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Editoriale

Milan: le parole di Silvio e quello che c'è sotto. Inter: il guaio di Pioli e la "sindrome Gresko". Juve: Allegri presenta la "mossa europea". Napoli: 2 cose su Sarri. E l'Atalanta...

22.11.2016 07.35 di Fabrizio Biasin  Twitter:   articolo letto 60276 volte
© foto di Alessio Alaimo

Eccoci.

"Che vita di merda" cantava qualche anno fa nel brano "Alfonso" una strepitosa Levante, cantautrice con i fiocchi.

Questo è l'incipit di almeno altri 3 o 4 editoriali negli ultimi dieci anni, segno che a volte c'è qualcosa di peggio della pausa per la Nazionale: la rottura di maroni causata dalla mancanza di tempo. Non so se vi capita, a me sì.

Oggi, per dire, non c'è mica troppo tempo, per cui daremo vita al primo editoriale lampo della storia a capitoletti, definiamoli, "twittati".

Capitolo 1: Milan.

Tweet: "Dopo le parole di Berlusconi, i recenti e reiterati saluti di Galliani hanno lo stesso valore dei tronisti che "Maria, lascio lo studio".

Parliamo di Milan, magari non del derby che tanto sapete già tutto. A guardar bene sapete tutto anche del pre e post gara: Berlusconi arriva allo stadio, si gode la giusta celebrazione della curva, sentenzia a tarda notte: "Resto da presidente solo con poteri decisionali su mercato e scelte tattiche". E magari con Galliani. Come se l'omaggio della Curva Sud, che doveva suonare come un "grazie e arrivederci", in realtà avesse riattizzato le voglie di pallone del presidente.

Non è affatto così, ma la sensazione è che a pochi giorni dal famigerato closing ci sia ancora chi lavora "sottotraccia". L'1 novembre scorso, proprio in uno di questi mionchioneschi editoriali, scrissi così:

"Dalle chiacchiere alle frecciate, sono risuonate assai forti le parole di Galliani ("O amministratore delegato o niente"). C'è chi sostiene che in seno al Milan sia in corso una nuova guerra intestina tra lo storico dirigente e il gruppo di lavoro guidato da Fassone, pronto a subentrare. Quella dell'attuale amministratore delegato non sarebbe solo una considerazione legittima (dopo 30 anni non avrebbe alcun senso cambiargli ruolo), ma la volontà di convincere la futura proprietà a mantenere lo status quo ai danni dello stesso Fassone".

Com'è come non è, le dichiarazioni dell'altra notte hanno donato un altro sapore ai saluti di commiato di Galliani, che ora appaiono meno "rassegnati".

Ora, ben sapendo che l'ibrido "Gallione" (il famoso "mostro mitologico" metà Galliani e metà Fassone) mai potrà prendere possesso di via Rossi, i casi sono 2:

1) Si va avanti con il piano cinese e Fassone fa il suo mestiere (l'amministratore unico, come da contratto).

2) Il Berlusca convince i cinesi e praticamente cambia nulla.

Possono i nuovi investitori accettare una situazione secondo cui il mercato lo fanno Berlusconi e Galliani, la tattica Berlusconi e Galliani, ma i soldi li mettono gli ipotetici "Pechinoni" e "Shangani"? No, non possono.

Ecco perché, l'uscita dell'altro ieri non fa altro che intorbidire ulteriormente una situazione già poco limpida.

Le due nature rossonere (quella "pro-cinesi" e quella "pro-status quo") continuano a combattere virtualmente a suon di annunci e dichiarazioni, il dato di fatto è che il fatidico "13 dicembre" metterà una pietra su quanto sta accadendo: il closing significherebbe "via alla nuova era con i cinesi, Fassone, Mirabelli e il famoso ex rossonero", un nuovo slittamento alimenterebbe il partito di quelli che "ci stanno prendendo per il popò" e azzererebbe le speranze di vedere arrivare a gennaio quei rinforzi indispensabili per inseguire il sogno Champions.

Di sicuro sappiamo due cose: Fininvest sta organizzando la - definiamola - "cerimonia del 13 dicembre", segno che o sono tutti parte di una clamorosa messinscena o effettivamente qualcosa di concreto bolle in pentola. La seconda è che evidentemente c'è chi spera/sa che la firma non è così prossima e la "nuova era" ancora è lontana.

