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L'avvocato del diavolo

Più stranieri in campo, a che servono le riforme?

Claudio Pasqualin (Udine, 30 maggio 1944) è un procuratore sportivo e avvocato italiano del Foro di Vicenza, esperto di diritto sportivo. È stato vicepresidente dell'AIC, presidente di AssoProcuratori ed è attualmente presidente di AvvocatiCalcio.
26.08.2015 17.46 di Claudio Pasqualin   articolo letto 145428 volte
Più stranieri in campo, a che servono le riforme?

Jankovic, Biglia (pronunciasi Big-lia), Kisna, Skorupski, Mandzukic, Edenilson, per non parlare dell'impronunciabile Szczesny (una vocale che rovina sette consonanti!). Dalle radio alle televisioni questi i primi nomi che balzano alla cronaca del nuovo campionato. Tutti stranieri. I nostri sono scesi a ottantanove su duecentoventi. Circa il quarantapercento. Ditemi voi se questo non è il segnale della decadenza del nostro calcio e dell'insipienza di chi lo governa. Mentre in Russia i regolamenti federali impongono, dico impongono, almeno sette giocatori in russi in campo (uno in più dello stagione scorsa), da noi ci si gonfia il petto per aver imposto nelle rose di venticinque i 4+4 di matrice italica. Le nostre squadre sono piene di modesti giocatori provenienti da ogni parte del globo che hanno difficoltà ad esprimersi e capirsi con i nostri allenatori. Difficile perciò affezionarsi ad una formazione composta da giocatori la cui storia è a volte disconosciuta e dei quali spesso non riesci a imparare i nomi. Fiorentina, Udinese e Inter che schierano un italiano su undici. Roma, Genoa e Lazio due. Napoli tre. Verona, Chievo, Palermo e Atalanta quattro. Sampdoria cinque. Torino sei. Carpi ed Empoli sette. Sassuolo otto. Bologna nove. La situazione è decisamente avvilente anche perché il calcio è uno sport dal forte sapore campanilistico. Parlando del tifo i sociologi evocano persino i Lari, che per i latini erano divinità a difesa del focolare domestico. E affidare la difesa dei propri sentimenti di appartenenza a persone provenienti dall'altra parte del mondo o da zone remote del nostro continente, vedendo chiaramente che non sempre hanno le qualità per fare la differenza con i nostri, non è proprio in linea con la stessa essenza passionale del calcio laddove una squadra rappresenta una città e quindi una comunità ben delineata. Non a caso al giorno d'oggi i giovani vanno sempre più tifando Real Madrid o Barcellona, trascurando le nostre squadre. Senza dire del danno per la Nazionale e per i nostri vivai. Pensare che le nuove regole sulle rose da venticinque possano portare il calcio italiano fuori dal pantano da cui è sommerso è come sperare di guarire un moribondo con l'Aspirina.

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