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Editoriale

Pirlo: aveva ragione Allegri. Ibra: gli sms di Mou non sono vera gloria. Moratti-Buffon: è il calcio il bene comune...

Nato a Milano il 10 Maggio 1965; Giornalista Professionista dal 1994. Dopo le esperienze professionali di carta stampata (La Notte e Il Giorno) e televisive (Telelombardia, Telenova, Eurosport), dirige Milan Channel dal 16 Dicembre 1999.
09.06.2012 00.00 di Mauro Suma  articolo letto 53266 volte

Dallo stadio Letzigrund di Zurigo è arrivata l'ulteriore e forse definitiva conferma. Andrea Pirlo, comprensibilmente, con tutti i chilometri e la gloria accumulate, non può più fare il centrale di centrocampo in un reparto a tre con una difesa a quattro alle spalle. C'era chi, come Massimiliano Allegri, lo aveva capito già un anno e mezzo fa. Solo che, purtroppo, lo stesso Andrea aveva vissuto la cosa come un affronto. Ma non è e non era così. Non c'è niente di male a cambiare collocazione e ruolo, se non c'è a disposizione una rosa per cambiare sistema di gioco. Il centrocampo a tre e la difesa a quattro, con le tre punte davanti, sono state il pane quotidiano di Pirlo nel Milan, dal 2002 al Novembre 2010. L'unica variazione era stata quella del 2009-2010 quando, con un notevole dispendio di energie, Pirlo si era preso la responsabilità, con sensibilità e disponibilità, di mettersi al comando di un centrocampo a due (lui e Ambrosini), con tre attaccanti avanti a sè (Ronaldinho, Seedorf e Pato) e una punta ancora più avanzata (Borriello). Da quella annata di corse e rincorse, di podismo e di affanni, Pirlo era uscito piuttosto malandato inaugurando una serie di infortuni che gli impedirono di partecipare al Mondiale in Sudafrica (finì per giocare solo nella terza e ultima partita, contro la Slovacchia) e che tornarono a colpirlo a Novembre 2010 e a Febbraio 2011. E' il momento in cui Allegri capisce che, con la rosa a disposizione, sostanzialmente priva di esterni, Pirlo deve sempre curare i flussi di gioco della squadra ma in una posizione diversa: non più centrale, ma mezz'ala sinistra. Apriti cielo! Lesa maestà! La maggioranza silenziosa di Milanello (Pirlo e Nesta) storce il naso, interpreta una scelta tecnica fatta in buona fede come il segnale di equilibri che cambiano e iniziano i malumori che portano ben presto Pirlo ad accordarsi con la Juventus. A Torino, solo meraviglie, niente infortuni, tanti allenamenti, corsa e risultati. Ma Conte, che ha tantissimi esterni in rosa, e che ha interesse a costruire la squadra attorno a Pirlo non avendo altri leader in squadra, si guarda bene dal riproporre il modulo del regno di Pirlo 2002-2010 nel Milan: il 4-3-1-2, per intenderci. Al contrario, costruisce un cordone sanitario attorno al suo regista: una difesa a tre pronta a diventare a cinque e un centrocampo molto folto, con esterni che corrono così tanto da consentire a Pirlo uno scarico veloce del pallone per evitare il pressing e i recuperi di palla avversari. Conte aveva gli uomini e una struttura della rosa tali da poter cambiare il sistema di gioco, mentre Allegri avendo un serbatoio ben diverso poteva solo adattare il ruolo di Pirlo. Ma qualcosa bisognava cambiare, senza viverlo come un affronto! La riprova a Zurigo: l'Italia a tre a centrocampo e a quattro in difesa non tiene il campo, Pirlo è senza protezione e gli avversari danzano che è un piacere. Il modulo della Juventus è l'unico con il quale può giocare Pirlo. Ma Allegri, e per un intenditore di calcio come Andrea non avrebbe dovuto essere un problema capirlo, non lo poteva attuare. Peccato. E scriviamo peccato, perchè sappiamo perfettamente quanto a Pirlo manchi il Milan. Sì, letto bene, non quanto Pirlo manchi al Milan, ma quanto il Milan manca a Pirlo. Cosa volete, non è colpa nostra se a volte le piccole verità non stanno nei luoghi comuni triti e ritriti.

