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  Sì, al centrocampo nerazzurro servono qualità come le sue
  No, non è ha il physique du role per giocare all'Inter
  Sì, pescare tra i migliori giovani italiani è la via giusta
  No, il prezzo chiesto dall'Atalanta è assolutamente fuori mercato
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Editoriale

Milan, la fine di un'era e l'inizio di un'altra. Napoli, caos Gabbiadini: hanno sbagliato tutti. Elezioni C e D: Gravina e Sibilia sono ok

Direttore di Sportitalia e Tuttomercatoweb
14.11.2016 13.31 di Michele Criscitiello  Twitter:    articolo letto 39005 volte
© foto di Daniele Mascolo/PhotoViews

Berlusconi e Galliani hanno riempito la bacheca del Milan di trofei e hanno dominato il mondo riempiendo il cuore dei tifosi rossoneri d'orgoglio. Ma nella vita ci sono i cicli: quelli stupendi sono vincenti e durano a lungo. Quelli senza futuro durano poco e si rivelano ben presto dei bluff. Il ciclo di Moratti all'Inter, rapporto vittoria/prezzo è senza dubbio inferiore alle aspettative di Moratti. Gli Agnelli alla Juventus hanno vinto tutto in Italia ma proprio perché hanno vinto tutto in Patria avrebbero potuto fare di più all'estero. I Sensi a Roma hanno vinto molto meno di quanto hanno investito. Il Milan di Berlusconi, invece, ha vinto tutto, ha speso tanto ma sia in Italia che in Europa ha dato lezioni di calcio. Eppure i cicli finiscono. Finiscono come la vita. Berlusconi ha scritto pagine di storia ma ora passa la mano. In molti elogiano Adriano Galliani e fanno bene perché uno che ottiene questi risultati è giusto che scriva il suo nome sui libri di storia. Finita un'era ne inizia un'altra. Rimpiangere quel Milan non avrebbe senso, anche e soprattutto perché quel Milan non esiste più da 5 anni. Inutile far passare il concetto che questo Milan sia lo stesso dell'era Berlusconi-Galliani. Quel Milan stellare è morto con gli addii di Nesta, Ambrosini, Gattuso, Seedorf e Inzaghi. Negli ultimi anni c'è stato un Milan con tante pezze, di qua e di là, che non avrebbe avuto un senso. Berlusconi ha il grande merito di aver capito quando era giusto passare la mano e fare un passo indietro. Se vogliamo paragonare il Milan del futuro a quello del passato non ne usciamo più. Bisogna prendere in considerazione la realtà dei fatti. Galliani lascia una bacheca piena ma un'organizzazione societaria all'età della pietra. I nuovi investitori che entrano oggi nel Milan non si trovano un'area scouting e neanche un'organizzazione dalla quale ripartire. Il club era basato troppo sulla professionalità del singolo (Galliani) e poco sulla struttura societaria. Sembra strano dirlo perché parliamo del Milan ma era quasi una gestione familiare. I nuovi proprietari si ritroveranno un'area comunicazione di grande prestigio ma dovranno lavorare molto su area marketing, stadio e scouting. Perso Gandini, bisognerà trovare un'altra figura di valore. L'ingresso di Massimo Mirabelli è aria pura per questa società. Mirabelli lavora in modo diametralmente opposto rispetto a Galliani. Viaggia molto e vede dal vivo una quantità industriale di partite, ha un'ottima area scouting e non si circonda di procuratori amici o nemici. Naturalmente chi si aspetta da Mirabelli i colpi a gennaio resterà deluso. In inverno bisognerà mettere mano a questa squadra il meno possibile. 4-5 cessioni, uno massimo due innesti mirati per poi rifondare la squadra la prossima estate. Ma attenzione: il Milan ha bisogno di 2-3 anni di lavoro prima di tornare a grandi livelli. La Juventus di Marotta e Paratici al primo anno ha fatto danni veri, la Roma degli americani non è decollata subito, il Napoli di De Laurentiis al primo anno perse i play off di serie C e l'Inter di Thohir non è mai nata. Solo il lavoro porta ai risultati, non le bacchette magiche. Il calcio è una brutta bestia e Mirabelli è il vero top player della nuova dirigenza rossonera. Dietro molte intuizioni di mercato dell'Inter di Ausilio c'era Mirabelli, oggi dietro molte disfatte di Ausilio ci sono Kia e Ramadani. Se anche il Milan diventerà vittima dei procuratori, allora, per Mirabelli la vita sarà molto breve. Aspettiamo il derby di domenica e godiamocelo fino in fondo.
