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Editoriale

Tevez: aveva firmato per il Milan. Panchina Milan, un nome nuovo…Filippo Inzaghi. Mancini: vuole sempre Mihajlovic. Conte: allo Stadium con l'ombra di Allegri. Calciopoli: non c'eravamo sognati…

Nato a Milano il 10 Maggio 1965; Giornalista Professionista dal 1994. Dopo le esperienze professionali di carta stampata (La Notte e Il Giorno) e televisive (Telelombardia, Telenova, Eurosport), dirige Milan Channel dal 16 Dicembre 1999.
28.03.2015 00.00 di Mauro Suma  articolo letto 39255 volte

Il Milan ricorda, il Milan conserva. Al Milan non ci sono mitomani, al Milan non bisogna piangersi addosso. Che vuol dire? Che quando Tevez aveva derubricato a cosa da niente il feeling con Adriano Galliani aveva fatto cosa giusta e comprensibile agli occhi dei suoi nuovi tifosi, ma nessuno si era sognato niente quando aveva affermato il contrario. Carlitos Tevez, lo splendido protagonista di Dortmund e di Juve-Genoa, nel Gennaio 2012 aveva firmato per il Milan. Firmato. Il contratto. Poi non si era chiuso l'incrocio delle operazioni sull'asse Londra-Parigi e nessuno ha potuto più, correttamente, dare seguito e avvalersi. Chiaro che con Tevez il Milan avrebbe vinto lo Scudetto del 2012 con la pipa in bocca e non avrebbe ceduto Ibra e Thiago Silva a Luglio. Ma nel calcio, e qui sta il punto, bisogna reagire a tutto ed essere pronti a tutto sempre. Il calcio è fatto di crocicchi, vanno bene, vanno male, ma bisogna saper vivere, superare, metabolizzare, farsi una ragione di tutto. Del bene e del male. Se fosse arrivato Vialli, non sarebbe arrivato Van Basten. Se a Belgrado non ci fosse stata la nebbia. Se il Milan avesse preso Zidane invece di Dugarry. Se il Milan avesse tenuto Crespo (ciao caro, dolce, Claudio) invece di prendere Vieri. Kakà preso grazie alla casella da extracomunitario liberata da Aliyu Datti. E così via, in uno slalom infinito fra cosa giusta e cosa ingiusta, tra fortuna e sfortuna. Ma nessuno, sia ben chiaro, ha mai millantato nulla.

Tanti nomi, nessun nome. Il candidato vero per la panchina dell'anno prossimo del Milan non c'è. Quello che c'è oggi è una e una sola certezza: un allenatore di casa, un allenatore di famiglia, in carica nella sostanza e nella forma con tanto di contratto che sa tanto di stretta di mano, Filippo Inzaghi. Un allenatore che al suo primo anno di Serie A, ha fatto una esperienza grande così. Ha lavorato, ha sperato, ha creduto, ha sbagliato. E' stato elogiato, tutelato, sostenuto, deriso, insultato, trattato male. Un anno di Milan in generale e di questo Milan in particolare, dove può capitare di non scorgere il confine fra fuoco amico e fuoco nemico , è esperienza allo stato puro. Uno di quei tritacarne che ti fanno la scorza, la pelle dura. Qualsiasi altro allenatore del Milan sarebbe stato esonerato con la classifica di Inzaghi e con le partite disputate dal Milan fra Gennaio e Febbraio. Ma, a costo del più clamoroso e ossessivo toto-allenatori della storia di tutti i media del mondo, Inzaghi è ancora qui. E il presidente Berlusconi è sul punto di pensarlo: quest'anno Inzaghi ha seminato sbagliando, imparando e soffrendo quello che raccoglierà l'anno prossimo. E a proposito del presidente Berlusconi: tutti lo immaginano alle prese con le trattative e invece lui ha guardato tutta Reggiana-Milan in diretta su Milan Channel e si è letteralmente innamorato calcisticamente di Suso.