In chiusura il punto di vista "del giornalista all'arrembaggio". Molti dicono di sapere e si sbilanciano: chi da una parte, chi dall'altra. La conclusione è che, forse, "la certezza è l'incertezza" e meglio sarebbe fare un passo indietro. Il sottoscritto - che non ha parenti cinesi e men che meno ad Arcore - dopo lunga e spericolata ricerca preferisce osservare. Se legittimamente volete certezze, affidatevi a chi - buon per lui - ne ha.

Capitolo 2: Inter.

Tweet: "Non c'è niente da dire: uno dei pochi schemi che funziona in questo maledetto 2016 è "Handanovic in area".

L'Inter ha scelto di non avere tempo. O almeno così pare a me.

Pioli a bocce ferme prende parola e dice cose assolutamente condivisibili: "Sono contento, la squadra c'è, ecc ecc". Ha ragione da vendere. Il problema non è lui, arrivato da pochi giorni, semmai il fatto che "anche lui" dopo De Boer, ha bisogno di tempo. Colpa di una situazione che si è incancrenita la scorsa estate, colpa di una stagione partita per tutti a luglio, ma per l'Inter solo a fine agosto.

Per questo diventa difficile ragionare su una squadra che ha grosso potenziale, ma deve tutte le volte adattarsi a chi la gestisce (e viceversa). Domenica, a fine primo tempo, i twittatori seriali come il sottoscritto cercavano appigli per criticare questo e quell'altro. Ebbene, non ce n'erano. L'Inter ha disputato un buon primo tempo, è inciampata nei vecchi difetti, infine è fisicamente calata nel secondo tempo come è capitato più volte in questo 2016.

Sarà la preparazione, sarà quel che volete, il dato di fatto è che a quasi metà del guado si è perso molto terreno e ancora non si capisce di chi sia la colpa principale (della società? Probabile).

Poi, certo, tocca parlare dei singoli. Ansaldi ha contratto il "morbo Gresko " che colpisce tutti i terzini che "prima erano bravi ma all'Inter invece no". Questa brutta malattia ha colpito praticamente tutti gli esterni post Roberto Carlos, eccezion fatta per Maicon (Santo Subito) e per Jonathan, le cui prestazioni non sono giudicabili in quanto "divino".

Kondogbia, invece, è un atto di coraggio di Pioli nell'ottica dell' "ho bisogno di tutti". Il francese è stato finalmente messo di fronte alle sue responsabilità e seppur con qualche difetto già mostruosamente palesato (spesso un tocco di troppo e una falcata "pesante") ha toccato un'infinità di palloni, recuperandone altrettanti e perdendone altri ancora. Kondogbia è evidentemente un giocatore che ha bisogno di essere "supportato" soprattutto psicologicamente per rendere e in questo Pioli sembra essere partito con il piede giusto.
Tocca parlare anche di Miranda, beffato dal guizzo dell'indemoniato Suso, ultimo episodio di un periodo difficile. Anche in questo caso, però, la mano di Pioli è vista: l'arretramento di Medel è sembrato il modo migliore per ridare confidenza e sicurezza al brasiliano e a tutto il reparto. Non ce ne voglia il buon Murillo, ma finché il cileno è rimasto in campo la difesa dell'Inter è parsa rinvigorita.

Scusate. Vi devo clamorosamente salutare perché sono in clamoroso ritardo. Sono imperdonabile, ma siccome "non vendo merda, ma solide realtà" vi lascio a due fidatissimi collaboratori, i più che validi Francesco Perugini (@fperuginipz) e Claudio Savelli (@pensavopiovesse), che vi diranno il cazzo che gli pare a loro. In chiusura invece troverete altre quattro balle dedicate al buon Donnarumma e pubblicate sul "solito" Sensodelgol. (Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol)

Alla Juve padrona del campionato è servito far esordire un 2000 per creare un po' di discussione attorno ai bianconeri, dominatori contro il Pescara anche con le seconde linee. Anche qui i partiti sono due: c'è chi applaude all'impiego dei giovani e chi vede nell'operazione-Kean l'ennesima manovra occulta di Mino Raiola. Di sicuro, tra Donnarumma e il baby attaccante juventino, il procuratore italo-olandese potrà vivere di rendita per altri vent'anni. Ma stasera la Signora va in campo a Siviglia senza Higuain per provare a centrare il primo posto del girone: lasciate perdere chi dice che "si può anche arrivare secondi", perché questo non è un atteggiamento da Juve. Allegri dovrebbe puntare sul 4-3-3 con Mandzukic, Cuadrado e Alex Sandro oppure Kean. E se all'esordio in campionato seguisse quello europeo, scatterebbe subito il balletto delle valutazioni: "80 milioni", "no, 100 milioni", "vale la Gioconda e un pezzo di Colosseo". Magari il tridente potrebbe rivelarsi anche il famoso "modulo Champions" che da tempo molti reclamano, ma il compito più pesante per l'allenatore bianconero, più che nella scelta della formazione, sarà quello di trovare le molle giuste per svegliare una squadra che in campionato rischia - per colpe altrui - di perdere l'abitudine a lottare.

