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Milan, non solo orientali: spunta uno spagnolo ma Silvio ha scelto il “modello inglese”. Inter, la scusa delle “sanzioni Uefa” nasconde una triste verità... Juve: un messaggio ad Allegri nel giorno più importante (con auto-denuncia)

Nato a Milano il 3/7/1978, laureato in Scienze ambientali presso l'Università dell'Insubria di Como, da ottobre 2008 è Capo Servizio Sport presso il quotidiano "Libero". Opinionista Rai, TeleLombardia e Sportitalia
05.05.2015 07.50 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 77300 volte
© foto di Federico De Luca

L’altro giorno ho scritto a Fedez. Su Twitter. Ero incazzato nero. A due metri da casa mia i black bloc avevano organizzato la grigliata del primo maggio. Non quella delle salamelle, quella delle macchine altrui. Oddio, in realtà i fetentoni erano a due chilometri di distanza, ma raccontata così fa più scena e comunque ero incazzato per davvero. Mi sono affacciato alla finestra per dare un’occhiata alla mia povera Mini modello “Povertà” con 70mila chilometri sul groppone. Era in divieto di sosta, mi guardava come per dirmi: “Fabbrì, passi che quando diluvia mi dici “volevi l’autolavaggio? Eccotelo!” ma ti prego, non farmi bruciare il popò da questi quattro scimuniti”. Mi sono commosso come Tom Hanks con la palla “Wilson”, ho perfino finto di voler abbandonare il divano con l’intento di scendere e spostare il mezzo in un posto sicuro (tipo il parcheggio sotterraneo dell’Esselunga), ma poi ho pensato tre cose: 1) Sta piovendo. 2) Forse ho l’assicurazione “furto & incendio” (clamorosa balla raccontata a me stesso). 3) Devo assolutamente scrivere a Fedez.

Mi sono affacciato alla finestra. Pioveva con insistenza. La macchina mi guardava rassegnata ma fiera come per dire “stronzo, tira fuori le palle e mettimi in salvo”. Ho tirato le tende. Quindi ho scritto a Fedez: “Ciao Fedez, stai manifestando o dai il Chappy al chihuahua? In ogni caso chiudi bene la macchina nel box che te la bruciano”. Curiosamente non mi ha risposto. Poi mi sono pentito, in fondo il povero Federico avrà anche scritto una mezza boiata in difesa dei manifestanti, ma al limite le colpe sono dei genitori che a suo tempo non hanno utilizzato la “tecnica dello sgabuzzino”. Esempio di tecnica dello sgabuzzino. Figlia: “Mamma, stasera vado a fare la bagascia in disco. Metto il rossetto viola e le calze da maiala. Tornerò verso le cinque o cinque e mezza”. Madre: “Va bene Filomena. Cuore di mamma, prima di uscire puoi andare in sgabuzzino a prendere due bottiglie di Guizza e le scatolette di Tonno Palmera per favore?”. Lei entra, tu chiudi la porta a sette mandate. Figlia: “Mamma! Apri! Giuro che stasera non prendo la chetamina!”. Madre: “Aprirò lunedì sera. Nel frattempo organizzati pure col Palmera e la Guizza”. Con la tecnica dello sgabuzzino – fidatevi – col cazzo vostro figlio diventa black bloc.

Ora il calcio. O meglio, la questione “mister”. Non so se chi legge se n’è accorto, ma quella appena passata è stata una settimana di vera “battaglia” per quelli che fanno il mio mestiere. C’era lo schieramento dei “thailandesi” (i giornalisti che facevano il tifo per Bee ed erano certi della buona riuscita dell’affare nell’immediato) e quello degli “anti-thailandesi” (i giornalisti che “occhio a dare il Milan per venduto prima che Silvio apra bocca”). Al momento hanno vinto questi ultimi, ma la partita è assai lunga. Il Berlusca a guardar bene sta portando avanti la cosa con estrema maestria, quella di un imprenditore che sa come strappare le condizioni migliori per il bene del Milan (ovvio) ma anche per quello strettamente personale.

