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Editoriale

La difesa di De Laurentiis a Sarri può diventare il segnale di un modo diverso di gestire il Napoli

20.09.2015 00.00 di Raffaele Auriemma   articolo letto 40326 volte
© foto di Daniele Mascolo/PhotoViews

Sembrava di vederlo De Laurentiis, con i pugni appoggiati ai fianchi e lo sguardo lontano di chi nulla può scalfirlo. "Non toccate Sarri, prendetevela con me", il tono sembrava quello del generale proteso a lanciare, fiero ed accigliato, un avvertimento (un po' tardivo) verso chi continuava a deridere oppure attaccare il suo più prossimo luogotenente. Cioè l'allenatore, Sarri che ha avuto come responsabilità quella di essere arrivato da una società di basso rango, per allenare il Napoli ancora disorientato dalla dissennata gestione Benitez. La goleada al Bruges è stata una boccata di ossigeno lungo un cammino ancora affannoso e che necessiterà di risultati più convincenti per garantirsi l'appoggio incondizionato del pubblico. Per il momento ci ha pensato De Laurentiis ad intervenire in difesa dell'allenatore e chissà se sia stata una sua iniziativa o se gli sarà stato suggerito, magari da Giuntoli, che è uomo di calcio, ruspante e pratico, fattivo e rude quando serve. Perchè nel calcio le partite si vincono pure con i dirigenti raggiunti da deferimenti per "atteggiamenti minacciosi" avuti nei confronti degli arbitri. Se fosse stato il nuovo ds a dire al patron che era arrivata l'ora di difendere Sarri e se De Laurentiis gli avesse dato ascolto, allora ci troveremmo di fronte ad un modo diverso di gestire le cose del Napoli. Dopo alcuni anni di patriarcato severo, di "faccio tutto io" e di spese troppo spesso sbagliate, sarebbe anche ora che il presidente cominciasse a raccogliere i suggerimenti dei collaboratori che frequentano il calcio anche da più tempo di lui. Un primo passo verso quella modernizzazione e riorganizzazione della società che dall'addio di Marino si è sempre più avvitata intorno alla figura del presidente. E' arrivato il momento che De Laurentiis dia una risposta che vada incontro alla gente, ai tifosi, la cui disaffezione si legge nel borderò delle presenze allo stadio. Il Napoli deve ancora diventare un club agile e credibile, tale da incontrare la soddisfazione dei calciatori. Tutti. Lo sforzo apprezzabilissimo di aver trattenuto tutti i big della squadra, rischia di essere vanificato dal pour parler di quelli che se ne vanno. Magari senza sbattere la porta e nascondendo dietro al sorriso l'intento di screditare la società alle orecchie di altri calciatori interessati, perché magari contattati dal Napoli. Solo così, con questo volgare discredito, sarebbero spiegabili certi "no" a prescindere. Eppure il Napoli c'è, formato da un gruppo di calciatori reputati unanimemente come in grado di portare la squadra nuovamente in Champions. A cominciare da Gonzalo Higuain che vive ancora come chi aspetta un episodio che gli permetta di innamorarsi nuovamente, di prendere quella passione sfrenata che con lui si chiama gol. Un consiglio: sorrida di più. La sua professione è un gioco, invidiato dal resto dell'umanità che lavora (o non lavora) senza esserne felice. Il calcio trasmette emozioni ma talvolta produce anche episodi sconcertanti. Chiudo con l'assurda vicenda del licenziamento di Marco Fassone dalla proprietà dell'Inter. Un dirigente serio come tanti club vorrebbero averne, messo alla porta dalla sera alla mattina, dopo aver spalato fango ed aver portato a Mancini tutti i calciatori che chiedeva. Questione di visibilità, che Fassone si era conquistato con il lavoro quotidiano e con i colpi sul mercato. Eccolo il punto: c'è stato qualcuno all'interno che tutto questo l'ha vissuto con un sentimento irreversibile, l'invidia. Quella che logora dall'interno ciò che funziona e che ti fa sentire campione d'Italia dopo appena 3 partite vinte. Anche questo è il calcio che non ci piace.

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