A Napoli, invece, stanno sbagliando molte cose. Ultima, la gestione di Manolo Gabbiadini. Ci sono più colpevoli: dal suo agente, Silvio Pagliari, che avrebbe dovuto gestirla meglio ed imporsi nell'ultimo anno e mezzo nei confronti del Napoli, tanto era chiaro a tutti che Sarri non puntasse su Manolo. Con le buone o con le cattive (alla Raiola) avrebbe dovuto portarlo via da Napoli, quando le offerte fioccavano da tutta Europa. L'ha gestita male Sarri ma anche Giuntoli. Oggi ti ritrovi senza punte e con un attaccante delegittimato. A gennaio, sicuramente, dovrà andare via ma se prima aveva mercato in Premier e Liga, oggi per Gabbiadini si fanno avanti club italiani che da Pagliari non dovrebbero neanche essere presi in considerazione. L'agente del ragazzo, da mesi, parla sempre la stessa lingua e dimostra di avere le idee chiare; il problema che la sua lingua non è la stessa del Napoli e di questo passo il Napoli brucia un investimento e Gabbiadini compromette la sua carriera. Confidiamo in una rapida soluzione, positiva per tutti.
E' tempo di elezioni. Dopo Trump e prima del Referendum di Renzi, bisognerà passare per i seggi di Lega Pro e serie D. Gravina ha la strada in discesa alle prossime elezioni per la Presidenza di Lega Pro mentre la D passa a Cosimo Sibilia, unico candidato. Su entrambi i nomi sono favorevole. Gravina è arrivato da un anno e cambiarlo sarebbe follia. Ormai è giusto che governi lui e che vada fino in fondo con le sue idee. L'idea del play off allargato non mi piace e neanche la forzatura di portare a 60 i club di serie C. A proposito, aboliamo questa Lega Pro e torniamola a chiamare serie C. Gravina, ti prego. Bene i nomi sulle maglie e le iniziative parallele al campionato. La serie C ha bisogno di credibilità: più controlli sulle partite truccate, abolizione di un girone e di 20 società (molte non arrivano a fine mese e sono inutili in questo panorama) e maggiore visibilità per un campionato che resta ancora troppo di nicchia nonostante grandi piazze come Catania, Foggia, Lecce, Messina, Cremona, Alessandria, Taranto, Livorno e mille altre. In serie D, invece, il compito più arduo per Cosimo Sibilia. Dirigente intelligente e preparato dovrà far uscire la Lega di D dal terrore di Tavecchio. Il Presidente Figc è rimasto legato alla Lega di D ed è una sorta di padre-padrone. Cosentino esce in punta di piedi senza aver fatto nulla durante il suo breve mandato. Sibilia avrà tanto da lavorare ma dovrà essere il Presidente del fare e non del dire. La Lega di D è scomparsa dalle televisioni. Non si vede mezza immagine delle partite di D, eppure anche qui ci sono piazze come Varese, Monza, Triestina, Viareggio, Chieti, Cavese, Torres e L'Aquila. La D deve essere considerata la vecchia C2 e non più un campionato di dilettanti. E' assurdo che con tanti giovani in giro e i tanti da impiegare per regolamento (quest'anno devono esserci tra i titolari un '96, due '97 e un '98) sia vietato il prestito da squadre professionistiche a società di D. Un giocatore giovane non rescinderà mai il contratto con l'Inter per andare a fare esperienza in D. Invece in molti casi servirebbe a tutti questo prestito: all'Inter di turno, al ragazzo e al club di D. I giovani crescono prima e meglio giocando tra i grandi in D che nei campionati Primavera o di settore giovanile dove il tasso è molto meno elevato. Un'altra eresia è la sessione di mercato diversa: in D si apre a dicembre mentre tra i professionisti a gennaio. Se io cedo un giocatore in D rimango con il ruolo scoperto e devo aspettare il mese successivo se voglio rinforzarmi con un calciatore proveniente casomai dalla C dove non sta giocando. Per non parlare di un regolamento ancora poco chiaro quando siamo arrivati all'undicesima giornata. Cosimo Sibilia dovrà rivoluzionare la Lega di D e dovrà agire al più presto. Lui ha le competenze per farlo. Anche qui 9 gironi sono tanti e i soldi per arrivare a fine anno non ci sono quasi per nessuno, considerato che la cassa della Lega di D è aperta alle entrate ma è blindata per le uscite. Se Sibilia vorrà potrà fare un grande lavoro anche perché da dove partirà partirà c'è un mucchio di cose da risolvere.

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