Il Napoli continua ad affidarsi al "gioco" collettivo, ormai una sicurezza firmata Sarri, e vincendo a Udine è tornato a due punti dal 2° posto. Alla cooperativa del gol si è finalmente iscritto anche Insigne dopo un digiuno di 223 giorni, che con una doppietta ha portato a 23 i gol segnati dalla squadra partenopea in campionato, uno solo in meno della scorsa stagione dopo 13 giornate. Un dato significativo considerando la partenza di Higuain e l'infortunio di Milik che certifica la bontà del lavoro del tecnico, per una squadra che davvero gioca a memoria e che mercoledì al San Paolo non potrà sbagliare il match point per la qualificazione agli ottavi di Champions contro la Dinamo Kiev.

La Roma esce sconfitta in casa di un'Atalanta senza limiti. Un amico di Bergamo ci ha confessato di non aver avuto il coraggio di guardare la classifica dopo la vittoria. Dice che soffermarsi sulla casella "punti", dove brilla il numero "25", potrebbe portare sfiga. Noi gli suggeriamo di godersi il momento, perché l'Atalanta merita di stare lassù e Gasperini di raccogliere i frutti del suo maniacale lavoro anche lontano da Genova. Gli indizi sono ormai prove: sette vittorie e un pareggio nelle ultime otto partite; Napoli, Inter e Roma battute; venticinque punti dopo 13 giornate, record in A nella storia del club. Numeri, ma anche uomini come Caldara (terzo gol stagionale), Kessiè (5 reti, e la naturalezza dal dischetto per un match point agli sgoccioli contro la Roma), Gagliardini, Conti, Petagna, che sono il manifesto di un calcio che si può costruire partendo dai ragazzi del vivaio. L'Atalanta sta dimostrando che la gioventù può essere il cuore di una squadra vincente e non solo un contorno.

Per la Dea, la sconfitta casalinga contro il Palermo (del 21 settembre scorso) fu il punto più basso da cui obbligatoriamente ripartire. Paradossalmente, i rosanero da quel giorno sono crollati, intraprendendo un percorso inverso rispetto ai nerazzurri. All'indomani della sconfitta contro il Bologna si sono susseguite le voci di un esonero per De Zerbi, ma dopo un incontro in società si è deciso di continuare insieme. O per lo meno di provarci. In fondo, il Palermo è in piena corsa salvezza, complici le difficoltà delle concorrenti, Crotone, Pescara ed Empoli. Zamparini è stato coraggioso nella scelta di De Zerbi e l'errore più grande sarebbe ora privare il tecnico da lui scelto della possibilità di applicare un'idea di calcio deliziosa, per la quale è necessario tempo. I tifosi del Foggia, che il calcio di De Zerbi l'hanno visto nella sua massima espressione, certamente consiglierebbero a Zamparini di credere fino in fondo, per una volta, nel suo allenatore.

Perché poi a furia di crederci, i talenti sbocciano. Come quelli di Bernardeschi e Belotti, i simboli della nuova Italia, giovane, frizzante, positiva. Il trequartista della Fiorentina è finalmente "il trequartista della Fiorentina", a certificare che il nuovo ruolo, più vicino alla porta avversaria, gli permette di pensare in verticale, provare la giocata decisiva e tirare, dunque di incidere e decidere. Non sono un caso le 6 reti in campionato, quattro delle quali nelle ultime cinque presenze lontano dalla "prigionia" in fascia, tanti quanti nelle precedenti 47 partite in A. Belotti, invece, con la doppietta al Crotone raggiunge Icardi e Dzeko a quota 10 gol nella classifica marcatori. Di destro, di sinistro, di testa, il Gallo segna in tutti i modi ed è il certificato di un attaccante già completo nonostante i 23 anni ancora da compiere e una vita intera davanti per scrivere la storia del Torino (mercato permettendo) e dell'Italia.

Abbiamo concluso.

Se proprio non ne avete abbastanza, come anticipato, vi lasciamo alla "Lettera non richiesta ai genitori di Donnarumma". Alla prossima.