Il colpo di scena dell’altro giorno (“Mi tengo il 51%”) apparentemente non nasconde magagne: Berlusconi semplicemente vuole fare in Italia quello che nel resto d’Europa accade normalmente. Prendiamo l’Arsenal: il proprietario è l’americano Stanley Kroenke (possiede il 66% del club), al suo fianco il russo Usmanov (15%) e l’iraniano Farhad Moshiri (15%). Tutti e tre fanno grano in proporzione, nessuno si lagna. Domanda classica: “Perché uno dovrebbe acquistare una quota di minoranza per non comandare?”. Esattamente perché vuol fare quattrini. Come? Con la quotazione in Borsa, con le tournée, con i profitti che deriveranno dal nuovo stadio, magari attraverso lo “smazzo” di giocatori legati al ondo Doyen. Insomma: il Berlusca fa incetta di amici e incassa, i soci son felici e incassano pure loro. Almeno sulla carta.

Il problema semmai è un altro: tutto questo processo necessita di tempo, parecchio tempo, diciamo almeno un paio di mesi. Nel frattempo chi sistema il delirio pippesco (ovvero quel che accade in campo)? Le faccende legate alla proprietà sono ovviamente importanti, ma non possono prescindere da un dato di fatto: al tifoso certamente interessa quel che succede nelle hall degli alberghi, ma forse è più interessato alla partita della domenica; è incuriosito da Mr Bee o Lee, ma preferisce avere a che fare con i gol, magari segnati dalla propria squadra. Il fatto che il 3-0 di Napoli sia passato in secondo piano al grido di “Vabbè, tanto ormai…” è la prova provata che siamo al punto di non ritorno. I tifosi l’hanno capito è scrivono “Basta”, la società temporeggia come se non sapesse che le squadre si costruiscono a maggio, non ad agosto. E si costruiscono con i quattrini, quelli che Berlusconi non ha mai lesinato, ma che troppo spesso sono finiti a “ungere” i conti di giocatori troppo coccolati.

Inzaghi dice: “Adesso lancerò qualche giovane”. Come se si trattasse di un tentativo estremo per fare qualcosa di buono. Ma ha senso gettare nella mischia il Felicioli di turno? Forse Pippo vuol battere il record di giocatori alternati in stagione. Esempi a caso. 1) Mexes: prima fuori rosa, poi capitano, poi sospeso per squalifica, ora baluardo. 2) Muntari: prima titolare, poi riserva, poi autoescluso, quindi convocato. 3) Van Ginkel: prima sempre fuori “perché non è maturo”, poi sempre in campo “perché è maturo nonostante l’età”. 4) Cerci: il Milan lo vuole ma costa troppo. Poi lo prende perché c’è l’occasione con Torres. Però resta fuori perché non è pronto. Poi gioca degli scampoli. Poi scompare.

No, c’è qualcosa che non va. I soldi sono importanti, fondamentali, necessari, ma al Milan non servono solo quelli: servono ordine, disciplina, magari quella di Emery (l’interesse per il tecnico spagnolo è concreto), soprattutto serve quel peso a Palazzo che ti permette di non restare (ingiustamente) in dieci dopo 47 secondi dal fischio d’inizio. Una volta c’era, adesso non c’è più.

Il resto è Inter, la squadra incompiuta, quella che nonostante gli inciampi e le figuracce è stata aspettata e “coccolata” da Fiorentina, Samp, Genoa, Torino, come se le avversarie avessero volontariamente teso la mano alla sorella blasonata: “Prego, il posto in Europa League è vostro”. E invece niente, i ragazzi di Mancini dicono “no, grazie, fate voi, noi proprio non ce la sentiamo”. E – parliamoci chiaro – la sanzione dell’Uefa c’entra un fico (oggi la sentenza), la verità è che nei momenti topici la squadra invece di assumere gli occhi da figlio di buona donna che venivano a Samuel, indossa quelli da bimbo che se l’è fatta addosso di capitan Ranocchia, bravissimo ragazzo, buon giocatore, ma ancora troppo impaurito da se stesso (“Oddio sono il capitano dell’Inter! Ma siamo sicuri?”) per pensare di far paura agli altri. L’ottimo mese di Aprile dei nerazzurri viene scaraventato nel cestino dell’umido da 90 minuti passati a fare il solletico al Chievo; le speranze d’Europa restano vive, ma a prescindere da come andrà, Mancini la prossima stagione dovrà lavorare più sugli attributi che sulla tecnica, il tutto ricordando l’antico detto di caro nonno: “I piedi li puoi anche raddrizzare, ma le palle… quelle hai e quelle restano”. Per la cronaca non ho neanche raddrizzato i piedi.

