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Milan, ecco perché Ancelotti non può tornare. E quelle fantasie sulla Juve...

Nato a Sassocorvaro il 31 maggio 1939, allievo di Gianni Brera, Severo Boschi, Aldo Bardelli ed Enzo Biagi. Collabora con la Rai come opinionista/editorialista sportivo.
25.05.2014 00.00 di Italo Cucci   articolo letto 36629 volte
© foto di Federico De Luca

Ho letto che il Milan gufava, alla vigilia di Real-Atletico, per riprendersi indietro Ancelotti. Naturalmente perdente. La fantasia degli scribi a volte non ha limiti. Ma più che fantasia direi improntitudine. Come avrebbe potuto tornare al Milan che l'ha liquidato come un peso, un incomodo, uno da rottamare, insieme ai guerrieri rossoneri che hanno fatto diventare mago Berlusconi, anche Galliani, poi condannati a vederlo vincere con il Chelsea, il Paris SG e trionfare con il Real cui ha consegnato la Decima attesa da dodici lunghi anni? Potrebbe tornarci solo per cogliere una dolce e feroce vendetta, ma lui non ha la stoffa del Conte di Montecristo, piuttosto quella dell'emiliano signore di campagna. L'ultima volta che gli ho parlato e gli ho chiesto "Tornerai in Italia?", mi ha risposto: "Sì. A Reggiolo". L'ho visto nascere, il trionfatore della Champions, uno che l'ha vinta cinque volte - due sul campo, tre in panchina, come Bob Paisley con il Liverpool, ma Carlo con due squadre, Milan e Real - e ho come chiuso un percorso di vita professionale: perché quando aveva vent'anni e giocava nel Parma, nel 1979, in Serie B, gli consegnai il Guerin d'Oro e lo feci sedere a un tavolo della Ca' del Liscio di Raul Casadei, luogo della premiazione, insieme a Niels Liedholm. Me l'aveva chiesto il Barone - vincitore come allenatore - e quella sera, fra un brindisi e un applauso, Ancelotti passò alla Roma per iniziare una carriera strepitosa che non avrebbe mai intaccato la sua naturale modestia. Anche nell'Estadio da Luz dove i madridisti cantavano la sua gloria Carlo s'è presentato per ultimo, dopo i "suoi ragazzi", e ha lasciato che la passerella con la Coppa dalle Grandi Orecchie l'aprisse Casillas, farfalliere di turno, e che Cristiano Ronaldo la facesse da re davanti al re vero, Juan Carlos, solo per avere segnato su rigore il 4-1 dell'ingiusta umiliazione inferta all'Atletico del Coraggio. Il trionfo di Ancelotti - che i fantasiosi avevano collocato anche sulla panchina della Juve, dimentichi dell'affronto arrecatogli dal Trio Pastiglia (copyright Fred Buscaglione) che l'aveva fatto cacciare dagli ultras juventini dopo la pioggia di Perugia - punisce e ridicolizza tutti i detrattori del "made in Italy" e i patiti dei "maghi" stranieri. La Juve s'è salvata per un pelo, confermando il triscudettato Antonio Conte già dato dai Fantasiosi come esule, ma non da me che non ho mai dubitato della sua riconferma e l'ho detto guadagnandomi sorrisi di commiserazione. Facciano tesoro dell'esperienza felicissima di Ancelotti, Conte e la Juve: chi ha visto la emozionante partita con l'Atletico del Coraggio e ha vissuto la sofferenza dei blancos sa che non ha vinto il fatturato ma il lavoro scrupoloso del Signore di Campagna capace di trasformare i soliti Galacticos stramilionari in una squadra unita e scaltra - quasi italiana - esaltata da Sergio Ramos, un difensore, prima con il Bayern poi con l'Atletico. Un soprannome nuovo per Carlo? "'E padràn": il padrone, il paròn. Come Nereo Rocco.

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