco cosa ci lascia questo turno di Champions. Il Real deve aggrapparsi e Ronaldo per arrivare in semifinale, il Bayern fatica troppo (anche se non così tanto come contro la Juve), il Barcellona è fuori (e per la seconda volta in questi 9 anni è l'Atletico a tirarla via dalle prime 4). Giusto per capire come l'aristocrazia europea ha dominato in questo periodo: il Real è alla sesta semi consecutiva, il Bayern alla quinta, per il Barcellona questo è il secondo no in nove anni.
Ogni tanto il calcio cambia i padroni. Tra il 2006 e il 2009 dominavano le inglesi, ora le tre big.
Ma il divario sembra essere diminuito. Non sul fatturato, di cui tanto si parla, ma sul campo. I "piccoli" (che poi piccoli non sono) fanno paura alle superpotenze. Le buttano fuori. Ed è qui che le nostre due migliori espressioni (in questo momento) devono inserirsi. Non solo con i campioni che comunque hanno in rosa: ma continuando a crescere. Tenere i grandi giocatori, scovarne di nuovi, farli crescere. Ma soprattutto avere un'identità precisa. Un'appartenenza. La voglia di dimostrare di essere sempre superiori all'avversario, comunque si chiami.
E' quello che ha fatto la Juve stessa contro il Bayern (e infatti per poco non lo elimina), è quello che hanno provato a fare il Benfica e il Wolfsburg (non al ritorno, quando una volta saltato il banco non sapeva più quale sarebbe stata la sua identità). E' quello che sicuramente e certamente ha fatto Simeone. Ha plasmato l'anima ai suoi giocatori, nessuno può fare un paragone fra i giocatori poi però quando giocano 11 contro 11 questo divario non c'è più. E' quello che sognano tutti, quello che vogliono fare tutti e in pochi riescono.
Ma come possono Juve e Napoli avvicinarsi? La Juventus c'è già riuscita e vuole ripetersi, il Napoli deve necessariamente iniziare. Ma il concetto di "gruppo", allargato deve essere centrale. La grande voglia di far parte di una famiglia in cui il "capo" traccia la strada e tutti insieme si tira fuori il massimo da tutti. In questo il lavoro di Allegri e Sarri è stato praticamente perfetto. Allegri è andato oltre quello che tutti pensavamo fosse il limite della Juventus: i famosi 102 punti di Conte. E la Juve è quella macchina da guerra che ha vinto 21 delle ultime 22 partite, che in 180 minuti ha rischiato di buttar fuori dalla Champions una delle migliori squadre del mondo. Sarri ha rivalutato tutta la rosa del Napoli: Higuain ora è sulla bocca di tutti, Koulibaly e Albiol sono due difensori mondiali, Hamsik è tornato Marekiaro.
E qui si innesta il mercato: la Juve ha sempre detto compro per migliorare, non tanto per comprare. E allora sul taccuino di Marotta e Paratici ci sono dei giocatori che possono fare la differenza. André Gomes (non a caso quello che cercava anche il Napoli 4 mesi fa) è un centrocampista straordinario per doti tecniche e atletiche, Yaya Touré, nonostante l'età, è ancora uno in grado di fare la differenza soprattutto per la mentalità che può dare in più alla Juventus. Quando questi giocatori vengono innestati in un gruppo da sempre consapevole dei propri mezzi non si può far nient'altro che crescere. Come è successo con Alex Sandro ed Evra, con Dybala e con Mandzukic.
Il Napoli deve compiere un passo in più rispetto alla Juve. Avere una base più ampia da cui poter far pescare Sarri. De Laurentiis è stato (come al solito) molto schietto e sincero: i giocatori che volevamo a gennaio erano considerati incedibili. E anche qui si ripete lo stesso concetto: comprare tanto per comprare non si fa. Giustissimo. Per cui largo agli investimenti per il futuro (vedi Grassi) e via alle trattative per giugno. I nomi li conosciamo: Klaasen, Kramer, lo stesso André Gomes, Maksimovic. Si deve fare la differenza: mettere in testa poi a questi giocatori il Sarri style. Possesso palla e triangolazioni, sovrapposizioni e un Higuain devastante. Ma soprattutto sapere che nessuno ti deve mettere sotto. Continuare a crescere. Motivazioni come gli schemi in campo, tutti alla stessa stregua. Quello che ha cominciato a fare Spalletti con la Roma. Con una raccomandazione molto importante: nel calcio vince solo uno, tutti gli altri perdono. Ma non perde chi continua a crescere e a continuare a credere nel progetto nel programma. Si può perdere per una svista arbitrale, per un errore al novantesimo del tuo uomo migliore, per bravura dell'avversario o per un sorteggio malevolo. Ma le idee, i concetti, la voglia non perde. Programmazione: una parola che probabilmente in Italia comincia a prendere peso soltanto in questo periodo, quando si deve fare di necessità virtù.
Programmazione che, obiettivamente, manca al Milan. Il cambio in panchina di Mihajlovic ha suscitato sorpresa in tutto l'ambiente rossonero. Berlusconi è stato molto duro con il suo ex allenatore: non si è mai visto il gioco. Forse non si è visto il gioco che il presidente avrebbe voluto, i è vista più volte l'anima di Mihajlovic che sicuramente ha fatto degli errori (come lui stesso ha ammesso). Ma i cambi in panchina del Milan sono tanti ormai. Con Allegri (compreso, l'ultimo che è riuscito a far vincere il Milan) sono 5 gli allenatori negli ultimi due anni: Seedorf, Inzaghi, Mihajlovic e ora Brocchi. Ci sono mille scusanti per un periodo certamente non felice per i colori rossoneri, ma i continui cambi di guida non aiutano. La pressione in casa Milan si fa sentire, ma la barra deve essere tenuta dritta. Non si può chiedere di vincere sempre, soprattutto se ormai è un po' di tempo se non si vince. Il progetto che ha in testa Berlusconi è interessante, ma ci vuole tempo per sfornare talenti dalla Primavera e costruire una squadra italiana. Il Milan non è lontano da questo, ma è lontano dalle prime. Ora Brocchi ha un compito difficilissimo e giustamente lui dice che vuole giocarsi questa chanches, Ne avrà il tempo?
Gli allenatori si muovono anche per il prossimo anno. Il Genoa sta corteggiando Juric che dunque cambierebbe squadra ma non colori. E anche Gasperini potrebbe fare la stessa cosa: lo sta cercando il Cagliari (prossimo a tornare in A), ma piace anche al Torino e all'Atalanta. Torino che ha messo gli occhi su Mihajlovic (sul quale c'è anche la Lazio, ma bisognerà aspettare anche come andrà Simone Inzaghi). La vera incognita è Paulo Sousa: l'interesse dello Zenit c'è, ma c'è anche la concorrenza di Pellegrini che il prossimo anno non sarà più l'allenatore del City. A Firenze piace sicuramente Di Francesco che non ha ancora accantonato i pensieri rossoneri (e qui dipenderà da Brocchi, ovvio) ma che a Sassuolo si trova bene eccome. E se dovesse partire? Pioli e Giampaolo sono le prime idee dei neroverdi. A Bologna rimane Donadoni e il Crotone? Se dovesse partire Juric le idee (al momento) sono due: Pasquale Marino e il ritorno di Drago. Ancora è preso, ma non troppo... Cominciate a tenervi forte...

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