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Milan, la tela di Cerci. Rabbia Juve per Conte: attenta Inter. Mancini: lo stesso 2-2 di Mazzarri. Mancio: il suo vantaggio sul mercato. Garcia: è stato Juve-Roma anche all'Olimpico

27.12.2014 00.00 di Mauro Suma   articolo letto 62329 volte

Le tifoserie sono già schierate. Chi spera in un Bonaventura-2 La Vendetta e chi in un Suazo sempre 2 e sempre la vendetta. In questi casi, quando ci sono animi da derby surriscaldati in campo, l'unica cosa da fare è attenersi ai fatti. Ci sono quattro parti in causa, per tre delle quali è già tutto risolto e concordato. Ovvero Atletico Madrid, Milan e Torres. La quarta è lui, Alessio Cerci. La sua pendenza definiamola di carattere psicologico è con l'Atletico. Vuole un futuro chiaro e delineato. Il tema di Alessio Cerci non appare il si o il no al Milan, ma la formula del trasferimento. Sulla quale però, per l'ingegneria dell'operazione che non coinvolge solo lui, non possono esserci deroghe nemmeno verso altri Club. Milan e Atletico sono già in possesso delle reciproche autorizzazioni a far allenare a maglie invertite i due giocatori prima della stipula definitiva degli accordi. Il Milan non dà le cose per fatte ma per ben avviate. Se come sembra dovesse andare tutto in porto, la vicenda Torres insegna. Se sul campo la scelta non ha pagato come nei casi di Diego Lopez, Bonaventura, Alex e Menez, sulla scena del mercato anche la stessa operazione estiva con il Chelsea dimostra che se resti con le trattative nell'alveo dei grandi giocatori, male che vada passi da un giocatore importante ad un altro. E per chi ha chiuso l'anno solare a due punti dal terzo posto, non al nono (ahi ahi brutta cosa l'isterismo), e ha la dolce ossessione sportiva del ritorno in Champions League, tutto questo è fondamentale.

Ha fatto impressione, durante la serie dei rigori di Doha, la tensione di Marotta, Nedved e Paratici. La stessa esultanza senza freni di Andrea Agnelli nel momento in cui sembrava fatta per la Juventus, dopo uno dei rigori falliti dal Napoli. Domanda lecita. Ma come? Con tutto quello che hanno vinto negli anni scorsi, con gli Ottavi di Champions in tasca e il titolo d'inverno 2015 ormai vicinissimo, perché così nervosi per una Supercoppa? Un titolo rispettabile, ma pur sempre una Supercoppa dell'Italietta…I fondali del calcio rispondono: ci tenevano a vincere subito un trofeo perché sarebbe stato il primo del dopo Conte. Il Ct azzurro, gli stage, la gestione dei giocatori juventini: tutti nervi scoperti. E a Doha si è visto. La Juventus coltiverà la sua "stizza" per tutta la sosta natalizia. Fino al 6 Gennaio: Juventus-Inter allo Juventus Stadium…

Non è questione di tifo, credete. Ma di cronaca. L'Inter di Mancini contro la Lazio ha fatto la stessa partita che aveva fatto l'Inter di Mazzarri contro il Napoli. Stesso stadio, stesso punteggio, stessa gara a strappi, vissuta più sul filo dei nervi che su quello del gioco. Roberto Mancini ha fatto 5 punti in 5 partite. Non esattamente una marcia trionfale. Sia ben chiaro: sta lavorando bene e si colgono i suoi tentativi di migliorare proposta di gioco e mentalità. Ma la squadra è quella e con la squadra che c'è Mancini sta facendo più o meno le stesse cose del suo predecessore.

Ma Roberto Mancini ha un vantaggio. Ha carta bianca sul mercato. Non in termini economici. Ma sul piano tecnico. Se lui decide che quel giocatore è da comprare e l'operazione, a livello strutturale ed economico si può fare, si fa. In base alle garanzie che ha chiesto il tecnico al momento di accettare l'incarico e in base alle varie triangolazioni dei delicati equilibri Thohir-Moratti, si fa quello che dice il Mancio. Non c'è un livello superiore che negozia con lui la scelta tecnica. E questo rende più snelle le cose in casa nerazzurra rispetto ad un mercato, quello di Gennaio, che, con l'equilibrio che c'è in giro, può anche fare la differenza per il terzo posto.

Roma-Milan è stata in parte la nemesi di Juve-Roma. Assodato che il rigore di De Jong c'era, ma era molto difficile da vedere in presa diretta perché la sua mano era molto vicina alla spalla di Gervinho, è quello che è accaduto nel secondo tempo che ha colpito. Con il Milan che nei primi 25 minuti della ripresa faceva la partita e tirava in porta (tre volte, con Poli, Menez e soprattutto Bonaventura) in assoluta solitudine e controllo, ecco che dall'ascella della partita sbucava il coniglio dell'espulsione di Armero. Pallone tiratogli sul braccio da Keita, reduce da quattro interventi fallosi da dietro bellamente ignorati uno in fila all'altro. Il punto è che l'arbitro Rizzoli, di suo, questa è stata la sensazione, non aveva maturato la decisione di estrarre il secondo giallo per il colombiano rossonero. Un po' come Rocchi a Torino sul primo rigore successivo all'intervento di Maicon. Poi però un po' lo stadio, un po' il capannello, un po', forse, la segnalazione dell'addizionale, ecco che il secondo giallo arriva. Ricorda nulla caro De Sanctis e cari amici giallorossi? Buone Feste.

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