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Editoriale

Milan, le ragioni di chi vede oltre gli interessi (e due novità: i cinesi e uno "strano" attaccante). Inter: la certezza sul futuro di Mancini (e sul mercato...).Juve, ecco chi è il post Morata. Roma, occhio a Euro-Totti. Ode a Ranieri, a modo nostro

03.05.2016 07.43 di Fabrizio Biasin  Twitter:   articolo letto 69146 volte
© foto di Alessio Alaimo

Altro che campionato e quisquilie varie: è iniziata la grande stagione dei matrimoni. Fatevene una ragione: vi toccherà presenziare, testimoniare, accompagnare; ai più sfortunati toccherà persino sposarsi e dire "finché morte non ci separi". Insomma, non date retta a quello che dice l'Istat, in Italia ci si sposa in quantità industriale con gli annessi e connessi del caso. Il sottoscritto, per intenderci, questo fine settimana è stato a un matrimonio (w gli sposi!) ed è qui per aiutarvi.
Ecco le dieci cose alle quali vi toccherà assistere nel sacro giorno, prendete le vostre precauzioni.

1) In tutti i matrimoni ci sono due categorie di invitati: i maschi che se ne sbattono di come son vestiti e vogliono solo bere molto, le femmine che avranno sempre da ridire sull'abito delle altre femmine, ma mai sul loro, che è nettamente il più bello. Se siete accompagnati e la vostra dolce metà vi dirà "come sto? Meglio o peggio delle altre?" rispondetele "quali altre? Anche il prete ha occhi solo per te". In questo modo potrete rapidamente tornare a bere.

2) Ai matrimoni lo schema mangereccio è più o meno sempre lo stesso: gran aperitivo reale con antipasto a buffet, bruschette ai tre sapori, tartine, arancine galattiche, isole gastronomiche, angoli dei formaggi, cazzi vari al vassoio, vini rossi, bianchi, bollicine, persino acqua. Quindi al tavolo: carboidrato di primo, proteina con stracontorno di secondo, altro vino. Poi di nuovo in piedi: giro totale di dolci, caffè, ammazzacaffè, superalcolici, torta nuziale. La gran parte degli invitati toppa clamorosamente la gestione dello sforzo e colto dalla fame chimica post-cerimonia si avventa sui pani all'ingresso. State attenti ai pani all'ingresso, molto spesso sono lì per bellezza e fate la figura di merda ("mi scusi ma con tutto il bendiddio che c'è mi mangia i pani all'ingresso?").

3) L'isola dei confetti è un mistero ancora irrisolto. Tutti fingono indifferenza ma, a torta nuziale mangiata, misteriosamente giovani e vecchi si avvicinano fingendo indifferenza: "Assaggerò un confetto ma solo per golosità...". In realtà quasi tutti torneranno a casa con sacchi disumani di confetti nascosti in borsette mignon destinate ad assumere forme confettoidali.

4) Avete presente la leggenda delle amiche della sposa che ai matrimoni sono più disponibili a fare biru-biru con gli amici dello sposo perché ritengono il matrimonio "zona franca dove non rischi di passare per baldracca?". Ecco, non è una leggenda. Approfittatene.

5) Al termine del taglio della torta alcune vecchie sagge e consce della loro età si levano dai maroni, altre ultracentenarie al grido di "voglio fare quattro salti nella zona della discoteca!" improvvisano balli osceni. Non raro il fatto di assistere a rotture di femori, cedimenti strutturali, decessi. In particolari casi, alcuni amici dello sposo di bocca molto buona "portano a casa" vecchie per non rischiare di non aver niente da raccontare il giorno dopo agli amici. ("Ti sei fatto qualcuno al matrimonio?". "Ehm, sì, una tizia". "Ah sì, è com'era?". "Un tipo...". "Ueilla che madrillone! La rivedrai?". "Sì, domani al suo funerale".

6) Tutti attendono il momento della funzione dove "chi ha da dire qualcosa parli ora o taccia per sempre" per blaterare cose sottovoce assai scherzose tipo "Prete quanto paghi di Imu con 'sta chiesa che ti ritrovi?". Ebbene, il momento "chi ha da dire qualcosa..." non esiste.

7) Nessuna sposa sa lanciare il bouquet. Al momento del lancio del bouquet la più disperata si metterà davanti e prenderà il bouquet. Quindi si girerà e dirà "ooooohhh noooo, proprio iooooo, non me lo aspettavoooo". In realtà aveva studiato la traiettoria del lancio mesi prima al Cern.

