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SONDAGGIO
Juventus agli ottavi: ora può arrivare fino in fondo in Europa?
  Sì, la squadra ha le possibilità di tornare a giocarsi la Champions
  No, è presto per fare certi giudizi e servirà un mercato invernale importante
  Sì, col rientro progressivo degli infortunati la squadra è da titolo
  No, troppa la differenza con le big spagnole, inglesi e tedesche

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Editoriale

Mancini-Inter: 4 buchi neri di mercato. Napoli, Sinisa non è convinto, Zenga a Genoa. Psg: Cavani resta, Ibra va. Milan: Ancelotti scalda Donadoni. Milan: Mr. Bee, l'onore delle armi

Nato a Milano il 10 Maggio 1965; Giornalista Professionista dal 1994. Dopo le esperienze professionali di carta stampata (La Notte e Il Giorno) e televisive (Telelombardia, Telenova, Eurosport), dirige Milan Channel dal 16 Dicembre 1999.
30.05.2015 07.22 di Mauro Suma   articolo letto 80168 volte

Abbiamo già avuto modo di sostenere che all'Inter c'è un uomo solo al comando in tema di mercato: Roberto Mancini. Decide lui chi e come. Sul piano del primo contatto e sul piano tecnico. Non può evidentemente decidere lui sul piano economico e qui sta il punto. L'Inter, che fa incontri al chiuso e che non riesce ad essere mediatica come il Milan nonostante il mandato ad esserlo coniato al suo arrivo dal presidente Thohir, difficilmente costruirà l'ossatura per la quale si era speso Roberto Mancini. I nomi: Pepe Reina, Toulalan, Yaya Tourè e Dybala, ovvero la spina dorsale di una squadra importante. Con Tourè contatti quotidiani, con Dybala quattro telefonate produttive e costruttive. Da ambienti manciniani trapela che era tutto fatto, per tempo. Ma anche che cautele economiche e prudenze sui tempi hanno fatto prima slittare e poi con ogni probabilità saltare tutto. E a Mancini sono girati i cosiddetti. Non al punto di lasciare, perché l'uomo oggi è più sereno rispetto al Marzo 2008 (Inter-Liverpool) e poi perché sa bene che le quattro operazioni non sono state chiuse per disagi sui conti e non certo per un dispetto nei suoi confronti. Ma da oggi in poi i conti devono tornare e Mancini si è rasserenato con la promessa del presidente Thohir di investire 60 milioni sul mercato. Nella settimana dello storico non possumus della Pirelli di Marco Tronchetti Provera, delle rivelazioni sui paradisi fiscali e delle incognite post Novembre 2016, quei 60 milioni promessi sono una boccata d'ossigeno.

Due settimane fa, confermano da Bogliasco, Sinisa Mihajlovic ha incontrato direttamente il presidente del Napoli, De Lurentiis. Confronto diretto. A tu per tu. Conoscenza, ragionamenti, programmi. Per farla breve, sembra non sia scoccata la scintilla. Sembra che l'incontro non sia andato bene. Noi abbiamo la versione vista da Bogliasco e non conosciamo quella partenopea. Ma nonostante la spinta data in settimana dal presidente Ferrero e che sembrerebbe confermare il contrario o che potrebbe essere anche un tenativo a cielo aperto di ricucitura, abbiamo più di un dubbio che Mihajlovic possa allenare a Napoli la prossima stagione. A questo punto, visto che il presidente Berlusconi sembra avere nei confronti di Sinisa dubbi sul piano umano e caratteriale in chiave Milan e non su quello tecnico e professionale, Mihajlovic potrebbe anche optare, extrema ratio, per una destinazione ad oggi non editata o anche rimanere a Genova. Dove, intanto, l'ambiente blucerchiato parla ormai con sicurezza e fondatezza dell'arrivo di Walter Zenga.

Dal Paris Saint Germain continuano a ripeterlo: quello che parte è Ibrahimovic, non Cavani. Vero o non vero lo vedremo. Premesso che potrebbe anche essere vero, è però il mercato che fa il mercato e se le offerte dovessero arrivare per l'uruguagio e non per lo svedesaccio, anche a Parigi dovranno prenderne atto. Il programma di partenza è però definito: dopo tre anni, Ibra può partire. Cavani meglio di no. Questo pensa il PSG. Perfino elementare che se parte Ibra e resta Cavani, la Juventus non entra nel giro. Lo farebbe solo in caso contrario, dovendo anche recuperare con Parigi dopo l'operazione Coman.

