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Editoriale

Moggi e Calciopoli, dopo la Cassazione: sentenza chiara, ma ancora dubbi sulle indagini. Lo scudetto del 2006 va revocato. E i dirigenti in attività?

11.09.2015 08.21 di Enzo Bucchioni  articolo letto 49459 volte

Sono passati nove anni e pochi mesi dalle prime pubblicazioni choc delle intercettazioni e dalle prime sentenze della giustizia sportiva e siamo ancora qui a parlare di Calciopoli, una ferita del calcio italiano che probabilmente non si chiuderà mai.

Le motivazioni della corte di Cassazione rese pubbliche soltanto da 48 ore ci impongono un'altra puntata di una vicenda che dovrebbe essersi chiusa con quest'ultima e definitiva sentenza e sicuramente lo sarà dal punto di vista processuale. Non ci sono più dubbi, Moggi è colpevole, era il capo di una associazione a delinquere per falsare i campionati. Per il resto Moggi ricorrerà alla corte europea di Strasburgo, ma questi sono affari suoi.

Tornando alle motivazioni della sentenza ci stupisce il linguaggio, molto più duro nei confronti degli imputati (tutti prescritti) rispetto a quello usato dai giudici precedenti e durissimo nei confronti di Moggi riconosciuto il capo vero e indiscusso di una associazione che controllava il calcio in quegli anni.

Fin qui niente di strano o di nuovo: Luciano Moggi in quel periodo era il boss del calcio italiano. Forse perché aveva dimostrato di essere il più bravo, sicuramente perché è sempre stato scaltro, con il tempo è diventato il numero uno e ogni decisione a qualsiasi livello e non soltanto nell'ambito della società Juventus, doveva essere presa dopo aver sentito lui e probabilmente con il suo assenso. Moggi decideva tutto e condizionava tutto. Le carriere degli allenatori, di molti giocatori e, naturalmente, anche degli arbitri dipendevano anche dall'apprezzamento, dal gradimento e dalla simpatia o meno nei suoi confronti di Luciano Moggi.

Chi seguiva il calcio in quegli anni e nega questo stato delle cose, è in malafede. Moggi era abilissimo, a far favori, a circondarsi di amici, a volte anche a millantare, ma tutti lo veneravano.

Lo strapotere ingiustificato, così lo definisce la Cassazione, esisteva davvero e andare contro il potere è sempre difficile per tutti. Il vento tirava in quella direzione e per molti (arbitri compresi) non era il caso di andare controvento. Anzi, essere con Moggi e per Moggi apriva porte e favoriva carriere. Da qui la sudditanza psicologica di molti, la paura di altri e il condizionamento del tutto in generale.

Non era un calcio corrotto nel vero senso della parola (non sono mai girati soldi, neppure una gara comprata), ma era sicuramente un calcio poco etico e poco libero. Quindi poco o per nulla rispettoso delle regole della deontologia sportiva.

L'inchiesta nata nel 2004 è servita ad aprire pubblicamente uno squarcio su un mondo sportivamente scandaloso, ha liberato il calcio da questo strapotere moggiano per di più accentuato dalla Gea, associazione di procuratori guidata da Alessandro Moggi, che controllava decine e decine di giocatori e allenatori e consciamente o inconsciamente, contribuiva ad aumentare l'influenza di Moggi.

Di sicuro in questa situazione la Juventus nonostante fosse una super squadra, ci ha guadagnato, ma anche molti altri personaggi legati a Moggi per amicizia o per affari, hanno tratto degli indubbi benefici. Un sistema sbagliato, inaccettabile.

Detto e riconosciuto questo, c'è anche da sottolineare però come Calciopoli sia stata un'inchiesta parziale, ingiusta e falsata. E proprio questo, negli anni, ha lasciato aperta la discussione, ha acceso gli animi, ha diviso il Paese calcistico tra colpevolisti e innocentisti, tra moggiani e antimoggiani, fino a sostenere il limite dei limiti: Calciopoli non è mai esistita.

Questo non è vero. Il sistema sbagliato guidato da Moggi c'era, ma non era il solo.

E proprio da qui deve ripartire un'analisi serena che noi abbiamo sempre cercato di fare, anche nei giorni immediatamente successivi a quei momenti di fuoco quando c'erano (metaforicamente) le ghigliottine in piazza.

Chi vi parla non è mai stato moggiano, nei libri nero e rosso di Calciopoli non trovate il mio nome. Questo non vuol dire non conoscere Moggi o non dargli del tu, come facevano tutti all'epoca.

Non essere moggiano per me era solo criticare e contestare le situazioni e i fatti, andare per conto mio nella professione, senza padroni e senza padrini, come ho sempre fatto. Scrivere senza stare attenti a non irritare il Capo del calcio o chi comanda in genere, non è mai stato un mio problema. E nessuno mi ha mai detto niente.