8) Se il Comune dove è organizzato il banchetto è assai bisognoso di denari, quasi certamente metterà una volante a rastrellare patenti fuori dal ristorante. Tu gli dirai "ma ero al matrimonio! Ho bevuto qualcosina, sia umano". Il gendarme risponderà: "Al posto del cambio ha una bottiglia di Unicum, si vergogni".

9) Tutti si avvicinano al corner dei sigari fingendo di essere grandi esperti ("ora mi faccio un cubano"). La "maschera" generalmente cade quando si viene sorpresi nel tentativo di accendere tocchi di cioccolato fondente 99% Jamaica.

10) I tavoli sono genericamente da dieci. Raramente a un matrimonio conosci tutti gli altri nove. Evita battute, eccessi di gioia, brindisi improvvisati, soprattutto confidenze. "Minchia oh, la testimone bella faccia da maiala". "È mia sorella". "Ah, ma io intendevo quella di lato, il milfone con sguardo da baldracca". "È mia madre".
Buon matrimonio a tutti.
E veniamo al calcio.
Le ragioni dell'avvocato Giuseppe La Scala - rappresentante dei Piccoli Azionisti Milan, attualmente a rischio querela - dicono molto di quello che sta accadendo in questi anni nelle stanze dei bottoni rossonere. Il lucido (e colorito, per carità) monologo di La Scala a proposito dei guai del Milan deve aver sorpreso la dirigenza del diavolo, probabilmente salda nel convincimento che il luogo comune "tifoso di calcio = entità poco avvezza a comprendere elementari questioni di carattere gestionale" fosse verità assoluta e indiscutibile, associabile ad altri postulati che quotidianamente prendiamo per buoni (esempio: mangio la peperonata, ergo avrò una digestione assai complicata).
La "peperonata" di La Scala a guardar bene era cucinata a dovere: leggera, poco unta, digeribilissima. La cosa deve aver spiazzato coloro che erano chiamati a dare risposte ai cosiddetti Piccoli Azionisti - che piccoli sono ma hanno grossa incazzatura - e, infatti, messa di fronte al bivio, la società ha scelto la via di fuga più comoda: poche righe prematurate, con tarapia tapioca, come se fosse Antani.
La "risposta-non risposta" dice molto del momento di confusione (che da "momento" si sta trasformando in piccola "era geologica"): non diciamo che sarebbe stato saggio fare ammenda sulla pubblica piazza (quella di Casa Milan che è ampia come Piazza Duomo, eppure è poco frequentata persino dai piccioni), ma forse sarebbe convenuto tentare una mediazione del tipo "ok, su alcune cose avete torto, su altre ragione: discutiamone". In soldoni si poteva cercare di reimpostare un rapporto di qualche genere con la tifoseria - oggi decisamente imbufalita - e invece si è scelto di farla incazzare del tutto.
Stupisce in effetti come in tempi difficili si decida non di dialogare con i propri sostenitori (cosa in cui la società Milan in passato era maestra) ma al contrario si opti per il "muro contro muro", per la risposta elementare e affatto esaustiva. In altri casi si preferisce addirittura "non farsi trovare", atteggiamento che certifica un senso di colpa latente con annessa paura di finire nell'occhio del ciclone. La Scala e quelli come lui (ce ne sono tanti, tutti innamorati del Milan oltre la logica della vittoria a ogni costo) finiscono quindi a rappresentare il paradosso di una società che non solo preferisce non farsi aiutare da chi ha le idee chiare, ma allontana codesti signori con la supponenza di chi non ha tempo da perdere. Scelta saggia? Io non credo.
In ogni caso siamo alla 34324esima puntata di una telenovela che ha stancato interessati e osservatori esterni e, quindi, forse ha senso cercare altre vie. Ecco perché in queste ultime righe dedicate ai rossoneri eviteremo di parlar di Brocchi, ovvero del tecnico condannato a impostare la squadra come se tra le mani avesse la rosa del Barcellona, ma andremo più sul concreto.
Sul mercato, per dire. Ormai ogni settimana il sottoscritto domanda: si muove qualcosa a livello di mercato? Qualcuno sta pensando alla squadra 2016-2017? Fonti spagnole ci fanno sapere che sì, il Milan punta all'attaccante del Celta Vigo, Nolito, 11 gol quest'anno nella Liga, 18 milioni di clausola rescissoria. Non sappiamo se la notizia sia vera oppure no, sappiamo solo che il ragazzo ha 30 anni e una mediocre carriera da mestierante. Come dire: meglio lasciar perdere.