E' vero che Mourinho lusinga Zlatan Ibrahimovic con i suoi sms. E' vero e sarebbe sciocco e inutile negarlo. Ma attenzione, cosa c'è dietro quegli sms? E' su questo che Ibra farebbe bene a interrogarsi. Non sarà che Mou usi lo strumento per pura cortesia? O non foss'altro che per tenere, da allenatore numero uno al mondo, i rapporti con uno dei migliori giocatori del mondo? Più che punti di domanda, sono punti di partenza. Perchè uno sforzo reale, vero, consistente, per portare Ibra al Real, Mourinho non lo ha mai fatto. Nè nell'estate 2011, nè nell'estate 2012. Ed è questo il punto. Perchè Mourinho, pur sapendo, in particolare nell'estate 2012, di aver trovato forse un certo tipo di terreno per muovere l'affondo, non lo ha fatto? Perchè, forse, altrimenti con 'sti punti di domanda non la finiamo più, il tecnico portoghese ama il gruppo più di ogni altra cosa. E vuole grandi giocatori che considerino il gruppo una risorsa da guidare, non un insieme informe da mortificare. E' questa la vera, nuova, grande sfida da vincere per Zlatan. Visto che è lui da settembre a marzo a trascinare il gruppo, tocca proprio a lui chiedere al gruppo di tracinarlo nei mesi in cui lui sente di più la pressione e in cui fa più fatica: i mesi fatidici, i mesi di aprile e marzo. Ma il gruppo, al momento del dunque,  può aiutarlo se non viene depresso e vilipeso ad ogni passaggio o ad ogni scelta, in campo e fuori. Ibra è un professionista straordinario, autentico, meraviglioso. La sua cultura, meglio la sua ossessione, della vittoria è fondamentale in un Club come il Milan. Ma nel prossimo mese di Luglio tra lui e i suoi compagni di squadra dovrà scoccare una nuova scintilla, vera e duratura. Perchè l'Ibra di oggi è un atleta straordinario che tutti i migliori allenatori del mondo stimano e apprezzano, ma la loro espressione cambia se devono pensare di lavorare con lui ogni giorno, nello spogliatoio e in campo. Faccia così, Ibra: faccia riceredere, per la gioia dei tifosi del Milan, uno come Mourinho. Oggi Mou gli manda sms ma è il primo a non volerlo, la prossima estate dovrà pentirsi, ripetiamo per la gioia dei tifosi del Milan, di non averlo voluto...

Il calcio è l'amore della nostra vita. Lo sport, la competizione, le palpitazioni, le attese, le emozioni. Guai a farne senza. Non sarebbe concepibile. Diventeremmo tutte anime dannate in cerca di chissà cosa. Non succederà, ma poniamocelo il problema. Il calcio di Genoa-Siena, il calcio delle botte in panchina, il calcio delle scommesse, il calcio delle curve diventate in alcuni casi il punto di riferimento di disegni criminosi ahinoi importanti e di scala molto più larga rispetto al rettangolo verde, non ha futuro. O facciamo un salto di qualità, di buon senso, di buona volontà, di cultura sportiva, in tutta coscienza e in tutta onestà, oppure continueremo a camminare sul cornicione. Ed è stucchevole e pericoloso che il presidente Moratti e Gigi Buffon facciano a gara nel considerare più importante lo scandalo del 2006 o quello del 2012. Non è il momento, questo, del gioco delle parti. Perchè se andiamo avanti così, non ci saranno più parti. Se il calcio italiano, uscito indenne per il rotto della cuffia del 2006, e impreziosito per di più dalla gemma del Mondiale vinto a Berlino, ci è ricascato, vuol dire che come malato è proprio grave. E i sintomi sono presenti nello spirito sportivo e nelle parole di tutti coloro che fanno parte del mondo del calcio, nessuno escluso. Le gare dialettiche sulla pelle delle disgrazie non portano da nessuna parte, sono le cancrene del pallone che vanno fermate. Non hanno colore e non hanno volto, sono sistemiche, ed è per questo che sono molto pericolose. Il cazzeggio sul 2006 o sul 2012 è tempo perso. E' il calcio la casa comune del presidente Moratti e di Buffon, è il calcio è di tutti. E su queste consapevolezze che il calcio italiano deve fare sforzi durissimi per uscire dalla sua spirale negativa e senza prospettive.

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