Buonasera genitori di Donnarumma,

noi non vi si conosce.

Non sappiamo neppure il vostro nome, ma a naso crediamo siate parecchio alti. Tipo giraffe, per dire.

Se invece non siete alti ma l'idraulico sì, allora consigliamo al signor Donnarumma di farsi delle domande.

Ma non divaghiamo.

Cari genitori di Donnarumma, immaginiamo che la vostra reazione possa essere "cazzo volete?". Comprensibile.

Il fatto è che non possiamo ancora rivolgerci al buon Gigione, figlio fenomeno ancora minorenne.

O meglio, potremmo, ché a 17 anni non si è mica scemi, ma la legge dice che è meglio se parliamo con voi.

Signori Donnarumma, idraulico, tutti voi coinvolti: capiamoci un attimo. Siete certi di quello che state facendo?

Siete sicuri che il buon Raiola sia la scelta giusta? Cioè, Raiola.

Per carità, grazie a Minone avrete grano a strafottere da oggi all'eternità ma, fidatevi, con cotanto figlio potrete mangiare aragosta fino al camposanto anche senza i servigi dell'ex pizzettaro.

Come dite? A voi interessa solo la felicità del piccino e per nulla il vil danaro? Stiamo esagerando? Allora vedete che ragionate come noi? Evitate che vostro figlio venga associato a frasi come "è come Maradona e Pelé!" o "ha già un valore inestimabile!". E che cazzo è, una cassapanca del '700? Un boccione di vino raro da far valutare ai ciccioni di Affari di Famiglia? Porca zozza, stiamo parlando di un ragazzo di 17 anni o di un quarto di bue?

Genitori di Donnarumma, state attenti, perché al momento i fatti dicono che Raiolone sta solo facendo il suo mestiere e nessuno gli contesterà mai nulla, ma alla prima cazzata di vostro figlio, invece, verranno a rompere l'anima a voi, quelli che "l'hanno messo nelle mani di quello là, gli hanno montato la testa".

Direte "eh, ma Scuffet a fare il bravo ragazzo ci ha rimesso i soldi dell'Atletico Madrid e ora non se lo fila nessuno". Sarà anche vero ma:

1) Scuffet non è morto, ha 20 anni e tutto il tempo per fare la sua beata carriera.

2) Non c'è alcun dubbio che vostro figlio sarà titolare in qualunque squadra da qui alle prossime due ere geologiche.

Genitori di Donnarumma, capiamoci: qui non è una questione di Milan o Juventus o Barcellona o Plutonia, né una merdosa faccenda di mercato. Qui il discorso è che vostro figlio è con "i grandi" da un anno e chi lo gestisce sembra che stia esibendo una vacca grassa alla fiera delle vacche grasse.

Potete fare tre cose, Genitori di Donnarumma:

1) Un cazzo di niente. Se tutto va come deve andare vostro figlio guadagnerà un botto, voi sarete felici, Raiola anche e buonanotte ai moralisti.

2) Potete chiedere a Raiola di fare meno "il Raiola", di spegnere i riflettori, di evitare sparate attizza-folle tipo "tutto può accadere". Capite bene che è come chiedere a Malgioglio di passare dal gelato al cioccolato a quello al pistacchio.

3) Potete imporvi e fare "papà e mamma". Quelli che sanno di avere un "tesoro" di figlio, ma che alla pioggia di milioni (che - ripetiamo - arriverà lo stesso) antepongono il buonsenso e un modo di fare più "normale", senza troppe inutili baracconate.

Bene.

Siamo infine certi che prevarrà il punto 1): vostro figlio guadagnerà un botto, Minone pure e tanti saluti ai facili moralisti che del calcio moderno non hanno capito una favella e sprecano tempo con queste lettere che solo a pensare di scriverle hai già perso troppo tempo.

E "il tempo è denaro".

E "il denaro è tutto".

E "Donnarumma è come la Gioconda".

E "Pogba è come un Picasso".

E "Ibra è come la Torre Eiffel".

E "50 milioni di qua, e 100 milioni di là, e ha un valore inestimabile".

E "il rinnovo del contratto". E "il prolungamento".

E "la clausola". E "la fetta che mi compete per la cessione. Ed eventualmente per la recompra".

E "sono sempre stato tifoso di questo club" ma "tutto può accadere".

Che due maroni.

Il calcio è la cosa più bella del mondo, ma ce la stanno mettendo tutta per farci passare la voglia.


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