Altre voci di mercato? Nessuna, anzi una sì: Montolivo è a un passo dal rinnovo triennale. E un'altra: Balotelli dovrebbe restare in rossonero e ieri si è comportato bene perché "ha chiamato per scusarsi del rigore fallito con il Frosinone. Il ragazzo è cambiato". È cambiato sì: un tempo faceva gol, ora non li fa più. A proposito di Mario, i beninformati dicono che non sia chiaro quale sia l'accordo tra Milan e Liverpool, altri sono certi che invece sia tutto già stabilito: il ragazzo resterà per non dispiacere a Raiola che lo ha riportato a Milano e a suo tempo ha strappato la promessa al club rossonero. Trattasi di sciagurata toppa messa dopo il mancato arrivo di Ibra? Lo scopriremo solo vivendo.
E "solo vivendo" scopriremo anche come andrà a finire la "questione cinese". Diventa difficile proporre una visione delle cose che sia credibile, tutti si fidano delle proprie fonti e rischiano clamorosi inciampi. Il sottoscritto, per dire, aveva avuto rassicurazioni di una firma praticamente già apposta sul preliminare di cessione della maggioranza. A una settimana da quella voce se ne sono sommate altre 32343 e siamo punto e a capo. Sappiamo di per certo che un accordo tra Fininvest e "I cinesi" (quelli di Evergrande sono i più caldi al momento) per una cifra vicina ai 750 milioni è stata trovata, sappiamo anche che però la parola finale spetta a Silvio Berlusconi con tutti gli annessi e connessi del caso.
Nel frattempo domenica San Siro fischiava, il Milan faticava, Brocchi piangeva, e a vedere la Lazio che asfaltava l'Inter c'erano più allenatori del Diavolo che tifosi dei biancocelesti.
Così, tra le alte cose, hanno scritto i piccoli azionisti: "Proponiamo che nel cda del Milan vengano introdotti i signori Maldini, Seedorf, Boban, Rivera, Albertini". Una società sana, saggia e disinteressata, leggendo questa proposta avrebbe dovuto dire "grande idea, magari non tutti, ma uno lo riportiamo a casa. Sai mai che riesca a darci una mano", e invece il tremendo sospetto è che abbiano lucidamente pensato "oh cazzo, qui ci vogliono far fuori tutti". O, ancora peggio, che si siano fatti una risata.
Per dirla alla Grignani, all'Inter i problemi sono "uguali e diversi". C'è tutta una menata societaria che è assai simile a quella di settimana scorsa e quindi è poco utile tornare a sviscerare: i guai di bilancio sono noti e non indifferenti. Thohir - archiviato il sogno Champions - sarà costretto a far partire il cosiddetto "piano B", quello del mercato auto-finanziato, dei pochi colpi in uscita che dovranno sostenere i pochi colpi in entrata. Il noto "partner cinese" magari porterà anche dei quattrini, ma non certo per buttarli su questo o quel giocatore. La logica è quella dell'azienda "in perdita" che tenta di tappare la falla e in contemporanea prova ad aumentare il livello di competitività della squadra. Non è facile, ma neppure impossibile.
Diverso il discorso legato alla panchina. Se sull'altra sponda del Naviglio è assolutamente inutile andare a fare le pulci a un tecnico neofita, mandato a combattere contro i Mulini a Vento, da questa parte non si può far finta che non sia successo niente. L'Inter chiuderà presumibilmente il campionato al quarto posto, ovvero una posizione sotto l'obiettivo stagionale. Poco? No, tantissimo. Roberto Mancini aveva il compito di portare la squadra in Champions League, aveva annunciato che questa era la sua missione e, quindi, ora è il primo a sapere di aver tradito le aspettative.
