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E quindi uscimmo a riveder le stelle

07.05.2012 17.00 di Edoardo Canavese    per tuttojuve.com   articolo letto 1753 volte
© foto di Daniele Buffa/Image Sport

Coloro i quali vincono nella Juventus, oltre a gagliardetti, scudetti o coppe che siano, si cuciono addosso qualcos'altro, una sorta di marchio indelebile, un tatuaggio il cui inchiostro attraversa la cute e si immette nel sistema circolatorio per non abbandonare più l'organismo.Si chiama "juventinità", ovvero "naturale ed intrinseca tendenza alla vittoria". Per capire al meglio questo fenomeno si pensi ad eesempi illustri e recenti di juventinità esportata, come Zlatan Ibrahimovic, che fino a ieri sera aveva sempre vinto i campionati nei quali militava, o Gianluca Zambrotta, un altro abituato alla vittoria, o David Trezeguet, il quale a suon di gol ha riportato il River Plate in Primera Divisiòn argentina, o ancora Zinedine Zidane, che da sconosciuto è diventato uno dei calciatori più grandi di sempre; l'elenco è lunghissimo. Ma c'è un personaggio che più di tutti ha incarnato lo spirito combattivo, famelico e vincente del nostro club, un personaggio che, oltre a mangiarsi le caviglie degli avversari, si mangiava abcge le zolle d'erba del Delle Alpi e dei maggiori stadi europei, un personaggio il cui pensiero, la mattina dopo una vittoria, andava immediatamente alla partita successiva: si chiama Antonio Conte. Antonio Conte, colui il quale, con un calcio spregiudicato, era riuscito per due volte in tre anni a scardinare le rocciose difese della serie cadetta e a ottenere la promozione, la scorsa estate ha preso le redini di una Juventus distrutta, senza anima né corpo, immersa in una selva oscura, o peggio, in una "natural burella", l'impervio cammino che nella prima cantica dantesca collega l'Inferno all'Antipurgatorio, perché, siamo sinceri, i campionati della triade horribilis Cobolli Gigli-Blanc-Secco non erano Purgatorio, erano gironi infernali belli e buoni. Semplicemente quella alla cui guida si è ritrovato Antonio Conte non era la Juventus. E allora il tecnico salentino non ha fatto altro che applicare la propria mentalità ad una squadra che non somigliava affatto alla Vecchia Signora, come aveva fatto a Bari e a Siena, introiettando la propria juventinità, sostenuto però da tre colonne del "tempio Juventus", Alessandro Del Piero e Gianluigi Buffon in spogliatoio e Pavel Nedved dietro alla scrivania, da una del Pantheon del calcio, Andrea Pirlo, e da un cognome che è sinonimo di juventinità, Agnelli, senza dimenticare il sostegno dello stadio, residenza olimpica di un passato glorioso che vuol farsi presente e futuro. Conte ha proposto lungo tutto l'arco della stagione un calcio spumeggiante, brioso, inedito, un'equilibrata riproposizione del pensiero di Sacchi e di Guardiola con un pizzico di psicologia mourinhana; Conte ha saputo imporsi come allenatore, mettendo da parte sentimentalismi che avevano rovinato Ciro Ferrara, e come capitano e uomo simbolo della squadra, un uomo che, se vi fosse stata possibilità e necessità, non avrebbe avuto difficoltà a togliersi giacca e cravatta e a posizionarsi nel cuore del centrocampo, tornando a ringhiare su tutti i palloni. Antonio Conte ha preso per mano la Juventus e l'intero popolo bianconero trascinandoli fuori dalla guazza putrida e melmosa di una mediocrità degna dei neroazzurri di Milano, accompagnandoli poi al trionfo, alla consacrazione, ad un'apoteosi che pare non voglia esaurirsi il 20 maggio a Roma. E' una Juventus, questa, che ha fame e vuole vendicarsi, una Juventus fatta di juventini doc come Paolo De Ceglie e Claudio Marchisio, che da domani dovrà essere soprannominato "Imperatore", di top player come Buffon, Pirlo, Vucinic e prestissimo Vidal, di Bandiere come Alessandro Del Piero, e dal 6 maggio 2012 di Campioni d'Italia e di juventinità. Alziamo la testa, niente più ombre, finalmente il cielo. Tre grandi stelle brillano lassù.


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