Roberto Mancini lo ha provato sulla sua pelle. Elogiato per il mercato. Criticato (?) per i punti in classifica e per i cinque gol subiti in due gare dal Wolfsburg. Il nuovo Mancini si sente diverso e si vede più alto rispetto alla solita mischia, al solito polverone degli allenatori e delle loro panchine. E' stato in Inghilterra, ha lavorato e vinto a Manchester. La nuova frontiera è il modello Sir Alex. Il mercato, la direzione tecnica. Con Sinisa Mihajlovic allenatore. E' tutt'altro che tramontata l'idea. Anche perché il nuovo Mancini è molto più maturo ed equilibrato del primo Mancini interista, ma in Europa va male uguale. Perché il presidente Moratti lo esonerò nel Maggio 2008? Per i cattivi risultati in quattro anni di Champions League, dal 2005 al 2008, e per quello sfogo, guarda caso dopo una partita di Champions, al termine della partita con il Liverpool. E se ci teneva Moratti all'Europa, figurarsi Thohir. Che ama tutto ciò che è Premier, che è internazionale e che spera di migliorare con il brand nerazzurro all'estero. E allora, visto che non lo fa nessuno, in questo piccolo spazio lo facciamo noi. La vogliamo esaminare l'Europa del Mancio dopo il dispendioso mercato di Gennaio? Quattro partite. Una vittoria di misura nel finale in casa con l'avversario in dieci, un pareggio e due sconfitte. Sei gol fatti e otto subiti. Nonostante qualche tifoso del Southampton pensasse che l'Inter aveva svoltato con Mancini e iniziato a spendere con Thohir, è andata così. Proprio così.

Massimiliano Allegri ha iniziato la stagione con due pesi massimi sulle spalle. La chiusura traumatica e negativa del rapporto con il presidente Berlusconi e con i tifosi del Milan (fischi al diapason a Settembre scorso sul suo nome, nella notte del tutto esaurito di Milan-Juventus), il passaggio a livello chiuso della tremenda eredità di Antonio Conte. Tutti lo vedevano schiacciato, perdente, piccolo. In prima fila quelli che "lo cacciano anche se vince a Malaga". Per la cronaca a Malaga perse e rimase in rossonero lo stesso per un anno e mezzo con un terzo posto al suo attivo. Quante Malaga ha trovato sulla sua strada quest'anno Allegri, a partire da subito, dal primo giorno, dall'accoglienza a Torino. Lui tutto chiuso dentro l'auto, insulti, assalti. Per la cronaca la stessa che subì Seedorf giocatore, ma tu guarda quanto è strano il calcio, al suo arrivo a Milanello nell'estate 2002 dopo lo scambio tutto rossonerazzurro con Coco. Adesso siamo alle porte dell'ultimo test per Allegri. Lui, entrato in punta di piedi nel teatro bianconero, lascia il posto mercoledì per Italia-Inghilterra a chi lo ha fondato lo Stadium, a chi se lo è cucito addosso, a chi lo ha usato per vincere, rivincere e stravincere: Antonio Conte. Il rapporto fra i tifosi bianconeri e Allegri è lo stesso del primo anno fra tifosi rossoneri e Allegri: discreto, silente. Non è tecnico da passerelle e da bagni di folla, il livornese. Ma Torino mormorerà mercoledì sera. E in quel momento capiremo.

Calciopoli, no. Non pieghiamo la testa di fronte alla pretesa dittatura della revisione e della negazione. Sappiamo cosa abbiamo vissuto dal 2004 al 2006. Ricordiamo bene, ricordiamo tutto. Gli anni non evaporano, gli anni non cancellano. No, il calcio e le sue istituzioni non hanno scherzato. Nè allora, né mai. Hanno traballato, hanno esagerato, ma non hanno scherzato. Il calcio di oggi non è perfetto, ma non è intimidito. Non è assogettato. Qualcuno tolga il 2004-2005 e il 2005-2006 da quell'albo d'oro. Niente Scudetti a nessuno e niente teste sotto la sabbia. Pretendere di giudicare con gli occhi di oggi quello che bruciava sulla pelle di tutti nei giorni di Maggio, Giugno e Luglio del 2006 è utilitarismo allo stato puro per qualcuno. E materia infiammabile per molti altri, i tifosi: nuova rabbia, nuovo odio. Chi ha sbagliato, sia responsabile. Chi ne ha approfittato, ponga rimedio.

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