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Editoriale

Milan: Darmian-Antonelli, il sogno giovane. Morata: Conte aveva ragione. Tifosi: l'unica via di salvezza per il nostro calcio… Parma: blindate quelle presidenze

Nato a Milano il 10 Maggio 1965; Giornalista Professionista dal 1994. Dopo le esperienze professionali di carta stampata (La Notte e Il Giorno) e televisive (Telelombardia, Telenova, Eurosport), dirige Milan Channel dal 16 Dicembre 1999.
28.02.2015 00.00 di Mauro Suma   articolo letto 31568 volte

Matteo Darmian e Luca Antonelli erano compagni di squadra nella Primavera del Milan. E nonostante il meraviglioso gol di Bilbao che metterà le ali alle quotazioni del presidente Cairo, una delle idee rossonere del prossimo mercato potrebbe anche essere proprio quella di ricomporre il binomio delle giovanili. Uno di qua e l'altro di là, con Abate sempre pronto e sempre concentrato. Uno a destra e uno a sinistra. Darmian piace a molti allenatori, è giocatore di colpi e di nozioni. In Torino-Milan, gara finita amministrativamente in pareggio ma sostanzialmente stravinta dal Torino, è stato Matteo a porre le prime pietre dell'ottima prestazione granata. Esattamente come aveva fatto Antonelli in Genoa-Milan. Darmian: Ventura lo ha rifinito, lo ha arricchito, lo ha completato. Matteo è stato bravo a non fermarsi al Mondiale brasiliano. Ha continuato a correre, a lavorare. Nonostante i contrattempi stagionali, i grandi club europei che tengono d'occhio gli attuali gioielli rossoneri non mancano, per cui Darmian, presidente Cairo e circostanze di mercato permettendo, potrebbe in teoria fare la stessa strada di Antonelli. Quella di un ritorno a casa scandito dalla cultura del lavoro e dalla disponibilità nei confronti della squadra.

Perché nella serata in cui sull'1-1 dello Juventus Stadium, momento topico in cui stavano tornando ad aleggiare i fantasmi neanche tanto vecchi del Galatasaray e affini, è stato Morata a sbloccare tutto? Proprio nella serata in cui Pirlo è dovuto uscire, in cui Vidal è rimasto sui suoi livelli stagionali, in cui Tevez rifinisce ma non spacca, in cui Pogba fa alcune giocate ma senza esibire mai in Champions League la stessa strapotenza del Campionato. Ma perché Morata ha nel suo passo e nel suo gioco le stigmate della Champions League. Il Real Madrid gioca il calcio qualitativo e propositivo della Champions League, e Morata lo conosce tutto. Il cerbiatto spagnolo potrà patire le tattiche e i gomiti alti di certi campi della nostra Serie A, ma quando c'è da giocare un calcio ampio sopra l'asticella sul miedo escenico dell'Europa, eccolo. Ed ecco anche perché Antonio Conte aveva identificato in lui il cardine del suo progetto bianconero in Champions League. All'allenatore dei 102 punti l'Italia stava stretta e voleva alzare la testa in Europa. Per questo aveva preso Morata e per questo aveva ragione.

Il calcio italiano si gode, complimenti sinceri, le cinque qualificazioni agli Ottavi di Europa League. Che sono benedette ma che non cambiano uno scenario incrostato da anni. L'Italia arranca in tutte le classifiche di ranking e di ricavi su scala europea. Tranne in una: la classifica dei diritti televisivi. Dopo la Premier League, solo la Serie A. Il Campionato italiano è il secondo in Europa per ricavi da diritti televisivi. Perché secondo voi? Perché nel nostro Campionato ci sono i campioni più grandi e importanti? Evidentemente no. Sarà perché sforniamo un prodotto bello e organizzato, con stadi belli e pieni e con giorni e orari di gara noti a tutti fin dall'inizio della stagione? Ma certo che no. Forse siamo in alto a livello di diritti televisivi perché abbiamo sempre almeno una squadra nelle Semifinali di Champions League? Ebbene, no. La verità, l'unica, è che siamo top come ricavi tv grazie a Sky e Mediaset che investono fior di soldi nel calcio. E lo fanno perché ci sono tanti tifosi appassionati e affamati di calcio in Italia. L'unica via di salvezza per il calcio italiano sono i tifosi. Per i quali nessuno in questo Paese fa mai niente. Fra tornelli, orari strani, colpi bassi, delusioni, tradimenti, l'Italia sta facendo di tutto per deprimerli. Riflettere e cambiare, please.

La frase del presidente Lotito su Carpi e Frosinone è una di quelle frasi che non si possono dire mai, soprattutto se si ha un ruolo e un peso. Perché qui da noi si può togliere tutto ma non il sogno italiano della piccola che batte la grande. Bellissimo, forza Carpi e forza Frosinone. Dopo di che, ci mettiamo a fare i conti. E scopriamo che, Parma oggi e qualcun altro domani, il sistema è davvero al collasso e che al calcio italiano di alto livello mancano ormai tante, troppe, grandi città. I sogni sono belli e cari, ma senza i soldi della benzina per il pullman non resta neppure il tempo di farli. E se non si ricompone il circolo virtuoso delle grandi presidenze e delle grandi città, la pompa di rifornimento dei diritti tv prima o poi si inceppa. Meglio dirselo chiaro, senza troppi inutili giri di parole. A proposito, le presidenze. Visto Manenti e visti altri, di cui per carità di Patria non facciamo il nome ma tanto è tutto chiaro in tv ogni giorno, ma non è proprio possibile fra le istituzioni del nostro calcio dotarsi di un organismo di vigilanza sull'accesso alle presidenze dei Club di Serie A? Non è possibile che, oggi, chiunque possa diventare presidente di una società del massimo campionato italiano. Queste cose poi si pagano. E caro anche.

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