Badate bene: questo - almeno per chi scrive - non significa che debba farsi da parte, anzi. I risultati si ottengono solo con la continuità, facendo un passo in avanti alla volta, quindi non avrebbe senso ripartire da zero e comunque la società non potrebbe permetterselo (l'ingaggio da 4.5 milioni, ovvero 9 al lordo fino a giugno 2017, chiarisce da solo il concetto). Il fatto che si debba ripartire da Mancini, però, non significa che si debba negare l'evidenza: il tecnico se la prende con i suoi giocatori che "segnano poco", "sbagliano troppo", "sono scesi in campo già in vacanza" e "hanno limiti tecnici e con quelli non vai da nessuna parte". Tutto vero, tutto giusto, tutto sottoscrivibile, ma a patto che anche il tecnico decida di assumersi le sue responsabilità. Se i giocatori scendono in campo che paiono "in vacanza" l'allenatore non può non sentirsi responsabile, se "sbagliano troppo" forse dipende anche dal fatto che non si è riusciti a dare alcun tipo di continuità alla formazione, se i giocatori "hanno limiti tecnici" non si può non rimarcare che i "limitati" sono gli stessi ragazzi che Mancini ha preteso e ottenuto di avere con sé. Certo, fosse stato per lui probabilmente ci sarebbero stati anche Yaya Tourè, Ronaldo e Mazinga Zeta, ma così vien da dire "grazie al pazzo" (la "p" è un refuso voluto).
Una squadra da quarto posto che arriva quarta è una squadra che ha fatto il suo, una squadra da quarto posto che arriva quarta ma ha l'allenatore più pagato della serie A no, non ha fatto il suo a prescindere da qualsivoglia "limite tecnico del singolo giocatore". Mancini va anche nel dettaglio, se la prende con Murillo "che è stato pollo". Vero, Murillo è stato pollo, ma se per l'undicesima volta i nerazzurri terminano una partita in inferiorità numerica vuol dire che o l'Inter è un pollaio o c'è qualcosa di sbagliato nell'impostazione della squadra. Decidere di inserire una flotta di attaccanti ogni volta che si passa in svantaggio significa rinunciare a giocare sperando nel colpo del singolo, significa lasciare i difensori scoperti e alla mercé degli avversari. Polli loro che forse non sono i nuovi Nesta e Maldini, pollo pure l'allenatore che invece di tentare la via della logica e del gioco, preferisce quella utilizzata nei migliori oratori di periferia. "Mister, stiamo perdendo e mancano dieci minuti!". "Ok, so cosa fare: tutti su, alla bersagliera!". Pollo anche il mister dell'oratorio, ma quantomeno veniva pagato in Goleador.
Potremmo continuare tessendo le lodi della Juve che si avvicina ad ampi passi al centrocampista del Valencia Andrè Gomes e, se possibile, allargherà ancora di più la forbice con le avversarie in serie A; potremmo parlare di Zaza che medita di andare a "conquistare" minuti in campo lontano da Torino ma alla fine resterà; potremmo insistere sul fatto che i dirigenti della Juve stanno già lavorando per trovare il sostituto di Morata che però non sarà Cavani e semmai Lukaku (ma siamo solo alla fase delle intenzioni); potremmo parlare di un quasi 40enne di nome Totti che somiglia a una bottiglia di barolo e più invecchia e più ci appaga; potremmo parlare del fatto che se conosco i miei polli nei prossimi giorni partirà la campagna mediatica per portare cotanto Pupone agli Europei; potremmo parlare di Higuain e dei suoi 32 gol, del fatto che quella del Napoli resta una grande stagione nonostante il mancato scudetto alla faccia di chi critica tanto per criticare; potremmo discutere del fatto che al limite non si capisce perché De Laurentiis temporeggi nell'annunciare la conferma del suo tecnico anche per la prossima stagione, soprattutto ora che c'è da stringere i denti in vista della volata Champions; potremmo scrivere altre 32335235 puttanate ma, perdonateci, sono le 23.00 e un vecchietto del Testaccio probabilmente sta piangendo. Di gioia. Strana la storia di quest'uomo, eterno secondo, gran signore prima che grande allenatore, fin troppo educato in un mondo in cui gli educati passano per inaffidabili, sfigati, perdenti. Dobbiamo ringraziarlo, anche se non ce ne frega un cazzo e non sappiamo in che parte della Gran Bretagna si trovi Leicester.
Grazie Claudio, perché ci hai regalato la possibilità di dire al resto del mondo "Oh, quello è un italiano" e, soprattutto, un giorno, ormai rincoglioniti con in braccio i nostri nipotini, avremo qualcosa da raccontare: "Vieni qui stronzetto, ti racconto una delle più incredibili imprese della storia del calcio...".
(Twitter @FBiasin @ilsensodelgol).


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