In chiusura il Napoli. Benitez fa la manfrina, c’è chi parla di possibile accordo quadriennale con ritocco dell’ingaggio a 4 milioni di euro netti. Chi scrive resta scettico. A prescindere dai risultati Rafa sembra aver già deciso, vuol tornare a casa: soldi e “progetto tecnico” contano fino a un certo punto. Benitez ama Napoli, ma difficilmente tornerà indietro. De Laurentiis lo sa e ha già scelto il sostituto. Il nome lo conoscete.

E poi c’è la Juve. L’altro giorno ha vinto uno scudetto, questa sera gioca una partita un filo importante. Di seguito le mie umili scuse ad Allegri, pubblicate domenica su Libero:

Il 16 luglio 2014 Massimiliano Allegri diventa allenatore della Juventus. In Italia si scatena l’inferno. Tifosi della Juve: «Non vogliamo questo perdente!». Tifosi avversari: «Con Allegri finirete malissimo». Il sottoscritto, straconvinto delle sue tesi, scrive su queste pagine: «Chiunque, dopo Antonio Conte, sarebbe nel guano fino al collo prima ancora di iniziare, ma Allegri di più. Ereditare la panca del biondino leccese significa avere più autorità di lui. E Allegri non ce l’ha. Più senso tattico di lui. E Allegri non ce l’ha. Quantomeno più juventinità di lui. E Allegri certo non ne ha. La verità è che Max ha solo due cose in più rispetto a Conte: la capacità di dire sempre sì a chi lo gestisce e una miglior resistenza alle critiche dei media». Di siffatta porcheria possiamo salvare solo l’ultima frase e, infatti, Allegri da subito se n’è fregato di questo e di altri articoli anche più fetenti e si è messo a lavorare per far parlare i fatti. Di seguito, «i fatti» tradotti in 4 operazioni perfettamente riuscite.

Operazione n° 1: non cancellare Conte dalle menti dei giocatori, seguire il sentiero tracciato, entrare nello spogliatoio in punta di piedi. Fatto.

Operazione n° 2: insinuare nello spogliatoio che si può vincere anche in un altro modo, magari senza per forza dover urlare nell’orecchio dei tuoi 24 ore al dì e 7 giorni su 7, magari con la difesa a 4, magari lasciando qualche punto in campionato per essere più pronti in Europa. Fatto.

Operazione n° 3: levarsi l’etichetta del «mister aziendalista», quello che dice sempre signorsì al direttore di riferimento, mostrare all’esterno che Agnelli quel 16 luglio non ha fatto la scelta giusta, bensì la scelta perfetta. Fatto.

Operazione n° 4: dar fiducia a quei giocatori che gli anni passati facevano o avrebbero rivestito il ruolo di semplici comparse. I Padoin, gli Ogbonna, i Caceres, i Pereyra: godono loro, gode la società che si ritrova una rosa iper-valutata. Fatto.

Così è arrivato lo scudetto - il 31esimo che per i bianconeri è il 33esimo - un «titulo» che celebriamo oggi ma che, praticamente, la Signora ha messo in tavola insieme al panettone, subito dopo Natale. Lusso vero per un gruppo che molti ritenevano spremuto come un limone a Ferragosto, un’insalata mista condita da tre campioni del mondo del 2006 che 9 anni dopo fanno appena un po’ di fatica in più. E poi il centrocampo delle meraviglie, la difesa impenetrabile, l’attacco del «fenomeno» argentino e del baby spagnolo che presto fenomeno diventerà. Una squadra destinata a stravincere ancora, almeno in Italia: per meriti propri, quelli dei dirigenti che ragionano secondo la regola del «chi più spende meno spende» (quest’anno sfondata quota 300milioni di fatturato); per demeriti degli altri, quelli dei club che invece di fare la cosa saggia, ovvero copiare, preferiscono improvvisare se non addirittura sfidare lo zebrone. «Vinceremo lo scudetto, ora lo so» disse un tecnico d’origine francese un giorno di ottobre. Allegri non gli rispose, non ce n’era bisogno. Il resto è storia di domani, anzi, di dopodomani. Il popolo bianconero festeggia, ma solo un po’. C’è da scrivere la storia, quella dei quattro scudetti di fila che a guardarli fanno impressione. Figuriamoci se di fianco ci metti quell’altra coppa, quella che è meglio non nominare, quella con le orecchie enormi, così tanto che ti vien voglia di urlargli dentro «ti veniamo a prendere, bellezza...». (Twitter: @FBiasin).


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