Carlo Ancelotti è stato bene con Galliani a Madrid, gli ha tirato su il morale dopo quella che lui definisce una brutta botta, l'esonero dal Real Madrid. Nel suo salotto di casa, Carlo, giovedì pomeriggio, con Galliani già sull'aereo per Malpensa, diceva all'amico di avere ancora dei dubbi ma che al Milan ci sta comunque pensando. A proposito, Carlo Ancelotti e Adriano Galliani nei cinque incontri madrileni hanno parlato per la prima volta di giocatori giovedì tra le 11 e le 13. Non è vero dunque che Ancelotti dovesse essere convinto dal progetto tecnico. Dall'offerta economica che ha ricevuto dal Milan come suo ingaggio, ha capito che quest'anno il Milan fa sul serio. Gli allenatori misurano da questo l'entusiasmo e la carica di un progetto: se spendono così tanto per me, lo faranno anche per la squadra. A proposito: alla partenza di Galliani i pronostici erano che al massimo Carlo avrebbe pagato il conto del ristorante e poi si sarebbe eclissato, che era tutto inutile questo viaggio tanto era già tutto scontato e deciso. Ma state calmi. Intanto se Galliani è partito per Madrid è per un motivo chiaro e semplice. Aveva capito che se fosse rimasto a Milano, Ancelotti non sarebbe mai venuto. Le poche speranze che c'erano bisognava giocarsele a Madrid. Fatto, cinque volte e non una e poi stop. E che non fosse tutto inutile è dimostrato dal fatto che mercoledì sera lo staff di Ancelotti ripeteva agli amici che non c'era una possibilità su un milione e invece il giorno dopo, Adriano Galliani e Carlo Ancelotti, al telefono con Milan Channel, si trovavano di fronte, d'accordo e in sintonia, sul cinquanta e cinquanta letto, firmato e condiviso. A proposito, retroscena. Erano grandi amici al Milan, Ancelotti, Tassotti e Donadoni. Nel suo ultimo anno al Milan, 2008-2009, Carlo continuava a ripeterci: ma perché non Tassotti, Tassotti se lo merita, Tassotti è bravo. Allo stesso modo nei primi approcci madrileni, il discorso è finito anche su Donadoni. Ma perché non Roberto è bravo, Roberto eccetera. Ma il Milan ha solo in testa Ancelotti. Ma Donadoni è bravo. A Parma ne dicono un gran bene. E' serio, preparato, maturo, esperto al punto giusto, con uno staff eccellente e professionale.

Nonostante i dischi rotti del direttore sportivo e dello scouting da parte di avversari subdoli che si presentano ai tifosi del Milan con il sorrisino di fuori e la zizzania di dentro, il Milan e la sua proprietà sono giunti non a nuove politiche o a nuovi tentativi in direzioni epurative, ma a due conclusioni ormai scolpite. La Fininvest: i tempi e i costi del calcio di oggi non lasciano alternative, meglio cedere. Il presidente Berlusconi: capisco ma prima di andare definitivamente in quella direzione, voglio fare io il primo intervento di rilancio e di investimento. Sotto la mia guida e con il mio coinvolgimento. Le cose stanno così. Come ha confermato mercoledì sera la dottoressa Barbara Berlusconi: per amore dei tifosi, mio padre ha rinunciato ad una opportunità. Vero. Premesso: a noi non piace la tifoseria di Mr. Bee, estranea in questa vita e anche nella prossima ad ogni singolo anello della catena del dna del Milan. Ma lui, Mr. Bee, merita l'onore delle armi: è giusto sottolineare che è investitore credibile anche se discutibilmente "supportato". Ha fatto una due diligence seria. Con studi legali, banche d'affari e banche d'appoggio impeccabili. L'offerta fatta da Mr. Bee al presidente Berlusconi aveva tutti i crismi. E se Silvio Berlusconi ha scelto di puntare ancora più in alto, difficile quasi impossibile ma proprio di cose difficili e quasi impossibili si è nutrita tutta la sua vita, e nel frattempo di fare lui il primo piano di rilancio, non è per impastoiare un paio di promesse. Ma per fare sul serio. Che duri, facciamolo durare, l'entusiasmo del presidente Berlusconi. Perché questa deve essere l'estate della vita. Rossonera. Non dei dischi rotti.


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