Però ho avuto subito forti dubbi su questa inchiesta. E chi conosceva Moggi, o Mazzini e le sue esagerazioni, chi sapeva come funzionava il calcio di allora, non poteva non averne. Anche per questo, anche per cercare di andare oltre, ho letto migliaia di carte e poi ho accettato di scrivere in un libro la versione di Moggi. Le critiche non mi sono mancate, ma ho sempre avuto in mente il maestro Enzo Biagi quando scrisse il libro con e su Buscetta. Facendo le dovute ed enormi proporzioni fra gli ambiti e fra i personaggi, Moggi non ha proprio vuotato il sacco, ma quel libro è servito a far riflettere anche chi aveva preso tutto per oro colato, le inchieste prima e le sentenze poi.

Le indagini, è bene dirlo, sono partite da un nemico di Moggi che ha indirizzato il lavoro delle forze dell'Ordine. E' apparso subito chiaro, per chi conosceva nei dettagli le dinamiche del calcio di allora, che dalle intercettazioni rese note mancavano dei personaggi molto influenti, delle squadre molto importanti, delle situazioni mai chiarite nel passato che forse meritavano più attenzione.

Mi sarei aspettato una indagine serissima, profonda, a tutto tondo in grado di ripulire veramente il calcio da comportamenti anomali e purtroppo accettati da tutti e invece si è fatto questo enorme lavoro solo per colpire Moggi e alcuni uomini (ma non tutti) del suo impero.

Dico questo perché se Moggi aveva un grande potere, il più grande, non era il solo. In quegli anni c'erano degli altri poteri, forse più piccoli, che comunque influenzavano pro loro il sistema calcio e il Palazzo del calcio, poteri mediatici, poteri politici e sportivi. Quei sistemi e quei personaggi, invece, sono stati dimenticato, non indagati, non intercettati o (alcuni) appena sfiorati dalla vicenda.

L'inchiesta è nata male, non ha fatto né giustizia totale, né pulizia totale. Leggendo le carte ho trovato di tutto. Risultati sbagliati. Situazioni falsate. Partite fatte vincere alla Juventus secondo l'accusa, in realtà perse. Persone scambiate, giocatori in campo in realtà squalificati. Situazioni inverosimili. Ma anche indagini parziali come quella che ha inguaiato Della Valle per un pranzo con il designatore Bergamo dove i carabinieri con attrezzature sofisticate, nascosti nei cespugli, hanno dimenticato di mettere le cimici sotto i tavoli per registrare le conversazioni. Strano no?

Insomma, indagini fatte su tesi precostituite, e questo non è giusto in nome e per conto della verità-vera.

Questo è il rammarico, alcuni dei personaggi che si comportavano in maniera molto simile a Moggi ( forse lo imitavano) sono ancora nel calcio e nel sottobosco del calcio di oggi. Molti commenteranno che intanto Moggi non c'è più e qualcosa è stato comunque fatto per cambiare. Su questo non c'è dubbio, ma perché non il resto?

E' su questo che gli juventini che hanno pagato più di tutti, ma anche altri, si sono sempre interrogati senza avere risposta.

Sappiamo poi che qualcosa è venuto fuori tardivamente, che anche l'Inter e le telefonate di un onest'uomo come Facchetti (ma anche altre società) sono finite nel mirino.

Una recente sentenza (quindi da accettare come quelle su Moggi) racconta che anche il compianto presidente dell'Inter faceva lobbing con gli arbitri. Forse, come ha sempre sostenuto Moratti, era un modo per difendersi o cercare di neutralizzare lo strapotere moggiano, di sicuro Facchetti le telefonate le faceva anche per quello, ma pure se così fosse non ci sono giustificazioni dal punto di vista legale e morale.

"Se quello ruba, rubo anch'io" non può funzionare in un paese civile. Caso mai denuncio chi ruba e porto le prove.

Anche per questo, mentre cala il sipario sulle sentenze, resta un altro rammarico: lo scudetto del 2006. E' stato assegnato all'Inter dall'interista Guido Rossi, ma non può funzionare così. Anche molti interisti su questo non sono d'accordo, invece abbiamo chiesto a Moratti, più volte, perché ritenesse quello scudetto valido a tutti gli effetti e lui ha sempre rabbiosamente sottolineato "è un risarcimento per tutto quello che mi hanno fatto". Il più grande dei miei scudetti.

Sarà anche vero, ma ora le sentenze dimostrano anche altre piccole verità e quella casella dovrebbe rimanere vuota per onestà sportiva.

Il 2006, scudetto non assegnato, anno nero per il tutto il calcio e non solo per una parte del calcio.

Pensierino della sera: a proposito, ma come può Lotito, uno dei condannati per Calciopoli, essere allegramente in Consiglio Federale? Domanda inutile...

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